L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

Mute immagini e suoni invisibili

 di Roberta Pedrotti

Prosegue il progetto della Sagra Musicale Malatestiana che ogni anno affida una partitura seicentesca a firme del teatro di ricerca. Quest'anno i Madrigali guerrieri di Monteverdi sono riletti da Muta Imago mentre, a latere, il cembalista e direttore Francesco Cera e il tiorbista Francesco Romano si presentano anche come solisti in un omaggio a Frescobaldi e Kapsberger.

RIMINI, 23 e 24 settembre 2017 - Barocco e contemporaneo, musica antica e teatro di ricerca: perché no? Lo sposalizio non è poi così bizzarro, in realtà, se si pensa a quanto si è osato, sperimentato, elaborato nel XVII secolo e nelle immediate vicinanze, dando vita a una straordinaria varietà di spettacoli arditi e irripetibili.

Da qualche anno a Rimini si percorre la strada di affidare testi seicenteschi a collettivi artistici con un retroterra affatto estraneo agli ambienti del melodramma e delle esecuzioni storicamente informate, non già per proporre un’esecuzione sic et simpliciter del testo, come una normale produzione lirica o concertistica, bensì per esplorare la reazione chimica – alchemica, diremmo – fra elementi per certi versi simili, ma lontanissimi per altri. I risultati sono i più diversi, dalla perfetta inclusione delle musiche (e degli interpreti) di Purcell per una lettura radicale del King Arthur [leggi le recensioni della prima di Rimini e della ripresa di Bologna] all’intrusione, nell’allestimento sperimentale dell’Aminta del Tasso, degli intermezzi dell’Orfeo dolente di Belli quasi come corpi deliberatamente estranei [leggi la recensione].

Quest’anno, a onorare i quattrocentocinquant’anni dalla nascita, a esser chiamato in causa nel cimento, o nel dialogo, fra antichi e moderni è Claudio Monteverdi, non già con la sua unica opera superstite (ché le veneziane che completerebbero l’ideale trilogia sono in realtà figlie di parecchi padri), bensì con i Madrigali guerrieri che costituiscono la prima parte dell’Ottavo libro.

Se Il combattimento di Tancredi e Clorinda, che costituisce il culmine della sequenza in parallelismo con Il lamento della Ninfa nei Madrigali amorosi, è una delle pagine più note e frequentate della produzione monteverdiana, l’ascolto integrale dei "canti di Marte" è assai meno consueto e costuisce una ghiotta attrattiva. La raccolta, completa come nelle sue due parti, si presenta infatti come uno dei frutti più succosi della maturità di Monteverdi, che eleva il madrigale a vertici di inusitata raffinatezza, perfino di spettacolarità, non essendo più, come nell’origine cortigiana, destinati alla fruizione diretta di esecutori anche insigni dilettanti e di pochi intimi, bensì pensati per una performance professionale, con attente prescrizioni per quel che concerne lo stile rappresentativo, il “canto senza gesti” e le sequenze coreutiche.

Per quanto la pubblicazione dell’Ottavo libro nel 1638 comprendesse lavori risalenti ai due decenni precedenti, la raccolta si distingue per una sorprendente, sottilissima coerenza, per una rete di rapporti retorici e drammaturgici interni che contrappongono, più che Marte a Cupido, un amore agitato e contrastato – che culmina nella morte dell’oggetto amato e nella pacificazione nella fede (il battesimo di Clorinda) con la celebrazione della gloria (il ballo finale) – e un amore-languore che conduce alla punizione delle Ingrate sprezzatrici del sentimento altrui. Circoscritto all’amore come guerra (in tutte le declinazioni: fra amanti ricambiati o meno, dell’amante con sé stesso e i propri desideri), il ciclo ispira al gruppo Muta Imago, nelle persone della regista Claudia Sorace e del drammaturgo Riccardo Fazi, l’intreccio di tre azioni dipanate ciascuna in brevi episodi: il perdersi, inseguirsi, trovarsi di due coppie  –  due bimbi a incarnare un’ingenua giocosità e due anziani per un erotismo maturo e crepuscolare – e il rituale duello di corteggiamento fra due uccelli tropicali incarnati da due ballerine (più che ambiguità, astrazione dalla sessualità in parallelismo con il camuffamento virile di Clorinda). Tuttavia, fra tutte le belle parole spese nei saggi del programma di sala, un’espressione salta all’occhio sulle altre: “colonna sonora”. Si ha, difatti, l’impressione che il lavoro mimico e coreografico di Muta Imago prenda le mosse dai temi dei Madrigali guerrieri, ma che sovrapponga le proprie immagini senza instaurare un costante rapporto dialettico con il testo poetico e musicale, una reale corrispondenza – foss’anche per contrasto – con la parola cantata che del madrigale è cardine.

