L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

seong-jin cho

Un secolo breve di musica russa

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia invita a Roma una delle punte di diamante della direzione d’orchestra mondiale: Valery Gergiev, carismatico e affascinante interprete di un vastissimo repertorio, soprattutto quello della sua patria. Le composizioni presentate, infatti, ben rappresentano l’arco temporale del ‘secolo breve’ (alla Hobsbawm) della musica russa: il Concerto n. 3 in re minore per pianoforte e orchestra op. 30 di Sergej Rachmaninov (del 1909), Le sacre du printemps. Quadri della Russia pagana di Igor Stravinskij (1913) e il Concerto per orchestra n. 1 “Naughty Limericks” (per la prima volta eseguito in Accademia) di Rodion Ščedrin(1963). Al pianoforte, per Rachmaninov, il giovanissimo Seong-Jin Cho, enfant prodige coreano.

ROMA, 4 febbraio 2017 – Valery Gergiev è una bacchetta unica al mondo: profondità, competenza, gusto personalissimo sono la firma di ogni sua esecuzione. Possiede un carisma impenetrabile: algido eppur ardente, Gergiev eccelle nella lettura musicale e appare quasi un personaggio del secolo d’oro della letteratura russa. E proprio la musica russa è la protagonista della serata, quella dello hobsbawmiano ‘secolo breve’, da Prokof’ev a Ščedrin, passando per Stravinskij – ma non per Šostakovič, che pur aleggia nel Concerto “Naughty Limericks” di Ščedrin. L’orchestra è in forma smagliante e segue perfettamente le direttive di Gergiev: Naughty Limericks emerge in una perfetta armonia di dissonanze, di ossessive ripetizioni di cellule ritmiche, in una complessa trama di impasti sonori, in un’ossessione di frammenti melodici talmente elementari da risultare straordinari. La composizione si basa sulle nuance della canzone popolare castuska, che spesso si traduceva in una pasquinata contro il potere costituito. Umorismo, folklore (comunque «lontano dal rassicurante folklorismo sinfonico propugnato dall’estetica ufficiale del regime» come scrive Oreste Bossini, da cui citerò d’ora innanzi), arditezze strutturali, ricerca di un impasto originale, non possono nascondere l’irrequietudine che si percepisce fra le note: «l’umorismo di Ščedrin non ha forse il carattere oscuro e a tratti inquietante delle pagine grottesche di Šostakovič, ma appartiene al medesimo filone di realismo disincantato, così connaturato nell’arte e nella cultura russa». L’esecuzione merita i calorosi applausi.

Il Terzo concerto di Rachmaninov è una pietra miliare della musica del secolo scorso: composto per la tournée americana del 1909, rappresenta già un linguaggio per taluni versi rivoluzionario, sebbene l’autore avesse una percezione di sé che «era quella di un interprete attuale del retaggio romantico». Al pianoforte siede il giovanissimo Seong-Jin Cho, al suo debutto in Accademia. Vincitore nel 2015 dello Chopin di Varsavia, con un contratto in esclusiva per la Deutsche, il coreano sta attraversando tutte le tappe per consacrare una carriera internazionale di primissimo livello. Un’eccellente tecnica, coniugata a un talento a tratti ginnico, ne fanno un buon interprete, soprattutto di certo repertorio. Ennesimo fiore giunto dall’estremo oriente, Cho non è però afflitto dalla proverbiale freddezza esecutiva di moltissimi suoi (latamente) conterranei. Del resto, la ‘freddezza’ che noi attribuiamo agli interpreti orientali null’altro è se non la loro oggettiva e comprensibile impossibilità di penetrare a fondo il nostro modus vivendi e di concepire l’esistenza attraverso il linguaggio, mediato e metaforico, della musica. Cho non si risparmia nell’esecuzione del celeberrimo Allegro ma non tanto (I): il brevissimo tema è eseguito con concentrata intensità, variandolo in minime sfumature nelle sue tre occorrenze. Il virtuosismo c’è, il colore anche, sorretto da una perfetta esecuzione orchestrale: il tutto è guidato dal vigile Gergiev, che non può però infondere a Cho la poetica rachmaninoviana, fatta di una patina classica apparentemente renitente alla modernità, di cui pur cade affascinata. Sarà anche l’età: certo, a poco più di vent’anni, affrontare un monumento dell’arte pianistica come il Terzo di Rachmaninov lascia esterrefatti, ma consci che qualcosa nell’interpretazione debba necessariamente perdersi. Così all’anima puramente russa, infusa, grazie all’orchestra, da Gergiev, si contrappone un’ansia estetica, da parte di Cho, mirante alla ricerca di una retorica dell’effetto che in parte ammalia, epidermicamente, ma non ricerca l’anima del pezzo. Infatti, nell’Adagio (II), di stampo più ‘classico’, meno complesso interpretativamente, il cristallino talento di Cho emerge appieno: il coreano ricama dolcemente sulle volatine e può adagiarsi su un percussionismo tipicamente tardoromantico. Del Finale (III) Cho sente bene i cromatismi cangianti e li esegue con piglio descrittivo, certo, miniaturista direi – con predilezione per taluni eccessi pedalistici – ma la riuscita del pezzo è assicurata: dell’ottimo feeling fra Gergiev e Cho testimonia il galop che chiude il movimento e molti momenti squisitamente timbrici, come quelli fra legni e pianoforte nel II. Applausi calorosi accompagnano l’uscita di Cho.

Simbolo dell’angoscia novecentesca, quasi foriero delle primitive esplosioni di violenza della Grande Guerra, il Sacre du printemps di Stravinskij fece tanto scalpore forse perché, ancor più scopertamente e violentemente della psicanalisi, non aveva avuto pudore a mostrare, quasi a svelare e, in certo senso, a dimostrare musicalmente, qualcosa di ancor più sconvolgente del dionisismo greco: il primitivo, che ama nutrirsi del sangue e non sospende la realtà per farlo (come fa il dionisismo), ma ne impernia la vita stessa. Valery Gergiev conosce ogni nota di questo capolavoro assoluto e la fa palpitare dello spirito pagano, stordente, destabilizzante dell’avveniristica scrittura stravinskiana. La direzione di Gergiev è semplicemente magnifica: aggiunge alle innumerevoli interpretazioni un velo di recisa sobrietà, che lascia trasparire inesorabilmente la sanguigna trama ritmico-armonica, senza appesantirla di sovrastrutture interpretative. Pur nella sobrietà, Gergiev si libera e libera l’orchestra che vive, pulsando, i tormenti arcani di una paganità irrequieta ma in armonia con la natura. Il russo lascia un’impronta indelebile nella mente degli ascoltatori: il gesto fa esplodere le tremende dissonanze, taglienti come una sciabola, l’ossessiva ripetizione ritmica, l’insinuarsi sinuoso, quasi esoterico, degli strumenti nella trama orchestrale. Insomma, un Gergiev straordinario: gli applausi sanciscono l’amore che Roma prova per questo incredibile talento, dal carisma ineguagliabile.


 

 

 
 
 

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