L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La poesia della Natura e della Cultura

 di Roberta Pedrotti

Poetico e profondo l'allestimento curato da Robert Carsen (regia, ripresa da Stefano Simone Pintor, e luci, con Peter Van Praet), Gideon Davey (scene e costumi) e Philippe Giraudeau (coreografie) del capolavoro di Janáček a Torino. Ben assortita la compagnia di canto e di livello la prova dell'orchestra guidata da Jan Latham-Koenig

TORINO, 23 gennaio 2016 - Příhody lišky Bystroušky letteralmente significa Le avventure della volpe Bystrouška, nome proprio che sta per “Orecchie fini”. Sottigliezze, in effetti, per quella che è normalmente nota come La piccola volpe astuta e che per la prima versione ritmica italiana puntò sull'assonanza per ribattezzare la protagonista Briscola, ma non tanto se si considera che, paradossalmente, proprio la traduzione può essere stata d'impaccio alla diffusione del teatro di Janáček nel corso del XX secolo, fin quando è durata la consuetudine di volgere le opere nella lingua del pubblico. La vocalità ottocentesca, le sonorità del russo, del francese, perfino del tedesco si sono piegate meglio a questa pratica, mentre la scrittura del compositore moravo coesiste in tale intima simbiosi con la prosodia dell'idioma natale da rischiare di sfaldarsi qualora venga forzata su altre parole e sintassi. Non sarà forse un caso, allora, se l'ammirazione incondizionata per Janáček infiammerà fin da subito alcuni dei più acuti musicologi, Massimo Mila in testa, mentre il suo catalogo teatrale ha trovato una più regolare ospitalità nei teatri italiani solo negli ultimi vent'anni, da quando, cioè, si è presa la buona abitudine di eseguirlo in originale (eccezione significativa, proprio a Torino, Věc Makropulos ancora tradotto, ma la ragion d'essere della proposta fu la presenza d'una diva assoluta che così preferì).

Ben venga, oggi, ogni ritorno di Janáček sulle nostre scene, e ben venga soprattutto laddove nella città di Massimo Mila si inaugura un ciclo dedicato all'autore di Kat'a Kabanova portato in scena da uno dei più grandi registi degli ultimi decenni e dei più affini alla sua poetica teatrale, Robert Carsen.

Fin dal primo levarsi del sipario, ecco tutta la classe indiscutibile del maestro canadese a dar corpo a quella che non è semplicemente una favola per bambini, anzi, si sarebbe tentati di dire che non lo sia affatto: piuttosto una fiaba filosofica, una poesia profonda, lieve e raffinata.

Raffinata come quella distesa di foglie autunnali bagnata da una luce dorata, tutt'uno con il manto fulvo della volpe; il ciclo delle stagioni la ricopre di un candido velo, assume un aspetto quasi lunare prima che il disgelo (con quale arte teatrale reso dal semplice ritirarsi del telo bianco nella penombra!) riveli, in un'atmosfera rugiadosa, verdi germogli primaverili. È il bosco, ma non ci sono alberi, li immaginiamo soltanto quando dall'alto, da chissà dove, scendono lievi le foglie: quella delle Příhody lišky Bystroušky è una natura che non ha bisogno di essere ricostruita minuziosamente, di presentarsi realistica più che reale. Lo dice la musica stessa, nel suo evocare tutti i suoni del bosco, il ronzio degli insetti, i passi felpati delle volpi, il fremere del vento fra le fronde o il frinire dei grilli, non illustra un grazioso quadretto, ma evoca a un livello poetico più alto, più sottile, più suggestivo. Quello stesso che Carsen rende visibile, contrapposto a un elemento umano scarno, elementare, fatto di casse di legno, steccati, boccali di birra abbandonati sui tavoli dell'osteria che, da una scena all'altra, sembra dissolversi. Un tempo immobile e sospeso, quello degli uomini, stancamente impermeabili al ciclo vitale di una natura che continuamente si rinnova e resta, mentre loro svaniscono.

La rinuncia alla rappresentazione precisa di ogni bestiolina del libretto si rivela, in questo senso, vincente: abbiamo gli animali domestici, cane gallo e galline; abbiamo il tasso sfrattato da Bystrouška, il picchio, la civetta e la ghiandaia; le frasi della zanzara, invece, son cantate dal Guardiacaccia e tutte le altre creature del bosco sono interpretate da piccole volpi. L'opera stessa non è chiusa dalla rana: è la figlioletta (qui già nipote? Come corre il tempo e sfugge alla comprensione degli uomini!) di Bystrouška a salutare l'uomo ricordando che le storie apprese dai nonni.

