L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Inno alla gioia

 di Luigi Raso

Entusiasma la Maratona Beethoven diretta da Juraj Valčuha con le orchestre del Teatro di San Carlo e della Rai ad alternarsi nelle nove sinfonie.

NAPOLI, 22 giugno 2019 - Si deve ricorrere all’abusato termine di evento per definire correttamente, e senza timore di esagerare, la Maratona Beethoven, l’esecuzione integrale delle sinfonie del genio di Bonn in una sola giornata. Cinque distinti concerti (dalle undici del mattino alle nove si sera), due orchestre che si alternano sul palco - quella del San Carlo e quella Sinfonica della RAI -, il Coro del San Carlo, un unico direttore, Juraj Valčuha, che conosce bene entrambi i complessi.

Un’audace prova di atletismo musicale organizzata dal San Carlo e realizzata grazie al Progetto Concerto d'Imprese che fa da prologo alle imminenti Universiadi sportive, che si svolgeranno a Napoli dal 3 al 14 luglio, e alle celebrazioni per i 250 anni dalla nascita di Beethoven che cadranno nel 2020.

E così in un afoso sabato estivo, fin dal primo concerto delle ore undici, il San Carlo viene preso d’assalto da un pubblico attento, appassionato, gioioso e rispettosissimo, con un tasso di partecipazione di giovani ben al di sopra della media consueta. L’entusiasmo, l’informalità e il pubblico eterogeneo per un attimo danno la sensazione di partecipare a uno dei Proms alla Royal Albert Hall di Londra.

La maratona parte: il primo “passo” è per l’orchestra di casa che esegue la Sinfonia n. 1 in do maggiore, op. 21 e la n. 7 in la maggiore, op. 92.

L’orchestra del San Carlo dimostra di essere da subito pronta alla prova e di essere arrivata al ciclo concertistico - mutuando espressioni sportive - in buona forma fisica e con la giusta concentrazione: compattezza, precisione e leggerezza costituiscono la cifra interpretativa che Valčuha imprime alla Prima sinfonia, composta tra il 1799 e il 1800, quella che maggiormente risente dell’ascendenza haydniana e settecentesca.

Una lettura che si snoda attraverso la varietà di accenti, il perfetto gioco delle dinamiche e le pulsazioni ritmiche, la diffusa levità e liricità dell’Andante cantabile con moto, il brio dal sapore mozartiano dell’Allegro molto vivace finale che apre a quell’“apoteosi della danza” (Richard Wagner) che è la Settima in la maggiore: di questa sinfonia Valčuha dà una lettura serrata, articolata su tempi giusti e mai spinti al parossismo, neppure nel turbinoso Allegro con brio finale; senza perdere di vista l’energia e il ribollio ritmico della sinfonia, stacca l’Allegretto del secondo movimento, secondo le indicazioni metronomiche della partitura, dipingendo, grazie al colore scuro impresso dai violoncelli e le viole, un quadro in penombra di profonda interiorità, angosciosa, ma aliena da effetti tragici.

Per la Seconda e Quinta sinfonia Valčuha passa il testimone alla “sua” ex orchestra della RAI.

Sin dall’attacco della Seconda sinfonia in re maggiore, op. 36 risulta subito evidente la caratura della compagine torinese, lo smalto e la rotondità timbrica, la coesione tra le famiglie strumentali, la luminosità degli archi, il sincrono all’intero organico.

Valčuha conosce bene la sua ex orchestra e si sente: accompagna gli attacchi, chiede, suggerisce colori che puntualmente si materializzano. La prima viola, Luca Ranieri, è fenomenale nell’imprimere slancio all’intero settore, posto alla destra del direttore; alla sinistra, invece, il magnifico violino di spalla di Alessandro Milani tiene perfettamente salda la fila, in una lettura arroventata nella ritmica e negli accenti, ma improntata a grazia, nitore delle linee melodiche e pulizia delle forme.

Rigore esecutivo che si ritrova anche nella Quinta: il Destino bussa alla porta di casa e i suoi rintocchi sono decisi, asciutti e puntuali, come il perentorio e le celeberrime quattro note che aprono, con uno squarcio, la sinfonia.

Valčuha e l’orchestra della RAI fanno emergere, nell’arco teso della sinfonia, quel lento passaggio dal buio della tonalità minore alla esplosione di luminosità del do maggiore conclusivo che precede l’incipit dell’Allegro dell’ultimo movimento.

Nel concerto successivo la Sesta in fa maggiore, Op. 68 Pastorale tocca all’orchestra del San Carlo. Quella di Valčuha è una Pastorale immersa, per sonorità e grazia del fraseggio, in un’atmosfera bucolica, incrinata soltanto dalla perentorietà e rotondità sonora dei timpani nel temporale, per poi giungere alla quiete dopo la tempesta orchestrale del canto pastorale finale, intenso e conciliativo proprio secondo le intenzioni di Beethoven.

