L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

Scintillanti con ardore

 di Andrea R. G. Pedrotti

AA.VV

Duets

arie e duetti da Les pêcheurs de perles, Mefistofele, Faust, Don Pasquale, L'elisir d'amore, Simon Boccanegra

tenore Rolando Villazon

basso Ildar Abdrazakov

direttore Yannick Nézet-Seguin

Orchestre Métropolitain de Montréal

CD Deutsche Grammophon 0289 479 6901 3, 2017  

La recente uscita Deutsche Grammophon è un CD di duetti che riunisce tre grandi artisti contemporanei, tre artisti che certamente si sono già guadagnati con merito un luminoso posto nel firmamento musicale: Rolando Villazòn, Ildar Abrazakov, accompagnati dall’Orchestre Metropolitain de Montréal diretta da Yannick Nézet-Seguin sono il meglio che si possa desiderare e, come tali, sanno offrire il meglio che si possa immaginare.

Il primo brano, Les pêcheurs de perles, fa già intuire la bellezza dell’intero disco; la partitura di un’opera dalla drammaturgia debolissima e scontata viene portata agli allori del sublime dalla magistrale bacchetta di Yannick Nézet-Séguin, che riesce adesaltarne le sfumature eteree con la morbidezza estrema della prima parte del duetto, con i fiati che accompagnano il principio del duetto fra Zuniga e Nadir “C’etait le soir… Au fond du temple du temple saint”. Da lacrime agli occhi il respiro orchestrale e l’elegia dell’attacco di Villazòn e Abrazakov “Oui, c’est elle! / C’est la déesse plus charmante e plus belle / qui descend parmi nous!”. Dalla voce di Abrazakov, pur in tessitura baritonale, traspare tutta l’autorità del capo del villaggio di pescatori in attesa della sacerdotessa di Brahama, ma la commozione non può trattenersi ed esimersi dal far risplendere di meraviglia i lucciconi che già bagnavano le nostre pupille: il fraseggio di Villazòn allontana il nostro pensiero da Nadir, ma, in pochi istanti, ci fa apparire e sognare Léïla come la donna più bella, sublime, desiderabile che sia mai comparsa sulla terra, una ninfa più che una sacerdotessa. Sono gli accenti di Villazòn a impedirci di pensare che possa esistere un’altra fanciulla al mondo, tanto è l’amore che egli sa esprimere, poiché è la passione e il sentimento del pescatore indiano insita nella voce del tenore messicano, la forza di un innamoramento che non può concepire altra creatura, se non quella che tanto fascino sa esercitare: un fascino interamente sublimato nell'interpretazione di Villazòn. Ricordiamoci che Léïla non è reale; questo è un disco, nessuna sacerdotessa si avvicinerà a noi nemmeno nella finzione scenica: è solo un sogno ideale. Questa riflessione non può che condurci ad Arrigo Boito e al suo Mefistofele.

È Ildar Adrazakov a interpretare la prima aria solistica del disco: la seconda sarà tratta dal Faust di Gounod e affidata alla voce del tenore. L’interpretazione di “Son lo spirito che nega” dal Mefistofele è stilisticamente impeccabile, perché i dettagli della scrittura di Boito non vengono trascurati e non si cade nell’errore di rendere il personaggio caricaturale; egli è serissimo in questo frangente e sta portando avanti il suo disegno malefico. Nessun problema nell’affrontare una tessitura che rende ostica la parte per molti bassi.

Nel duetto “Strano figlio del caos” viene sottolineata con maestria la differenza fra i due personaggi: Abrazakov è un Mefistofele regale e solenne, Villazòn un Faust emotivo, curioso nella prima parte, ma che assume vigore, entusiasmo e brillantezza nel malefico ringiovanimento offertogli dal demonio e appare impaziente e fremente di giungere alle tanto agognare “orge ghiotte”, come le chiama Arrigo Boito nel suo magistrale libretto. Da notare la concertazione di Nezét-Seguin, i cui tempi non sono, giustamente, troppo serrati, ma particolarmente intensi e coinvolgenti.

Prima abbiamo incontrato l’elegia, poi un piano di conquista – seppur demoniaco – ora siamo all’infrangersi di un sogno e a uno scontro generazionale che per Faust era insito in una sola persona, ma è più classico nella disputa fra Ernesto e Don Pasquale nel duetto “La vostra ostinazione… Prender moglie?” Ancora una volta Abrazakov mette in mostra una grande eleganza e non interpreta un Don Pasquale decrepito, ridicolo, che si avvicina alla fine dei suoi giorni; piuttosto la sua è una lettura che fa trasparire autorità ed esperienza, severa, ma sempre con un velo di malinconia di fronte allo sgomento (Villazòn così intende il suo “prender moglie?”, senza derisione) del nipote per l’annunzio delle imminenti nozze. Memorabile la prosodia di Villazòn nel pronunziare straordinariamente “Sogno soave e casto”, mentre da solo potrebbe valere l’acquisto del CD la sua capacità di accentare e conferire personalità e fioritura di significati alla frase “Cara, rinunzio a te”.

Poco da dire, se non lodi, sul duetto dall’Elisir d’amore “Ardir! Ha forse il cielo”, quando la speranza di coronare il sogno della conquista della fanciulla amata tende l'insidia di un inganno. Perfetti i due interpreti, specialmente nella cura del legato e nella gestione dei fiati, pregi che accomunano Villazòn e Abdrazakov. Pregevole la scelta di eseguire il duetto integralmente, aprendo tutti i tagli che la cattiva abitudine ha tramutato in tradizione.

