L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il richiamo di Beethoven

di Roberta Pedrotti

Riprende l'attività della Rete Lirica e dell'Orchestra Filarmonica marchigiana. Mentre La bohème debutta ad Ascoli in anteprima per un pubblico di giovanissimi, Alessandro Bonato e Gennaro Cardaropoli con la Form entusiasmano in un programma dedicato a Mendelssohn e Beethoven.

Macerata, 24 novembre 2021 e Fabriano 26 novembre 2021 - Ve lo ricordate? Sei mesi fa i teatri erano ancora chiusi e i concerti si seguivano in pigiama accoccolati davanti al computer. Due mesi fa a teatro si poteva andare, ma in pochi e distanti. Chissà se ci ricorderemo della musica a distanza, filtrata in solitudine, dei musicisti nelle sale vuote. Dei mesi dell'ultima chiusura, si è impressa nella memoria – almeno della sottoscritta – la scossa vivificante di una Settima di Beethoven registrata al Teatro Rossini di Pesaro. Ora che lo stesso direttore (Alessandro Bonato) e la stessa orchestra (la Filarmonica marchigiana) la riprendevano, in un programma per il resto differente, con ben cinque date nei teatri della regione, non si poteva non chiudere il cerchio e non appropriarsi di quel suono – finalmente – dal vivo.

Il perché sia stato un grande concerto in streaming lo avevamo raccontato qui; l'approdo di fronte a un pubblico, facendo tappa fra le città delle Marche, lo ribadisce, ma soprattutto ribadisce quale sia, nell'arte e nell'etica, il valore della presenza.

Intanto, la regione italiana più ricca di teatri storici è il luogo ideale per assaporare il ritorno in sala, saltando da una città all'altra, da una platea a un palco per ritrovare la percezione fisica del suono, la possibilità di spaziare con lo sguardo senza che sia una regia video a farci decidere cosa vedere, le superfici, le vibrazioni, i profumi, tutto il gusto di incontrarsi di persona in sala. Fra un concerto a Macerata e uno a Fabriano, si infila allora, il 25 novembre, anche una recita della Bohème ad Ascoli, che magari non sarà memorabile (citiamo le cose buone: Paolo Ingrasciotta conosce Schaunard come le sue tasche, ha lavorato sul personaggio con Graham Vick, si vede e si sente; Greta Doveri, Musetta, ha vent'anni e la riascolteremo volentieri; Matteo Desole, Rodolfo, ha buone qualità anche se versate a un repertorio più leggero), ma almeno ci dà la gioia di un bellissimo Ventidio Basso colmo di ragazzini delle scuole medie per quest'anteprima a loro dedicata. Qualcuno si fa notare con qualche chiacchiera di troppo: è inevitabile, ma la maggioranza è attenta e fa commenti pertinenti. Basta proporre, e il pubblico c'è, riconosce la qualità, si incuriosisce e si interessa.

La medesima impressione si ha al Lauro Rossi di Macerata e, ancor più, al Teatro Gentile di Fabriano, dove l'età media del pubblico è piuttosto bassa, ma l'attenzione e l'entusiasmo altissimi. Giustamente. Qui ritroviamo la Settima di Beethoven e la ritroviamo abbinata al Concerto per violino di Mendelssohn, solista Gennaro Cardaropoli – con Bonato appena cinquant'anni in due. Si fa il bis, non solo per golosità e curiosità turistica, ma soprattutto per vivere la musica che abita spazi diversi, l'unicità dell'evento in rapporto con il luogo e le persone. La sala del Bibiena a pochi passi dallo Sferisterio è assai accogliente, le dimensioni raccolte favoriscono l'ascolto e la concentrazione, ma è il Teatro di Fabriano la vera meraviglia, sia per la bellezza e lo stato di conservazione in una cittadina meno battuta dalle trasferte dei musicomani, sia per un'acustica davvero superba. Ci si sente avvolti da un suono vivo, presente, dal riverbero perfetto, che garantisce sia il nitore dell'articolazione sia la resa di tutte le sfumature dinamiche. Non si potrebbe dare esempio migliore della necessità della musica dal vivo, della fisicità dell'arte intangibile, delle sottili differenze fra una sera e l'altra, e per le prospettive acustiche e per la risposta che interpreti sensibili sanno dare in sale diverse senza tradire un'idea di fondo ben definita.

