L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Controllo, libertà, magia

 di Ramón Jacques

Simpatica, amabile, intelligente ed elegante sono gli aggettivi con cui si potrebbe descrivere Annick Massis. Il talentuoso soprano francese è fra le più distinte intepreti del repertorio belcantista. Dopo aver conseguito due lauree, Annick ha sostenuto il suo debutto professionale nel 1991 al teatro Capitole de Toulouse, e da lì ha intrapreso una felice carriera che l'ha portata a esibirsi nei teatri, nei festival e nelel sale da concerto più importanti del mondo, lavorando dai più importanti direttori e registi, al fianco dei più prestigiosi colleghi.

Come una stella che brilla di luce propria e come una vera signora, Annick si è mostrata amabilmente disponibile a conversare sulla sua carriera ma anche a esporre interessanti punti di vista sulla professione di cantante.

Annick, sei un celebre soprano di coloratura: possiamo parlare un po' di quel che significa per te la tua voce?

La voce per me è la vera essenza dell'essere umano. Generalmente si parla molto della voce del tenore, ma la voce del soprano di coloratura è una delle più difficili da gestire. Chi ascolta un soprano di coloratura ha qualche pregiudizio, per lo più dettato da gusto personale, dalle esperienze teatrali o dai dischi ascoltati, il che non è necessariamente il miglior punto di riferimento, essendo il disco una testimonianza o una foto scattata in un determinato momento e non mostra sempre le autentiche qualità del cantante dal vivo. Questo fa sì che le aspettative siano più alte per tutte le voci, ma ancor più per il soprano, che viene considerato molto diversamente, perché si richiedono purezza, facilità, flessibilità, colore, pienezza, virtuosismo, acuti e note gravi. Da un soprano si pretende tutto! E si auspica che sia bella e disinvolta sulla scena. C'è, però, bisogno di tempo per coltivare una voce, consolidarla e crescere con essa. So che la mia voce si è identificata con me sempre più negli anni tenendo conto delle esigenze della professione e del pubblico, nel passare del tempo si sta arricchendo in colore e pienezza ed è emozionante constatare come ad anni di differenza un'aria si possa cantare in modo diverso e come ci si possa sorprendere noi per primi della nostra voce. Ho imparato a conoscerla, a riconoscere i suoi limiti e andare avanti con consapevolezza del mio stato d'animo e delle mie condizioni fisiche così che la mia voce si esprima con controllo e libertà. Il processo che permette di aprire la bocca ed emettere un suono è molto complesso, ma è anche magico. Io sono passata da una vocalità molto leggera a una più corposa, ma non ho mai forzato e mi sono sempre preoccupata di servire la musica nel modo migliore. E mi rendo anche conto del piacere che sento quando lo faccio, e questo è indispensabile per cantare.

Ci sono cantanti che consideri tuoi modelli vocali?

Si, ho come modelli le voci che mi hanno commossa e mi hanno risvegliato nell'animo, con le loro emozioni, drammi e gioie; e che hanno provocato vibrazioni nel mio corpo, come Birgit Nilsson, dalla potenza incredibile, o la Caballé, la Callas e la Sutherland, che ho avuto il piacere di conoscere lavorando con Richard Bonynge. Penso che le grandi cantanti ammirate in tutto il mondo non siano mai indifferenti né all'udito né alla vista. Una costruzione vocale è troppo astratta e deve acquisire concretezza, radicarsi fisicamente, e ascoltare le voci che amiamo e che ci parlano è una guida per formare la tecnica, il colore, la vibrazione.

Sei d'accordo con chi ritiene la voce femminile lo specchio dell'anima della cantante?

Sono d'accordo e dirò di più: per quanto mi riguarda, è talora il riflesso del mio stato fisico ed emotivo. Ciò non è comunque percepibile da tutto il pubblico. Per esempio, un cantante che riceva una cattiva notizia prima di esibirsi, deve sopportare senza tradire la sua espressione. Ma chi ha perso una persona cara non canterà come chi ha appena ricevuto una proposta di matrimonio. Esiste uno stato emotivo più o meno gestibile con il quale dobbiamo sempre confrontarci. Spetta al cantante non lasciare che la debolezza delle emozioni interferisca con l'emissione vocale. Le situazioni che viviamo incidono sulla nostra voce. Bisogna essere molto professionali per controllare l'impatto dei colpi della vita, quando si canta si arricchisce la personalità artistica della voce, ma credo che anche possa essere un danno: se il controllo che si impone l'artista si abbassa e viene a mancare un filtro, si può perdere la voce. Ciò può avvenire a chiunque, perché in ultima analisi la forza di un cantante ha un limite. Non deve essere permeabile all'esterno, deve sapersi proteggere il più possibile, cosa che io non facevo ai miei esordi. Un cantante può sembrare freddo e duro, ma ha le sue ragioni, giacché si esige da lui una grande energia mentale per esibirsi sempre soggetto a pressioni e aspettative.