L’amore e la passione si evolvono ancora col bel duetto fra Fiesco e Gabriele Adorno, “Propizio ei giunge!”: qui Villazòn e Abdrazakov si trovano alla perfezione sia nell’affrontare i rispettivi ruoli, sia nel timbro brunito della voce. Il Gabriele Adorno di Villazòn pare cantato direttamente dall’anima ed è in questo brano che il tenore messicano mette in luce la sua perfetta capacità di analisi della parola, grazie a una gamma di colori modulata in modo da scurire la voce negli accenti più dolorosi, schiarendo l’emissione nei passaggi più elegiaci. Celestiale il suo modo di variare l’espressione e il colore progressivamente nel pronunziare “la tua voce è un casto incanto”. I due artisti si completano, poiché Abdrazakov fa l’esatto opposto e scurendo l’emissione in contrasto con il tenore ottenendo un’alchimia di colori eccellente.

Due opere francesi per la conclusione della parte operistica del disco: Faust di Charles Gounod nel medesimo momento drammaturgico (se ci riferiamo a Goethe) del duetto precedente da Mefistofele, ossia il patto fra Méphistophélès e Faust, che in Boito è aperto dal basso, mentre ora tocca al tenore. In quest’esecuzione a salire in cattedra è la bacchetta sfolgorante di Yannick Nézet-Séguin, splendido interprete delle partitura di Gounod. Ricordiamo bene la sua concertazione nel DVD dell’opera integrale, andata in scena al MET [leggi la recensione], e ora ritroviamo la precisione, la capacità di analisi, e la passionalità che apprezzammo allora.

Villazòn muta il gusto nell’interpretare il dottor Faust francese, ma non tradisce il personaggio: passionale nella sua ossessiva, frenetica ricerca della giovinezza perduta. Parimenti a Villazòn, Abdrazakov è un Méphistophélès più sottilmente demoniaco. Due modi condivisibili di variare la lettura, visto non solo il differente contesto musicale, ma anche il differente epilogo delle due opere: in Gounod un gusto salvifico di purificazione, in Boito una sconfitta per tutti i personaggi dell’opera, ma un trionfo per la vita che continua e si rinnova.

La progressione delle sfaccettature amorose si conclude col dramma della gelosia e l’incontro fra i due rivali in amore: Escamillo e Don José. Il duetto “Je suis Escamillo” è la drammatica conclusione della passione. Rolando Villazòn è eccellente Don José, avvinto dall’erotismo di Carmen e pare prossimo a perdere la testa, quasi a presagio del tragico epilogo dell’opera, mentre Ildar Abdrazakov è perfetto come Escamillo, sicuro di sé e spavaldo nella conquista e nella difesa della “preda” avvinta.

La conclusione del disco è costituita da due brani che appaiono due sapienti omaggi ad Abradzakov e Villazòn e alle loro terre d’origine: Messico e Russia.

Granada di Agustìn Lara è una delle canzoni in lingua spagnola più celebri e belle di sempre e sembra un sunto di buona parte dei concetti contenuti nel programma operistico: il sogno etereo, la passione, i toreri e la visione di una  fanciulla bruna, costante oggetto del desiderio e non importa come si chiami, l’importante è che abbia gli occhi scintillanti di passione, meravigliosi e ardenti, come quelli raccontati nel testo di Yevhen Hrebinka, musicato da Florian Hermann nella sua Ochi chernye. È l’ultimo brano del disco, a cui l’ascoltatore deve prestare particolare attenzione, perché può creare grave dipendenza, ma far notevolmente bene alla salute. Ascoltando l’impareggiabile esecuzione di Villazòn, Abdrazakov e Seguin si provano le medesime sensazioni dell’ingresso in Piazza Rossa a Mosca: la via è stretta, una statua equestre sulla destra, nessun grande palazzo all’orizzonte, ma, dopo una piccola salitella, ecco apparire le lucide, variopinte, scintillanti cupole di San Basilio e la maestosità del Cremlino con le sue torri sulla destra. Un connubio di passione, sgomento, esotismo, pace e meraviglia frenetica, tutto fuso nella meravigliosi di due occhi meravigliosi, gli occhi di Léïla, Margherita, Norina, Adina, Amelia, Marguerite o Carmen, il perpetuo perturbante femmineo di questo CD.

Il merito di questa realizzazione va a tre grandi artisti, ma una lode particolare non può che meritarla Rolando Villazòn, capace con il suo ardore e la sua passione di regalarci ancora emozioni incomparabili, dimostrandosi grande artista e grande uomo dall’intelligenza poliedrica, rialzatosi con orgoglio e dignità dal grave infortunio che subirono le sue corde vocali, lo stesso orgoglio e la stessa dignità con cui sa regalare uniche perle d’artista e onorare il suo amato Messico, come uno dei suoi figli più illustri, senza temere le propagandistiche prepotenze che la sua terra ha subito, e continua a subire, dal potente vicino settentrionale. Un vicino potente, come lo fu la malattia alle corde vocali, ma mai grande quanto un uomo e un artista come è, e sarà per sempre, Rolando Villazòn.