Proprio il Concerto di Mendelssohn dà subito la misura di cosa significhi fare musica insieme hic et nunc e non esibire un virtuosismo prestabilito. Cardaropoli è attentissimo al colore, il suo violino ha un calore e una morbidezza intrinsechi che non offuscano mai la varietà dell'espressione, la capacità di assottigliare e ampliare, schiarire e addensare. La cosa più importante è sempre il respiro comune con l'orchestra, un dialogo che è scambio e non contrapposizione, semmai ampliamento del pensiero in tutte le dimensioni del fraseggio. Si potrebbe dire che è evidente soprattutto nel secondo movimento – quando la dialettica di tinte e dinamiche, in un continuo moto reciproco e condiviso, raggiunge vertici di vera poesia – ma la struttura stessa del concerto, così ben intesa, rifugge suddivisioni schematiche e si esalta in tutto il suo sviluppo fra proposte e risposte senza soluzione di continuità. Già l'enunciazione iniziale non è compiacimento, ma propulsione naturale articolata fino all'Allegretto molto vivace conclusivo, che evita il saltellare esteriore strappa applausi per destare un più profondo e meditato entusiasmo nel portare a compimento un percorso poetico mai univoco, ma sempre mosso nell'equilibro fra tensioni espressive anche opposte, mistiche e sensuali, dolci e malinconiche, estatiche e tormentate.

Il bis del solista è Nel cor più non mi sento, e, se Paganini è un classico dei fuori programma, ricordarsi che era amico fraterno del marchigiano Rossini, proprio a pochi chilometri da Pesaro, sembra imporre l'attenzione su un lavoro di rielaborazione e destrutturazione della melodia (in questo caso di Paisiello) che va ben oltre l'idea di variazione virtuosistica. Proprio l'interpretazione di Cardaropoli, così ben fraseggiata e curata nei colori, fa intendere quanto la trascendenza della scrittura paganiniana, come quella rossiniana, possieda una profondità poetica troppo spesso trascurata.

Dopo un breve intervallo, l'orchestra resta sola con il suo direttore principale. È il momento di Beethoven. Ritroviamo quello che qualche mese fa aveva fatto scoccare una scintilla attraverso lo schermo, ma quella promessa compressa nell'etere adesso è realtà nello spazio e nel tempo. Il gesto stesso di Bonato, che da sempre possiede un'innata scioltezza ed eleganza, si è fatto sempre più bello ed esatto nel nitore del braccio destro, nella misura con cui il sinistro non concede nulla all'effetto, non spreca un movimento, può anche fermarsi o raccogliersi per aprirsi quando serve cantando con l'orchestra. In questo gesto ha manifestazione visiva una gestione del tempo tutta giocata sul respiro, sul colore, sulle gradazioni dinamiche che in sale come queste si possono gustare appieno. Così si gusta un Allegro con brio che non si scapicolla vertiginoso al finale, ma dipana la sua tensione crescente in un sapientissimo calibro, alieno da ogni meccanicità nel dar valore ad ogni battuta, ad ogni ripresa, ad ogni richiamo tematico. Così si era gustato un secondo movimento di rara bellezza, proprio per la pulsazione interiore, per la nobiltà del crescendo che si anima da una marcia tanto soffusa quanto ben scandita. Ma nessun movimento può fare storia a sé, ciascuno si concatena al seguente in un moto perpetuo irresistibile, quasi ipnotico nella sua ricchezza interna dipanata con tanta profonda grazia, nella sinestesia di colori e spessori, tempo, metro e ritmo, fisicità e inafferrabile dinamismo, afferrato tuttavia dal controllo con la bacchetta e dall'intesa fra podio e orchestra.Nobile semplicità, (in)quieta e intelligente grandezza, corpo e anima: per nuove generazioni di interpreti di questo livello torniamo a teatro e ricordiamo quanto sia importante servire la musica con onestà e passione.

Il silenzio partecipe della sala si trasforma allora in ripetute chiamate al proscenio, a Fabriano addirittura il pubblico si alza in piedi per applaudire una serata difficile da dimenticare. Finalmente, non più in pigiama.


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