L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L'Aida sfumata

di Roberta Pedrotti

Il Teatro Comunale di Bologna tentò di scritturare Federico Fellini per una regia d'opera. Avrebbe dovuto essere Aida, con la direzione di Vladimir Delman, ma alla fine il progetto non andò in porto.

Nel centenario dalla nascita di Federico Fellini, Gina Guandalini ci ha offerto un bel ritratto del regista e del suo rapporto con la musica [Omaggio a Federico Fellini]. Con la musica e con l'opera, che resta per lui un mondo estraneo, benché le occasioni di contatto non siano mancate ed echi melodrammatici di percepiscano chiaramente in film come E la nave va.

Poco nota è, per esempio, la vicenda dell'invito a realizzare una regia lirica, coeva proprio alla genesi di E la nave va. La racconta con dettagliata documentazione Nicola Pirrone nel suo volume dedicato a Vladimir Delman e già recensito dall'Ape Musicale (Vladimir Delman...con il cuore in gola). La stagione 1981/82 del  Comunale di Bologna, la prima dopo una forzata chiusura per restauri (il teatro era infestato dalle termiti), si sarebbe inaugurata il 5 dicembre con Aida concertata da Delman e il direttore artistico Loris Azzaroni, il sovrintendente Giorgio Festi e il sindaco Renato Zangheri tentarono il gran colpo: il debutto di Fellini alla regia lirica.

Un sopralluogo in teatro, Fellini accompagnato da una Giulietta Masina accesa sostenitrice del progetto, ha esito fumoso. In realtà Festi racconta di aver subito intuito che l'idea non sarebbe andata in porto: il regista era apparso come un pesce fuor d'acqua, "incapsulato" in spazi non suoi. Tuttavia, al primo incontro ne seguono altri con Delman, l'accordo è per ritrovarsi a Roma e progettare l'allestimento. Fellini acquista i dischi dell'opera, il maestro gliela suona tutta al pianoforte, cercando di persuaderlo della modernità e della forza di quel soggetto: "Non c'entra niente l'Egitto! È una storia d'amore molto moderna, di due giovani contro la guerra e il potere".

In realtà, almeno un'immagine si affaccia alla fantasia felliniana: un fondale nero, cantanti in abito da sera, impostazione oratoriale, tranne che per il Trionfo, quando avrebbe fatto irruzione un "variopinto, clamoroso spettacolo da circo" (così riferisce Renzo Renzi in L'ombra di Fellini). Si tratta, però, solo di una suggestione fugace. Fellini affida a un articolo per il mensile Bologna Incontri la sua riflessione e la sua parola definitiva sulla questione Aida. Racconta di come l'opera faccia parte dell'humus culturale in cui è cresciuto, con le arie che sentiva cantare dagli artigiani o dagli ubriaconi, o con l'esperienza (un tantino romanzata) come comparsa alle Terme di Caracalla, della vicinanza con musicisti, ma anche della sua intima estraneità al genere. Non riesce ad appassionarsi all'opera, l'ardore con cui Delman cerca di coinvolgerlo gli pare ammirevole, ma non lo smuove, perché sa che da lui si chiede di essere "felliniano" ma anche di muoversi in un mondo con regole precise, in cui la sua libertà assoluta di regista demiurgo deve scontrarsi con troppe limitazioni, con un tipo di lavoro di squadra che non fa per lui. Si sente come un arredatore chiamato a occuparsi di "un appartamento di cui si siano già decisi i volumi, gli spazi, le tinte."

Insomma, niente da fare e il sovrintendente ricorda d'averlo appreso dai giornali, con tempi ormai stretti. Sopraggiunge Luciano De Vita, scenografo più che regista a parere dello stesso Festi, ma anche un "amico" che al Comunale già aveva fatto "una stupenda Turandot e un Otello".

Nel recensire la tribolata inaugurazione, Duilio Courir, sul Corriere della Sera precisa: "Sappiamo che a sostenere la regia di Aida era stato chiamato Federico Fellini, ma Fellini si è defilato conoscendo probabilmente i pericoli dell'impresa e una cosa assai semplice: l'amore per il melodramma non è la stessa cosa dell'interpretazione del melodramma". Per di più, aggiungiamo, il musicalissimo cineasta l'opera non l'amava poi tanto: si sentiva impermeabile e alieno al suo mondo, ai suoi codici, anche se in un certo senso facevano anche parte di lui.

"L'opera ha un aspetto di follia davvero affascinante. Le mie riserve? È che non ne so niente di niente. L'opera fa parte della mia italianità come i bersaglieri, Garibaldi, gli imperatori romani, 'Celeste Aida', 'Questa o quella per me pari sono', 'Stride la vampa': sono voci che ci hanno accompagnato da sempre. Le ho sentite da sempre. Queste cose sono talmente nostre che diventano estranee come l'inconscio. Io provo per l'opera una familiare estraneità" scrive Fellini su Bologna Incontri.

E, difatti, l'idea in qualche modo l'aveva intrigato, se per qualche mese aveva lasciato aperto un pur vago spiraglio. Chissà se veramente ci ha pensato o se piuttosto è stato travolto dall'entusiasmo di chi lo incitava ad accettare. Di certo, non era mestier suo, lo sapeva, lo ha ammesso lasciandoci non il senso di un'occasione perduta, ma di un incontro che, per quanto possibile, non era scritto nel destino. E, quindi, è stato giusto così.


 

 

 
 
 

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