Ovviamente, volpi e altri abitanti della foresta o del cortile non sono avvolti in penne o peluche disneyani, né si presentano antropoformizzati all'estremo. Gideon Davey, scenografo e costumista, trova la misura perché la distanza rispetto alla gente umana sia ben chiara, ma non sia tanto una differenza reale di specie, quanto ideale, poetica: natura e cultura, maschile e femminile, tempo lineare e tempo ciclico, convenzioni e libertà come assi portanti di un'opera delicata quanto profonda. Bystrouška è una volpe, ma non è una semplice presenza ferina, non è il semplice prototipo dell'astuzia o di qualche altro stereotipo favolistico: è una creatura anarchica e vitale che crede in tutto ciò che fa, che, nella splendida scena del pollaio, arringa con sincerità le galline sfruttate alla rivolta e con altrettanta sincerità, seguendo il suo istinto, si avventerà vorace sulle neghittose pennute. Non c'è la malizia politica del gallo che l'aveva accusata di voler la rivoluzione per sostituirsi all'uomo come padrone, non c'è disegno, solo una libertà senza freni in ogni azione. Ciò nonostante, la libertà puri non basta. La dialettica non comporta rigori e schematismi, né stereotipi: Příhody lišky Bystroušky è un'opera ben più complessa, come complesso è il rapporto indistricabile fra natura e cultura. La nostra eroina subisce il fascino della civiltà umana, sogna di essere una fanciulla, soffre delle chiacchiere intorno alla sua relazione con Zlatohřbítek, perché anche fra le comari pennute il sesso senza matrimonio dà scandalo. Viceversa il Guardiacaccia è affascinato dal bosco e dai suoi abitanti, vuole addomesticare la volpe, ma è lui stesso a esserne vinto, sempre attratto inesorabilmente dal richiamo della natura: il maestro e il parroco, con le loro citazioni in latino e greco antico, lo scapestrato Harašta sono inariditi, ma tutti in qualche modo toccati dall'amore per una donna misteriosa e sfuggente, Terynka, che non vedremo mai, ma che l'insegnante crede di riconoscere proprio in Bystrouška. Ironia, o forse estremo parallelismo fra i due mondi, Harašta uccide Bystrouška quando sta per sposare Terynka, per donarle un pregiato manicotto.

Jan Latham-Koenig dirige assai bene per quel che concerne una prova orchestrale di tutto rispetto, che, dopo l'exploit barocco di novembre [leggi la recensione di Dido and Aeneas], ribadisce la qualità e la duttilità dei complessi torinesi. Tuttavia, la sua concertazione non offre alla messa in scena un corrispettivo sonoro sempre di pari profondità (il monologo del Guardiacaccia nell'ultimo atto avrebbe potuto essere accompagnato con più varietà e sensibilità), pur garantendo senza dubbio una resa complessiva di livello complessivamente assai alto.

La locandina è estesissima, predominano ovviamente i madrelingua con presenze italiane ben amalgamate. Sembrerebbe di far torto a qualcuno limitandoci a un semplice elenco, ma Příhody lišky Bystroušky è un affresco corale, un meccanismo teatrale in cui la voce non è protagonista, è strumento, ben pochi sono i passi solistici di una certa ampiezza. Sicuramente non ci si può esimere dal riservare una lode speciale alla protagonista Lucie Silkenovà, assolutamente perfetta, e al Guardiacaccia di Svatopluk Sem, voce baritonale di ottime potenzialità. Parimenti centrate le prove di Michaela Kapustová (Zlatohřbítek), Eliška Weissová (moglie del Guardiacaccia e Civetta), Jaroslav Březina (il Maestro), Ladislav Mlejnek (il Parroco e il Tasso), Jakub Kettner (Harašta), Lenka Šmídová (l'Ostessa), Roberto Guenno (l'Oste), Martina Pelusi (Pepík), Martina Baroni (Frantík), Carlotta Vicki (il cane Lapák), Diana Mian (il Gallo e la Ghiandaia), Kate Fruchterman (la gallina Chocholka e il Picchio) con le voci bianche Anita Maiocco (Bystrouška cucciolo), Flavio Allegretti (il Grillo), Alessandro Ferraris (la Cavalletta), Giorgio Fidelio (la Rana). Bravi, del pari, i cori di adulti e bambini preparati da Claudio Fenoglio.

Buona la risposta del pubblico, sia nel numero (niente esaurito, ma il colpo d'occhio sulla platea era comunque confrotante) sia nel gradimento finale.

In attesa, entusiasta e scalpitante, di seguire nelle stagioni a venire i prossimi appuntamenti del progetto Janacek-Carsen.

foto (dove non diversamente specificato) Ramella Giannese


 

 

 
 
 

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