L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Caffé Belcanto

di Roberta Pedrotti

Alla vigilia dell'ultima recita di Aureliano in Palmira abbiamo incontrato la primadonna del XXV Rossini Opera Festival, Jessica Pratt. Il servizio comprende anche il filmato della conversazione.

PESARO, 21 agosto 2014 - Il luogo dell'appuntamento, in una piazzetta dove ha trovato collocazione (almeno temporanea) una scultura realizzata per l'allestimento di Zelmira nel 2009, ha un nome che sembra scelto appositamente per l'occasione, il caffé Casetta Vaccaj, che richiama quel Nicola Vaccaj, compositore marchigiano stimato da Rossini, autore di un rinomato, e utilissimo, metodo di canto e di un'opera, La sposa di Messina, dalla quale Jessica Pratt propose la cavatina “Figli a una sola patria” nel suo trionfale, memorabile concerto pesarese del 2012.

Arriva, Jessica Pratt, in un caldo pomeriggio (l'estate è stata clemente e ha sorriso almeno al ROF) alla vigilia dell'ultima recita di Aureliano in Palmira e già prima di accendere la videocamera per l'intervista ufficiale la conversazione è amabile quanto interessante. Si ricordano le prime esperienze nei teatri lombardi con Lucia di Lammermoor, I puritani e La sonnambula e con una sensibilità autentica e lungimirante ammette che oggi non sarebbe giusto per lei ricomparire su quei palcoscenici: non per divismo, ma per non rubare lo spazio per altre giovani che hanno il diritto alle stesse opportunità di cui lei ha goduto per debuttare in questi ruoli e crescere artisticamente. Poi si parla della particolarità della scrittura di Zenobia in Aureliano in Palmira, parte bifronte in cui sembrano convivere le inflessioni mezzosopranili che saranno dei ruoli Colbran e le tessiture più acute e schiettamente sopranili di altri personaggi. Benché, ci spiega, basandosi principalmente sull'aria del primo atto, si sia abituati ad associare la regina siriana a voci di soprano leggero, in realtà la partitura insiste parecchio sul registro centrale e risulta decisamente faticoso gestire questa ambivalenza, che comunque riflette anche l'ambiguità del personaggio, il suo essere amante e guerriera, il suo esprimere tenerezza e fierezza, con una punta d'irrealistica “megalomania” nello sfidare tutta la forza dell'impero romano. La conversazione tocca anche aspetti della figura storica di Zenobia confrontata con quella resa dal libretto di Romani e dalla musica di Rossini.

Nell'Aureliano il suo partner era Michael Spyres, con il quale ha condiviso il palcoscenico in molte importanti occasioni, fra cui l'Otello di Rossini nel 2008 a Wildbad, che costituì per entrambi una sorta di lancio internazionale come stelle del belcanto, Candide di Bernstein a Roma e Ciro in Babilonia a Pesaro nel 2012. Nel nominarlo il sorriso si illumina, per l'evidente affiatamento fra le loro personalità d'interpreti (è chiaro, ascoltandoli, come l'ebrezza elettrizzante del belcanto abbia sempre alla base un'idea drammaturgica), per la perfetta armonia fra le voci, per la stima reciproca che si racchiude nella definizione ironica di “tenore che pensa, senza offesa per gli altri”. Sarebbe un piacere lavorare insieme più spesso, ma, purtroppo, non sempre i rispettivi impegni lo permettono.

La Pratt, da appassionata, predilige ascoltare le voci antiche, come quella della connazionale Nellie Melba, e lo fa sui supporti originali, con il suo personale grammofono; precisa come, nella resa ovviamente non fedele degli armonici, quel che più l'affascina e considera un ideale imprescindibile è la purezza, l'eleganza della linea, del legato del canto sul fiato. Cita poi nomi come quello di Mariella Devia, o delle sue insegnanti Lella Cuberli (con la quale ha approfondito la tecnica belcantista e prepara il repertorio) e Renata Scotto (con la quale ha impostato il lavoro sul personaggio e sulla parola), o altri colleghi con i quali ha diviso il palcoscenico: Ewa Podles (“una grande artista e una donna simpaticissima”), applaudita anche dal loggione nel suo recital del 20 agosto, o Daniela Barcellona, con la quale ha trovato una speciale affinità artistica in Adelaide di Borgogna nel 2011. Parlando proprio di queste recite e dell'efficacia anche teatrale di una coppia tanto maestosa, Jessica Pratt tiene però a precisare quanto sia assurdo pensare a un canone estetico nella definizione del physique du rôle, perché non è la statura o la silouette a rendere appropriata una presenza scenica, ma il portamento e la capacità attoriale di rendere sempre credibile l'interazione fra i personaggi.

Passando in rassegna i suoi ruoli rossiniani, per lo più tragici e regali, ci confessa di amare poco la Mathilde del Guillaume Tell, che poco la stimola sotto il profilo psicologico, mentre annuncia per il suo futuro Semiramide e ammette che affronterebbe con grande piacere anche parti brillanti, come Fiorilla nel Turco in Italia. D'altra parte la scatenata Cunegonde del Candide l'aveva già trovata interprete formidabile e divertita e ci racconta con piacere che è imminente anche il debutto come Marie nella Fille du régiment.