Come hai scoperto l'opera?

Ho scoperto l'opera perché mia madre cantava operette e mio padre era baritono a Radio France, dopo aver lavorato come ingegnere. Anche se i miei genitori hanno cercato di dissuadermi dallo studio di uno strumento o della musica in genere, in casa mia ho sempre ascoltato molto, per esempio Ravel, i concerti per violino e orchestra di Strauss, i russi, i francesi, Verdi e altri generi come il pop. Tutti mi piacevano molto. Quando ascoltavo una voce lirica drizzavo subito le orecchie ed era una gioia per me riconoscerne il timbro: ho pensato che avrei dovuto anch'io cantare così. Poi è venuta la fascinazione per il violino, il suo suono mi faceva cantare perché mi pareva che anche lo strumento lo facesse e mi pareva ingiusto che potesse legare ed estendere le frasi oltre le possibilità di un cantante. Cercai di imitare quegli ampi fraseggi senza successo.

È stato così che da bambina ho scoperto il mondo dell'opera, solamente con occhi e orecchie ben aperti. Osservavo e assorbivo tutto come una spugna: colori, emozioni, costumi, scene, movimenti di coro e solisti. Ero affascinata da questo mondo, e anche se non ho potuto avere accesso a uno strumento cantavo tutto il tempo!

E oggi? perché ami il canto?

Perché cantare è poter dire in tutta libertà, in un modo diverso ciò che non si poteva dire, o perché non lo si sapeva o non si era in grado. È un modo di esprimere ciò che siamo, le emozioni, di comprendere se stessi e gli altri. La musica è un mondo che mi ha permesso di avvicinarmi ad altre culture, lingue e paesi e di scoprire anche più me stessa.

Come ti senti fisicamente e psicologicamente dopo aver cantato?

Dipende dal ruolo, dalla sfida, dalla pressione. Mi sento meglio durante e dopo lo spettacolo, ma per nulla bene prima, perché sono nervosa, essendo molto autocritica, benché ora meno autodistruttiva di un tempo, quando il mio umore era decisamente variabile. Dopo una Traviata o una Lucia, mi sento molto stanca e non solo in quel momento, ma anche due o tre ore più tardi. Il coinvolgimento emotivo è tale che sono Massis in alcuni giorni, ma, quando mi avvicino al pubblico e la risposta è del tutto buona, Annick si rianima e prende vita. A volte uno si sente meglio dopo uno spettacolo nella misura in cui ha saputo dimenticare tutto per poter stare completamente concentrato, poi sembra che cambi il mondo, o lo stato di coscienza, per così dire. Quando ciò avviene è una magia e io sento una gran fatica la mattina dopo, ma anche un gran benessere poi. A volte, i nervi mi impongono di caricare la mia energia come se fossi un computer con la batteria esaurita.

Sono Mozart, Donizetti, Bellini, Rossini e Berlioz e i compositori che più ti hanno attratto durante la tua carriera?

Sono stati i compagni di una vita e ancora lo sono, anche se evidentemente ciò dipende dal fatto che le loro opere si adattano alla mia voce e mi è stato possibile interpretarle. Tuttavia la suggestione è infinita e non c'è un limite a quel che può offrire la musica attraverso diverse epoche. La musica mi ha aiutata in molte situazioni, mi circonda e fa parte della mia vita, mi arricchisce, mi dà molto. I compositori che menziona sono meravigliosi, ma amo anche Verdi, Bizet, Massenet, Ravel. È vero che quest'anno sono stata letteralmente assorbita dalla Traviata, ma mi sento motivata anche a studiare certe arie delle opere giovanili di Verdi, che sono bellissime. Ho, tuttavia, anche ripreso con gusto recentemente Mozart, La sonnambula e Les pêcheurs de Perles.

Fra tutti i personaggi e le opere che hai interpretato, quali ti hanno più profondamente segnata?

Senz'alcun dubbio Le comte Ory, Lucia di Lammermoor, La sonnambula, Donna Anna di Don Giovanni, La traviata, Les pêcheurs de perles sono le opere che più ho cantato, ruoli che mi hanno fatta crescere enormemente e mi hanno dato soddisfazioni. Al principio le parti di Lucia e Violetta sono state difficili perché ci è voluto del tempo per conoscerle bene e mettermi davvero nei loro panni. Ho fatto il mio debutto internazionale con Le comte Ory a Glyndebourne e questo mi ha aperto le porte dell'Italia e del belcanto, poi sono approdata a Mozart. Credo che il belcanto mi abbia permesso di comprenderlo meglio, così come poi mi ha aiutata ad affrontare Verdi e altri.