Certo, soprattutto nelle prime file del teatro degli Atti, suggestivo ma privo di un palco tradizionale, ci si trova allo stesso livello e a pochi passi dall’azione coreografica, immersi nella dimensione visiva a discapito di quella sonora, inscatolata sul fondo, fonte un po’ ingombrante della necessaria “colonna sonora”. Le caratteristiche della sala – un parallelepipedo in muratura alto, lungo e stretto – non si può dire che agevolino il compito della mise en espace di cantanti, strumentisti, attori, tersicorei ed elementi scenici (pur semplicissimi, un sipario di frange e una cortina di fronde a evocare il ritorno alla natura incontaminata di una foresta pluviale) e la soluzione resta interlocutoria, anche perché il tessuto monteverdiano non sempre giunge con la dovuta pregnanza e omogeneità.

Francesco Cera, a capo dell’Ensemble Arte Musica, cerca la coerenza con la messa in scena rinunciando, per i balli da inserire fra i sonetti conclusivi, alla solennità grandiosa suggerita dal testo e dalla sua prima destinazione in onore dell’imperatore Ferdinando III d’Asburgo e optando per il tono più dimesso e popolare – e più affine al ritorno alla natura del corteggiamento ornitologico – della celebre Ciaccone di Tarquinio Merula. Con lui al cembalo troviamo i violini di Prisca Amori e Gabriele Politi, la viola di Ottavia Rausa, il violoncello di Andrea Lattarulo, il lirone di Silvia De Maria, la tiorba di Francesco Romano e Francesco Tomasi (quest’ultimo anche chitarra barocca). Le voci sono di Lucia Franzina, soprano, Daniela Salvo, mezzosoprano, Alberto Allegrezza e Massimo Altieri, tenori e alti, Andres Montilla-Acurero e Riccardo Pisani, tenori, Walter Testolin e Marcello Vargetto, bassi. Fra tutti spicca, affrontando a testa ben alta il cimento del Testo nel Combattimento, il ventottenne Pisani, che conferma il bel risultato dell’Orfeo dello scorso anno e si impone come una delle voci più interessanti e degli artisti più seriamente preparati per questo repertorio nell’ultima generazione.

Nel fittissimo calendario della Sagra Musicale Malatestiana, fra produzioni teatrali, grandi concerti, eventi speciali e appuntamenti collaterali, la musica torna protagonista assoluta nel microscopico Oratorio di San Giovannino, che offre la sera del 24 settembre un’inconsueta nicchia acustica per le sonorità intime di cembalo e tiorba. Tornano, dopo il cimento monteverdiano, Cera e Romano a rendere omaggi speculari a Girolamo Frescobaldi e Giovanni Girolamo Kapsberger, pressoché coetanei ambasciatori dei rispettivi strumenti alla corte romana dei Barberini. Coccolati dalle dimensioni della sala e dal rivestimento ligneo, si susseguono pezzi di diverso carattere retorico e registro espressivo: toccate, canzoni, partite, danze, mascheramenti popolari e pagine rimaste note con il nome stesso dell’autore. Pizzicando ambedue le proprie corde, cembalo e tiorba possono dialogare e distinguersi in un idioma affatto simile, giocando su allusioni, arditezze ironiche (come quel glissando inserito dal tiorbista Kapsberger nel Colascione e citato da Romano come il probabile primo esempio del genere) e forbitezze formali. Sedotto dalle atmosfere del barocco romano, il pubblico, attento e ben motivato, applaude con un calore che scalda almeno un po' l'aria pungente dell'autunno sopraggiunto.