Musetta è un altro fra i ruoli che più la divertono, anche perché d'impegno limitato rispetto a quelli che solitamente affronta, e con un sostegno più corposo dell'orchestra, che non impone così la continua concentrazione necessaria nel Belcanto del primo Ottocento, dove l'accompagnamento più essenziale, spesso per semplici arpeggi o pizzicati, rende più impegnativo mantenere sempre perfettamente l'intonazione. Quando canta Musetta, Jessica Pratt ci racconta che può permettersi qualche svago e di visitare le città dove si trova, mentre un ruolo come Zenobia impone una vita quasi di clausura. Tuttavia, l'ultimo atto la commuove inesorabilmente e La bohème, con I Capuleti e i Montecchi di Bellini (che la muovono alle lacrime molto più del pur bellissimo Romèo et Juliette di Gounod) e La traviata, è sicuramente una delle opere che più la coinvolgono emotivamente.

Ci rivela che proprio Violetta Valery è stata fra i ruoli che più l'hanno provata per l'intensità del coinvolgimento interpretativo e appunto per questo preferisce non affrontarla troppo spesso, pur rimanendo un'opera amatissima, una delle poche verdiane che intende cantare (le altre sono Giovanna d'Arco e Rigoletto).

Un aneddoto relativo al suo recente debutto a Melbourne nei panni della Signora delle camelie spinge a nuove riflessioni: una signora del pubblico le avrebbe detto che non intendeva tornare a vedere La traviata perché era un'opera che aveva “già visto una volta in teatro”. L'obbiettivo di ogni artista dovrebbe proprio essere quello di rendere ogni recita interessante, di far si che valga sempre la pena di andare a teatro. In particolare Jessica Pratt ci fa l'esempio diLucia di Lammermoor, il ruolo forse più amato e più spesso affrontato, cui ogni produzione permette di conferire una sfumatura differente lavorando con regista, colleghi e direttore. Lucia può essere vista come delirante fin dall'inizio o come progressivamente portata a scivolare nella follia, più o meno consapevole, una ragazza cresciuta fra atmosfere notturne e spettrali in un'epoca in cui non esisteva l'illuminazione attuale e l'immaginario poteva assumere contorni più concreti e inquietanti. L'importante è non scadere mai nella routine e continuare a sviluppare nuove sfaccettature del canto e del dramma, anche, per esempio, con diverse versioni della famosa cadenza.

Inevitabile, per un'artista che dall'Australia, dove ha intrapreso gli studi come strumentista a fiato, è poi giunta in Italia per perfezionarsi e muovere i primi passi della carriera, chiedere un parere sullo stato dei teatri d'opera nel nostro Paese. Jessica Pratt è ormai italiana d'adozione (vive a Como) e non fa mistero di amare la patria del belcanto, con la quale sente una naturale affinità elettiva (“Per un cantante wagneriana è logico avere per base la Germania, per il mio repertorio il centro della carriera è inevitabilmente questo”), come si avverte in ogni istante sia per la padronanza della lingua (“il senso della parola è alla base del belcanto”), sia per spirito e, ormai, abitudini, come quella del caffé. Fa notare che in tutto il mondo la crisi si fa sentire, che perfino il Metropolitan di New York è stato a rischio chiusura; dimostra una percezione di respiro più ampio, internazionale, ma ben attento al valore dell'indotto culturale e delle professionalità che animano il teatro, come quelle della sartoria, che conosce bene e che ha all'occorrenza praticato apprendendo il mestiere e sistemandosi anche personalmente i costumi.

Ama sinceramente l'Italia, il Teatro, non è incline a lamentarsi, con naturalezza afferma che il suo, per quanto basato sulla passione, è pur sempre un vero lavoro, che va preso seriamente e che quel che può fare per preservarne la dignità è non accettare scritture da committenti insolventi. Una presa di posizione chiara e semplice, tale da evitare ogni polemica, da parte di un'artista peraltro sempre generosissima nell'esibirsi per beneficenza e in piccole realtà.

Ribadito che a Pesaro torna sempre volentieri e che per Rossini è sempre disponibile, Jessica Pratt ci riassume anche i suoi principali impegni futuri: a Venezia, un'altra città nella quale si esibisce sempre con gioia incantata (le brillano gli occhi parlando della laguna), sarà Donna Anna in Don Giovanni, per la prima volta diretta teatralmente da Damiano Michieletto, e Giulietta nei Capuleti e i Montecchi, ma si lascia sfuggire anche nuovi progetti, ancora top secret, dedicati al grand opéra di Meyerbeer dopo L'Africaine dello scorso anno; la prima esperienza nel repertorio barocco come Cleopatra nel Giulio Cesare di Händel a Torino (“Lella [Cuberli] ha sempre detto che è un ruolo che devo assolutamente cantare”), I puritani e un galà a Firenze, la sua prima Amenaide nel Tancredi a Losanna, ancora Lucia a Lima, un'altra città amata per il calore del suo pubblico e la grande passione per l'opera che vi si respira.

Il tempo passa e altri impegni incombono, i bicchieri sono ormai vuoti e dopo le ultime chiacchiere sul mito della Signora delle camelie, sull'atmosfera pesarese e su Aureliano in Palmira viene il momento dei saluti. Con la speranza di poter presto godere, oltre che dell'arte della musicista e dell'interprete sul palcoscenico, anche della piacevole conversazione della splendida diva venuta dagli antipodi.