L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Odor di palcoscenico

di Roberta Pedrotti

La produzione di Adriana Lecouvreur vista nella scorsa primavera in versione film-opera debutta finalmente anche nella sua veste teatrale al Comunale di Bologna. Si conferma la qualità della visione registica di Rosetta Cucchi, con la concertazione efficace di Asher Fisch e un cast ben affiatato.

leggi la recensione della versione film-opera Rai da Bologna, Adriana Lecouvreur, 10/03/2021

BOLOGNA, 14 novembre 2021 - L'emergenza sanitaria aveva trasformato la prima prevista in un film. Un bel film opera, un film opera contemporaneo che non fa finta di esser teatro e usa l'attuale linguaggio cinematografico per creare un prodotto autonomo, ma nel contempo anche un atto d'amore proprio per quel teatro in cui è girata e che della drammaturgia (intrighi fra palchi, retroplachi e boudoir) è fondamento. Oggi Adriana Lecouvreur si è presentata, invece, finalmente al pubblico del Comunale di Bologna in carne ed ossa, nella sua veste fisica, concreta ed effimera di spettacolo dal vivo.

La regia di Rosetta Cucchi funziona qui come attraverso lo schermo: se la telecamera sottolineava dettagli (come dimenticare l'accento posto su Maurizio che calpesta un copione, emblema dell'incolmabile distanza fra i due amanti?), l'occhio spazia in una composizione ben organizzata, particolareggiata ma mai dispersiva; se nel finale il tenore era una visione offuscata (anche nella voce, volutamente) della mente di Adriana, qui canta fuori scena con squillo deciso e fraseggio sfumato mentre il sogno e il delirio si proiettano alle spalle della protagonista. Insomma, tutto funziona alla perfezione, lo spettacolo è bello, intenso, eloquente come era il film, ma non è la stessa cosa e i linguaggi sono distinti com'è giusto che sia.

Cambia anche la prospettiva per la concertazione di Asher Fisch, per il semplice fatto che ora l'organico è, sì, ridotto in ottemperanza alle norme di distanziamento, ma comunque l'orchestra si trova in buca e non più sparsa in platea, il suono si espande in presenza e non passa attraverso i microfoni: il teatro e il film non son la stessa cosa. L'impostazione di base resta comunque, anche in questo caso, la medesima, attenta a non indulgere in effetti e sottolineature di gusto ormai tramontato. In un'opera che si regge su grandi invenzioni melodiche e impennate drammatiche innestate su un canto di conversazione non altrettanto incisivo, la ricerca di un incedere asciutto, senza fronzoli ma in cui i richiami tematici siano tutti ben delineati è senz'altro pregevole. E dove serve l'orchestra si fa sentire in sintonia con il dramma.

Il cast è quasi invariato: cambia solo Michonnet, che non è più Nicola Alaimo, impegnato altrove, bensì Sergio Vitale, degnissimo erede del collega palermitano, capace di rendere con dignità e introspezione il rovello dell'amico innamorato senza speranza. Si riconfermano gli altri, a partire dall'Adriana di Kristine Opolais, la cui voce piuttosto opaca non si impone in tutte le sottigliezze suggerite nel canto da Cilea, ma che aderisce perfettamente all'idea registica e convince soprattutto nella presenza sfibrata e allucinata dell'ultimo atto, con un sussurro, nelle ultime battute, che le vale la serata. Come in altre prove recenti, in Veronica Simeoni prevale l'artista e la sua Bouillon non tuona di ridondanti armonici, ma ribolle di rabbiosa sensualità, dando peso ad ogni frase con intelligente gestione dei colori e degli accenti. Piace, poi, ancora di più il Maurizio di Sassonia di Luciano Ganci, con la sua voce comunicativa, schiettamente teatrale, pronta a reggere il peso dei massi più drammatici mantenendo l'afflato lirico che non deve mai abbandonare questo conte nobile, sì, ma anche calcolatore e superficiale per amore e per politica. È un piacere sentir cogliere la bizzarra dicotomia di sincerità e retorica della “Dolcissima effigie” e passare un “L'anima ho stanca” non meno sentito e studiato, alla spacconata del “Russo Mencikoff”, passando fra strategia, realtà e finzione fra una donna e l'altra.

Il principe di Bouillon di Roman Dal Zovo ha una vocalità un po' greve, ma buona definizione scenica e sono parimenti ben caratterizzati l'Abate di Chazeuil di Gianluca Sorrentino, il Quinault di Luca Gallo, il Poisson di Stefano Consolini, la Jouvenot di Elena Borin e la Dangeville di Aloisa Aisemberg. Il coro, ora diretto da Gea Garatti Ansini, offre pure una buona prestazione.

Alla fine, applausi convinti per tutti, compresi la costumista Claudia Pernigotti, lo scenografo Tiziano Santi, Daniele Naldi per le luci, Roberto Recchia per i video, l'acrobata Davide Riminucci e la ballerina e coreografa Luisa Baldinetti, gli allievi della Scuola di teatro Alessandra Galante Garrone.


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