L’ape musicale

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Capodanno a Vienna, un mondo fatato

di Andrea R. G. Pedrotti

Incontriamo Enzo Turriziani, primo trombone dei Wiener Philharmoniker, alla vigilia del Concerto di Capodanno 2020. Si parla dell'atmosfera unica della città del suo brindisi musicale all'anno nuovo, della novità costituita dalla versione filologica della Radetzky-Marsch, di Andris Nelsons e dell'avvicendarsi delle generazioni di direttori, con un ricordo speciale per il maestro Mariss Jansons.

Vienna, il programma del Concerto di Capodanno 2020

Rai2/Rai5/Radio3, Concerto di Capodanno da Vienna

Quest'anno il concerto di Capodanno celebra i duecento anni di Beethoven e i centocinquanta anni dall'inaugurazione del Musikverein, sede storica dei Wiener Philharmoniker. Due tappe fondamentali che per la prestigiosa orchestra viennese. Che cosa vuoi dirci del programma che avete pensato per queste ricorrenze?

Il concerto è solitamente agganciato a ricorrenze, anniversari di nascita , di morte o, come quest’anno, l’inaugurazione del Musikverein, quindi un'altra "nascita". Il programma include una pagina di Beethoven che possa funzionare in questo contesto. Ogni brano proposto in questo concerto acquista un carattere diverso, qualcosa di speciale. Non è un pezzo di musica che celebra semplicemente un anniversario, ma un legame storico. Quando si entra nel Musikverein si immagina subito il suono dei Wiener Philharmoniker e quando si parla di Vienna, tra i tanti, non si può fare a meno di parlare anche di Beethoven.

I Wiener Philharmoniker per Vienna rappresentano un simbolo e una bandiera agli occhi del mondo. Tu e i tuoi colleghi vivete questo concerto come gli altri o sentite di essere ambasciatori della città davanti a tutto il mondo ogni capodanno? 

Ci sentiamo sicuramente ambasciatori di questa cultura che va studiata, capita e abbracciata. Tante cose non sono scritte da nessuna parte e ci vuole attenzione e sensibilità per capire... Ad esempio il tradizionale ritmo di valzer viennese che non è scritto da nessuna parte ma si fa perché lo si sente così.

L'attività dei Philharmoniker prosegue tutto l'anno, ma è molto raro che suoniate brani di Johann Strauss al di fuori di alcune ricorrenze precise sia come orchestra della Staatsoper, sia come Philharmoniker. Credi che sia giusto mantenere questa tradizione?

Non riesco a giudicare cosa sia giusto o sbagliato. A me piace che rimanga così perché si entra dentro un mondo fatato, ma solo pochissime volte l’anno. Se fosse consueto non sarebbe più così magico. La tendenza è quella di abituarsi sia al brutto sia al bello e quando ci si abitua al bello diventa scontato. Capita, comunque, a volte di suonare valzer o polke in tour come bis, una specie di souvenir.

Fra pochi giorni suonerete in un concerto dedicato proprio ai centocinquanta anni del Musikverein. Avevate scelto il recentemente scoparso Mariss Jansons come direttore. Vorresti condividere con noi un ricordo del vostro rapporto col Maestro lettone?

Il maestro Mariss Jansons era un uomo dolcissimo, un leader sul podio e un uomo di grande cultura. Amatissimo da tanti musicisti e innamorato del suo lavoro. L’ho visto combattere sul podio contro la sua mancanza di energie per poter portare al termine il concerto, ma ce l’ha sempre fatta. Per un musicista giovane come me vedere un uomo famoso, ricco e credo soddisfatto combattere per rimanere in quel posto altri cinque minuti è stata una vera lezione. Quando uno studente mi chiederà cosa sia la motivazione potrei raccontare questa storia. Oltre a questo, in generale faccio tesoro della sua dolcezza, del suo rapporto con la musica e con i musicisti, stretti collaboratori che trasformano le sue idee in suoni.

Sul podio per quest'anno avremo il debutto di Andris Nelsons. Vi ha diretti in molti altri concerti. Che cosa pensate dell'inevitabile cambio generazionale che ha visto tre nuovi direttori in quattro anni?

Penso che le nuove generazioni si trovno di fronte a molte trappole dalle quale possono essere risucchiate e bisogna stare molto attenti. Andris Nelson è un direttore che a me piace molto. È difficile stabilire se il nuovo sia meglio dell’antico: a volte si ed a volte no. Sicuramente è un’impresa ardua imporsi con nuove idee e far risultare un Abbado o un Karajan antichi... Andris Nelson è sulla buona strada. Con lui suonerò la Terza sinfonia di Mahler a Salisburgo il prossimo agosto, pezzo con un importante solo di trombone: non vedo l’ora.

I Wiener Philharmoniker e Andris Nelsons hanno scelto di ripristinare la versione originale della Radetzky-Marsch, sostituendo l'arrangiamento entrato in uso negli anni dell'occupazione nazista dell'Austria con una nuova edizione critica fedele alla scrittura di Johann Strauss. Come avete preso questa decisione dal profondo significato simbolico, non solo musicale?

Sono d’accordo con il fatto che questa scelta abbia un significato simbolico, ma non credo voglia essere una protesta o una mossa politica. Semplicemente un riavvicinamento alla vecchia tradizione, cosa che succederà all’opera quest’anno con Fidelio per esempio. In Italia è pieno di pagine che sono state manomesse spesso da manigoldi musicali per rendere le partiture più marziali e “convincenti” durante il Ventennio. Soprattutto nel repertorio bandistico del quale l’Italia è ricchissima.

Quali sono le differenze musicali più evidenti che si ascolteranno nella Radetzky-Marsch? Quale il lavoro svolto sul testo?

Pochi cambiamenti. Sempre una marcia ma molto elegante. E comunque non c’è Capodanno senza marcia di Radetzki: il generale, che è stato in visita per lungo tempo a Milano e ha imparato a fare la cotoletta va celebrato nella giusta maniera. [sorride ammiccando a Mazzini e Garibaldi, ndr]

Parliamo ora del senso di tradizione e innovazione: col riproporre la Radeyzky-Marsch dei tempi di Franz Josef, vi presentate ancora al mondo ricordando l'epoca in cui Vienna era l'indiscusso centro della cultura mitteleuropea e del progresso intellettuale. Che cosa vuoi dire della Vienna di oggi come rappresentante della sua più illustre istituzione? Che cosa è cambiato da allora? Pensi che Vienna possa essere ancora il centro della cultura internazionale?

La Vienna di oggi è la mia casa culturale, il posto in cui mi esprimo, è il posto che mi fa vivere una tempesta di emozioni tutti i giorni. Credo sia culturalmente molto attiva con più di 150 musei, università, conservatori, istituti d’arte, teatri, opere, più di 10 orchestre, sale da concerto, Jazz Club, festival, balli, decine di orchestre ospiti che vengono qui a suonare... devo continuare? Sicuramente mi sento apprezzato e motivato a suonare per un pubblico esperto, interessato e attento e... al quale non squilla il cellulare durante il concerto!!!!! I viennesi sono stati bravi a mantenere le tradizioni e a stare al passo con i tempi. Direi che la città possa sicuramente essere il centro culturale internazionale.

Non è il primo concerto di Capodanno a cui partecipi. Vivi ancora un'emozione particolare?

Si, diversa dalla prima volta ma questa atmosfera è travolgente, non credo diventerà mai normale routine.


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