L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Sant'Ambrogio ritrovato

di Roberta Pedrotti

Ritorna, finalmente, la prima di Sant'Ambrogio e torna con un'opera e il pubblico a piena capienza. Macbeth si presenta con una squadra collaudatissima che offre, però, risultati alterni: ottima la concertazione di Chailly (nonostante una scelta testuale discutibile), troppo manierista e autoreferenziale la regia di Davide Livermore, gran lusso, ma pochi brividi, nel cast.

MILANO, 7 dicembre 2021 - Finalmente. La Scala è infiorata, i posti sono tutti disponibili, il pubblico tutto vaccinato. Dopo il Sant’Ambrogio in esilio televisivo nel 2020 si torna tutti insieme a casa, al Piermarini. Già questa è una festa, perché no, anche nei suoi risvolti mondani (temperati, quest’anno), perché la Prima della Scala è anche questo, un gran ricevimento in cui tutti i riflettori su puntano su un teatro d’opera, tutti in ghingheri ed eccitati intorno a Verdi.

Evviva, allora. Torniamo in carne e ossa a salutarci nei foyer: non c’è più Carla Fracci, ma ci sono due melomani di comprovata fede come Liliana Segre e Roberto Burioni, gente che a teatro va sul serio e ci è sempre andata anche senza esser famosa - e, per di più, ora lo è per motivi più che nobili. C’è il presidente Mattarella e a lui vanno non solo i primi, lunghissimi applausi, ma anche le richieste di bis (o almeno di un prolungamento del settennato). Per fare spazio in tempi di protocolli sanitari, probabilmente, non c’è l’albero addobbato all’ingresso, ma il nostro luccicante cesto natalizio lo scartiamo ugualmente. È un cesto di gran lusso e vecchie abitudini, sempre gradite. Come si fa a non gradire pregiato caviale, prosciutto di Parma di prima scelta, panettone d’alta pasticceria, del buon pesto e una bella scatola di gianduiotti nella loro carta dorata? È bello variare, scoprire sapori nuovi, ma anche coccolarsi senza sorprese, se i prodotti sono di qualità.

Così è di sicuro una gioia, ri-scartata la Scala, tornare ad assaporare la qualità delle sue maestranze. Il coro, da qualche mese già affidato ad Alberto Malazzi, fa benissimo: le streghe sono puntute senza fare vocette stridule, i messi guerrieri un tantino ruvidi, i nobili e il popolo sempre compatti, timbratissimi, espressivi in ogni gradazione dinamica. Non solo "Patria oppressa", ma tutte le scene che lo vedono protagonista, specie i finali d’atto, sono da applausi incondizionati. Riccardo Chailly, peraltro, le esalta facendo respirare questa musica con pregnanza teatrale, per arrivare a un magnifico inno conclusivo in cui, nel piglio solenne, si percepisce tutta l’implacabile oscurità del meccanismo del potere. Il suono dell'orchestra scaligera sa farsi setoso, con ampie cavate o colori atri, sempre con una precisione ritmica che non è meccanica, ma è vera comprensione del senso. Si potrebbero citare la battaglia, o la scena con le streghe del terz'atto, o l'apparizione di Banco nel secondo, ma tutta la lettura di Chailly si distingue per una pulizia, una cura esatta sempre funzionale al dramma, alla tinta, alla parola. Dispiace allora notare una scelta testuale che forza la drammaturgia verdiana e incrina l'insieme. Certo, si dirà, l'inserimento dell'arioso della morte di Macbeth della versione fiorentina del 1847, "Mal per me che m'affidai", nella stesura parigina del 1865 non è una novità, anzi: vanta una ricca e anche blasonata tradizione. Tuttavia, si tratta pur sempre di un'alterazione e di un fraintendimento: il brano non è un'aria di baule concepita per essere inserita a piacimento e beneficio degli interpreti. Non è una pagina opzionale o alternativa: è parte integrante di un'altra scena, di un altro finale di un altro disegno drammaturgico. Per di più, i diciotto anni trascorsi fra una versione e l'altra non sono passati invano e anche lo scarto stilistico, lo iato musicale (di fatto si interrompe il finale parigino, si canta un'altra cosa, si riprende là dove ci si era fermati) è evidente. Ovvio che Luca Salsi ami cimentarsi con questa scena - quale protagonista non brama una bella morte al proscenio? - e, da Macbeth provetto, la interpreta senz'altro assai bene, così come benissimo la dirige Chailly, con ruvida cupezza. Però, si tratta di un'alterazione del testo verdiano molto più significativa di quelle attribuite da taluno (più attento forse alla prevedibilità di ciò che vuol vedere che alla sostanza di ciò che sente) a ogni regista che si discosti dal confortevole già visto. A dire il vero, di déjà vu Davide Livermore, al suo quarto Sant'Ambrogio consecutivo, ne ammanisce più d'uno, e il punto non è se siano o meno quelli che i tradizionalisti pretenderebbero. Iperesposto non solo alla Scala (contiamo cinque nuove produzioni in Italia fra agosto e ottobre), il regista torinese rischia di cedere alla maniera e ai cliché: il solito fenomenale comparto tecnico, una squadra di collaboratori d'alta qualità (Giò Forma scenografo, Gianluca Falaschi costumista, Antonio Castro per le luci e D-Wok per i video a cui si aggiunge nientemeno che Daniel Ezralow per le coreografie, seppur drammaturgicamente evanescenti), riferimenti cinematografici (in questo caso Inception di Nolan), scene che si bloccano in tableaux vivants o procedono al rallentatore... Purtroppo qui, dietro alla solita iconografia livermoriana di idee ne abbiamo viste poche e pochissima voglia ci è stata stimolata di cercarne là dove non si trovavano atmosfera, scavo psicologico, pregnanza politica e quel che c'era sembrava troppo annacquato per interessare e destare quantomeno discussione. Forse abbiamo fatto indigestione di Livermore negli ultimi anni? Certo, le contestazioni finali fanno pensare, perché non si è trattato di un rumoreggiare isolato, ma della reazione compatta di tutta la sala senza che, di contro, si levasse una difesa.