Come riesci a combinare gli elementi meno conciliabili con il canto nella gestualità, nei movimenti e nei gesti? E come fai a farlo sempre con grazia? 

Non so se sia sempre con grazia, come tu dici, ma senza dubbio è una questione di movimento ed energia. Ho una certa concezione della bellezza e a questa cerco di attenermi; se anche non mi trovo in forma bisogna sempre avere dignità, non cadere nella volgarità e aver sempre il controllo vocale necessario a servire la musica. Mi hanno sempre ispirata e aiutata, per esempio, la danza, il teatro e la ginnastica artistica. Per cantare sulla scena bisogna essere in buona forma fisica, essere onesti con se stessi, come piace a me. Poi, non siamo soli, ma in una produzione abbiamo direttore e regista, colleghi, talvolta ballerini e comparse, e sono tutte queste relazioni umane a far sì che emerga il personaggio nell'opera. Questa è la ricchezza che ogni produzione porta, come un rompicapo da ricomporre ogni volta per creare quell'enorme macchina che è una messa in scena operistica. È, giustamente, il lavoro di diversi mestieri che uniti e in collaborazione creano la magia che permette alla voce di noi cantanti di emergere e trasportare lo spettatore in un altro mondo. Tuttavia io credo che la risposta alla tua domanda si trovi nella fiducia nella musica, nella passione e nell'amore per il canto, che è quello che credo di trasmettere. Non sto dicendo che lo posso fare sempre, ma sempre mi meraviglia quello che una vibrazione prodotta dalle corde vocali può provocare.

L'armonia fra carriera e vita private è difficile da raggiungere?

Fare questo tipo di carriera non è facile, come non lo è stato per me. Uno dei miei pochi insegnanti mi ha detto che la musica è un'amante molto gelosa e sono d'accordo. Molto tempo lontana da casa, viaggi, una vita irregolare e piena di imprevisti, stress, movimenti, cambi di fuso orario, alimentazione, di ritmi frenetici. Dietro questo lavoro c'è molta solitudine e la remota possibilità di incontrare un partner che accetti di seguirci e che ci ami per quel che siamo e non per come appariamo in pubblico; uno che possa darci un po' di tranquillità mentale, per esempio, che ci appoggi e ci dia forza. Non tutti possono incontrare una persona così. La gente dall'esterno ci dice quanto sia bello il nostro lavoro, e anche questo è vero.

Un luogo o una situazione in cui ti senti bene e rilassata?

Buona domanda. Potrebbe essere il mar bretone o quello blu delle Maldive, o una scenografia dove creare momenti magici con grande libertà ed emozione, in stato di grazia. Quando cammino per Parigi e la percorro a piedi, da un capo all'altro della città, soprattutto fra gli alberi e la natura.

Quali sono i migliori ricordi della tua carriera?

Sono molti, ma ricorderei le mie recite di Lucia di Lammermoor al Metropolitan con James Levine, La traviata con Acocella, La sonnambula con Oren, Il viaggio a Reims alla Scala con Ottavio Dantone, Platée all'Opéra Garnier con Minkowski, La Juive alla Bastille con Oren.

Al di là del canto, che talento vorresti avere?

Mi piacerebbe poter dipingere in silenzio, poter imparare la danza balinese o indù, con il linguaggio delle mani e del corpo secondo le loro tradizioni, e mi piacerebbe poter volare.

Cosa ti preoccupa del mondo di oggi?

Penso a molte cose, come le guerre o le persone che ogni giorno muoiono. La triste conferma che le relazioni possono degenerare fino alla distruzione e alla morte di tanti esseri umani. Una cosa che mi sorprende ogni volta di più è lo stato d'agonia del nostro ambiente: ho come l'idea che l'egoismo dell'umanità porti alla distruzione della terra e della natura. Mi spaventa la direzione che stanno prendendo le nostre società, noi stessi, distruggendo ogni cosa per il piacere e l'egoismo di pochi. È una triste realtà.

Alla fine, ha ancora desideri per la tua carriera, ruoli che vorresti cantare, o ti senti soddisfatta di dove sei arrivata?

Certamente, ci sono ancora cose che mi piacerebbe cantare. Ho sempre curiosità da soddisfare, nuove musiche da scoprire e nuovi personaggi da interpretare.  Vorrei poter esplorare ancor di più Verdi e Bellini, o cantare cose che finora non ho ancora fatto. Vorrei tornare a cantare Juliette, Manon, continuare con La traviata, affrontare Maria Stuarda e Anna Bolena. Sono soddisfatta della mia carrriera, ma sono sempre molto curiosa.

http://www.annickmassis.com/


 

 

 
 
 

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