L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La tempesta del cuor

di Andrea R. G. Pedrotti

Purtroppo interrotto dal tempo capriccioso, il Galà verdiano all'Arena di Verona ha offerto momenti indimenticabili grazie a un cast d'eccezione e alla classe unica di Placido Domingo.

VERONA, 17/07/2014 - Lampi di passione, lampi di arte, lampi di classe, lampi di ardente sentimento, che le gradinate dell'anfiteatro scaligero trasmettono al rilucere delle miriadi di candeline scintillanti, quali l'ardente vitalità trasmessa da Placido Domingo, monarca degli antichi marmi veronesi, che ne raccoglie in sé l'unisono e lo rende puro e cristallino al pubblico tutto. Purtroppo anche lampi di commozione e raccoglimento, nel minuto di silenzio dedicato alle vittime dell'aereo abbattuto nei cieli d'Ucraina e nel ricordo del recentemente scomparso maestro Lorin Maazel. Meno angosciosi lampi atmosferici hanno sferzato le terre di Capuleti e Montecchi, concretizzandosi in un fastidioso fortunale, che ha privato gli astanti della seconda parte del Galà, pur senza intaccarne la magia.

Il resto è spettacolo, quello spettacolo che nessun altro spazio al mondo sa avvincere in pari fervente e gioiosa partecipazione.

La prima parte ha avuto inizio con il Preludio dal I atto di La traviata, ben diretto da Daniel Oren, con più che corrette sfumature e ottimo equilibrio fra le sezioni orchestrali, a seguire l'esecuzione, pressocché integrale, del primo quadro del secondo atto della stessa opera. Francesco Meli canta l'unica aria, per quanto lo riguarda, della serata, considerando la forzosa sospensione, che lo avrebbe visto protagonista anche della scena “Notte!...perpetua notte...” e della preghiera “Non maledirmi, o prode” di Jacopo Foscari. Aria e cabaletta di Alfredo sono eseguiti con la consueta classe dal tenore genovese, forte della sua emissione morbida e di un timbro dalla bellezza fuori dal comune. Il duetto fra Violetta Valery e Giorgio Germont, sono interpretati da una Virginia Tola finemente espressiva e da un Placido Domingo, che, per quanto non appaia uomo imponente, né invadente, giganteggia con la sua presenza al primo emmeter di fiato; prende il suo posto sul palco, elegantissimo, col fare tipico dell'autentico gentiluomo d'altri tempi, esordendo con un naturale, stilisticamente perfetto e fortemente evocativo d'un'eleganza troppo spesso dimenticata, baciamano alle orchestrali che gli stavano d'appresso. La caratura artistica dell'interprete diviene straripante già all'attacco di “Madamigella Valery”, gli armonici sono coinvolgenti, la proiezione impeccabile, ogni sussurro è perfettamente udibile con straordinaria limpidezza, prodigandosi in uno straordinario fraseggio, che solo fa comprendere completamente le piene ragioni del suo successo e della sua longevità artistica. Il vertice dell'eccellenza è superato senza apparente sforzo dal cantante madrileno e il calore latino della sua interpretazione avvince cuore e testa dei presenti. Virginia Tola è ottima Traviata, il suo fraseggio è di grande levatura, così come la lettura del personaggio, sempre sostenuta dalla bacchetta precisa e vibrante di Oren. Molto bella l'esecuzione e carica di pathos l'esecuzione di un estremamente partecipato “Amami, Alfredo!”. La sezione dedicata a La traviata, con l'interpretazione dell'aria “Di Provenza il mar, il suol”, nella miglior esecuzione, per analisi dell'anima del padre, che si possa desiderare. Domingo con una voce densa di armonici puramente teatrali, capaci di emozionare vene e arterie del più freddo spirito, chiude l'aria con mirabile legato, suscitando la più sentita e sincera ovazione e vincendo qualsiasi pregiudizio si potesse nutrire nei suoi confronti. Fine galantuomo anche nel ricevere il tributo del pubblico e di un entusiasta Daniel Oren, abbozza un elegante inchino e si trattiene sul palco poco tempo, per lasciar posto ai colleghi che lo accompagnavano in questo ventoso giovedì sera. Per i recitativi di Annina, abbiamo avuto modo di apprezzare la presenza di Alice Marini.

La seconda sezione della prima parte vede l'esecuzione di quello che si preannunzierebbe effettivamente quale Un ballo in maschera splendidissimo, come avrebbe annunciato il paggio Oscar. Parimenti al preludio di La traviata, quello di Un ballo in maschera è eseguito con appropriata scelta di dinamiche e grande equilibrio orchestrale, sanguigno nella lettura, ma mai eccessivo nel suono. Oren accompagna nel migliore dei modi l'aria di Amelia “Morrò, ma prima in grazia”, forse il momento più alto della prestazione di Virginia Tola, interprete del medesiomo ruolo anche nella produzione attualmente in scena all'Arena. Ciò che ne è seguito è stato quanto di più suggestivo ed evocativo si possa immaginare: la scena e aria di Renato, eseguita da Domingo in maniera indimenticabile sotto ogni aspetto, padre, marito ferito, uomo distrutto, ma risoluto alla vendetta, nel nome dell'onore, è stata salutata nella sua invettiva energica e passionale da folgori e saette, che facevano rilucere a giorno lo spazio areniano, questo in un crescendo di elementi, che parevano controllati e diretti dalla maestosità artistica di Placido Domingo, giunta all'apice della catarsi, nel grande quintetto, che vedeva protagonisti la sempre brava Serena Gamberoni (Oscar), Seung Pil Choi (Samuel) e Deyan Vatchkov (Tom). Magnifica la stretta finale.

Dopo la tempesta, una tempesta illusoria, scatenatasi proprio quando la seconda parte stava per avere inizio, una lunga attesa e l'illusoria speranza che lo spettacolo potesse giungere al termine, ma così non è stato. Parte dell'intelligente programma del concerto, che iniziava con un'opera di grande repertorio, seguita da un titolo che fosse presente nel cartellone estivo, sino a giungere a un Verdi più giovane, forse meno conosciuto, ma bellissimo. Fino all'ultimo si è sperato di poter ascoltare “Eccomi solo al fine...O vecchio cor che batti” con Placido Domingo (Doge); scena e duetto finale I “L'illustre dama Foscari... Tu pur lo sai”, con Placido Domingo (Doge), Amarilli Nizza (Lucrezia), Deyan Vatchkov (Servo); preludio, scena e preghiera “Notte!... perpetua notte...” “Non maledirmi, o prode, con Francesco Meli (Jacopo); recitativo e aria di Lucrezia “Egli ora parte!... ed innocente parte!...” “Più non vive!...”, con Placido Domingo (Doge), Amarilli Nizza (Lucrezia) e Antonello Ceron (Barbarigo); per chiudere scena e aria finale “Signor chiedono parlarti i Dieci...” “Questa dunque è l'iniqua mercede”, sempre con Placido Domingo (Doge), Amarilli Nizza (Lucrezia), Antonello Ceron (Barbarigo), Seung Pil Choi (Loredano) e Deyan Vatchkov (servo).

Se solo un'ora di concerto ha consentito di far tornare a casa il pubblico dell'arena con un sereno sorriso sulle labbra, non immaginiamo cosa sarebbe potuto accadere nel caso che la serata fosse volta al termine, solamente ci auguriamo che vi possano essere molti altri spettacoli di livello così alto.

 


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