Squadra che vince non si cambia, si direbbe il principio anche della scelta del cast, che annovera una rosa di consolidati abitué del 7 dicembre. Spicca Ildar Abdrazakov, forse proprio perché, nella relativa esiguità della parte, passa indenne dal vuoto registico, impone nei suoi inteventi la sua autorevolezza e la sua classe; anche quando appare come spettro o visione riempie la scena. Non si limita, insomma, a portarsi a casa la serata con "Come dal ciel precipita". Nondimeno, Luca Salsi ribadisce la dedizione del più assiduo Macbeth in carriera, non si fa sconti, anche a costo di sporcare la voce, di illividire il timbro, prosciugare il canto, perché quando lo fa lo fa sempre al servizio di Verdi e della sua parola scenica. Difficile sorprendersi - anche perché al lavorio di anni di frequentazione della parte e delle prove con Chailly avrebbe dovuto aggiungersi una più interessante visione teatrale - ma anche difficile non ammirarlo, specie dopo un "Pietà, rispetto, onore" giustamente tormentato. Anna Netrebko, invece, parte con prudenza e incassa perfino qualche isolato dissenso: sembra effettivamente un po' stanca all'inizio, ci ricorda nei passi d'agilità di essere stata mozartiana e belcantista, ma è cauta in acuto, non sempre pregnante nella parola e nell'accento rispetto a quanto ci saremmo aspettati. Si rinfranca, però, via via con zampate come la ripresa del brindisi, in cui la sfrontatezza gagliarda si muove sull'orlo di un'istabilità mentale già marcata, per poi concludere con un Sonnambulismo maiuscolo nel fraseggio e, sì, anche nel re bemolle cantato piano senza l'escamotage dell'uscita di scena. Da segnalare il suo impegno attivo e danzante nei ballabili del terzo atto. Completa il quartetto principale Francesco Meli, un Macduff nobile e composto, più personaggio e meno tenore senza rinunciare allo splendore timbrico. A lui e a Ivan Ayon Rivas, fresco vincitore di Operalia e Malcolm di squillo pieno nonostante la comprensibile emozione, Chailly chiede con successo un "La patria tradita" d'ispirazione più ideale che rutilante e quarantottesca. Di gran pregio la Dama di Chiara Isotton, che nei concertati non ha problemi a fare anche le veci della Lady; Andrea Pellegrini, Medico, Leonardo Galeazzi, Domestico, Guillermo Bussolini, Sicario, Costantino Finucci, Araldo e prima apparizione, Bianca Casertano e Revbecca Luoni (voci bianche preparate da Bruno Casoni) come seconda e terza apparizione completano degnamente la locandina.

Alla fine applausi per tutti tranne che per Livermore, uscite ripetute, non il clima incandescente di altre prime, ma di certo la gioia di esserci ritrovati nella Scala infiorata tutti intorno a un'opera di cui, almeno per qualche giorno, anche chi non ne sa nulla sentirà parlare e commentare. La gioia di esserci ritrovati anche fra gli addobbi, i riti, i fronzoli, gli scintillii, il superfluo che fa parte, però, di questo gioco meraviglioso, in cui anche applausi e contestazioni hanno il loro eterno ruolo imprescindibile. E, magari, in futuro, chissà che scartando il cesto delle feste non si possa scoprire e gustare qualche sapore nuovo.

foto Brescia Amisano


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