Dal 1808 che vide nascere la Sesta si torna indietro al 1807 per la Quarta si bemolle maggiore, Op. 60, improntata a snellezza, asciuttezza, gioia ritmica: caratteristiche tutte ben evidenziate da Valčuha e l’orchestra del San Carlo che risponde perfettamente al gesto eloquente e assertivo, perfetto nel dosare e nell’accarezzare le dinamiche, nel splasmare con chiarezza ogni particolare della partitura.

L’Orchestra ospite della RAI si congeda dalla Maratona Beethoven con due Sinfonie, l’Ottava in fa maggiore, op. 93 e la Terza in mi bemolle maggiore, Op. 55 Eroica.

Ancora una volta si ha modo di apprezzare le qualità orchestrali che rendono la compagine uno strumento duttile e affidabile, dal suono luminoso e pulito. In una prova di assoluto pregio le si perdonano - così come all’orchestra del San Carlo - qualche isolata e comprensibile pecca dei corni nella quale facilmente si può inciampare nel corso di maratona musicale tanto impegnativa dal punto di vista strettamente fisico e per concentrazione mentale.

Nell’Ottava viene evidenziato il tratto di sottile umorismo che innerva l’intera partitura; e, sin dall’Allegro vivace e con brio del primo movimento, si avverte lo scintillio ritmico, il contrasto di dinamiche, la snellezza delle forme, elementi che segnano un ritorno ideale alle atmosfere delle sinfonie di Franz Joseph Haydn.

Si torna indietro nel tempo per affrontare la Terza in mi bemolle maggiore, Op. 55 Eroica: è, esclusa la Nona, la sinfonia di più grandi dimensioni: Valčuha e l’Orchestra della RAI la affrontano con solennità priva di magniloquenza.

Magistrale, per pulizia, forza drammatica e nitore delle linee contrappuntistiche, è la celebre Marcia funebre del secondo movimento. Tutta l’orchestra, in un perfetto amalgama strumentale, procede alla celebrazione dell’Eroe della Terza.

Lo Scherzo successivo è pieno di brio, oggettivo nelle sonorità, ricco di accenti.

Le prime parti dei legni si distinguono in questo movimento e nel successivo Finale - Allegro molto per il bel colore sonoro e per precisione.

La maratona si chiude con la Nona, affidata all’Orchestra e al Coro del San Carlo e ai quattro solisti Vida Miknevičiūtė (soprano), Yulia Gertseva (mezzosoprano), Saimir Pirgu (tenore), Goran Juric (basso).

Alla Nona è affidato il messaggio più alto del genio di Beethoven, uno dei vertici del pensiero e della spiritualità umana. Si registra per la sinfonia il tutto esaurito in Teatro, la soddisfazione per l’ottima riuscita del ciclo musicale è stampata sui visi dei musicisti: l’esecuzione è la degna conclusione di una giornata di musica di gran pregio, che i presenti avranno difficoltà a dimenticare.

Anche per la Nona Valčuha ha un approccio oggettivo e misurato alla partitura; probabilmente nell’ Adagio cantabile del terzo movimento una minore geometricità interpretativa avrebbe giovato all’espandersi del percorso melodico.

L’interpretazione di Valčuha dà forza e oggettività immediata alla cellula melodica del tema del primo movimento, fa sprigionare tutta l’energia ritmica e strumentale dello Scherzo, dipinge le arcate melodiche, il loro intrecciarsi, dell’Adagio cantabile con precisione architettonica e tratto pulito, per poi deflagrare nelle sonorità turgide e corrusche dell’ultimo movimento, declinandolo secondo le precise annotazioni agogiche e dinamiche di Beethoven.

Fanno bene il Coro e i quattro solisti, chiamati da Beethoven a tradurre in musica assoluta il messaggio di fratellanza e gioia di Schiller. L’incipit dell’Ode alla Gioia intonata dal basso Goran Juric è timbrata, assertiva e cantata con perentorietà.

Dopo l’ultima nota della Sinfonia seguono ben quindici minuti di applausi scroscianti; la gioia si impossessa del teatro, in una di quelle serate in cui si realizza un’alchimia perfetta tra musicisti, direttore e pubblico. Valčuha viene festeggiato dal pubblico e da tutta la sua orchestra, con la quale la simbiosi appare sempre più salda.

La convinzione di aver partecipato a un evento si rafforza. La pregevole qualità delle esecuzioni, l’aver ascoltato, in alternanza, due grandi orchestre italiane - diverse per suono, storia e per reperto d’elezione - sotto la guida di un unico direttore che è riuscito a condividere con entrambe le compagini la propria visione interpretativa ha del prodigioso.

Il pubblico, dal canto suo, è stato spettatore della maratona, “ha tifato” per gli atleti musicali con palpabile entusiasmo e gioia che sembrano aver positivamente contagiato le due orchestre: nel corso dell’intera giornata non si è avvertito alcun pur comprensibile cenno di stanchezza o di perdita di concentrazione da parte dei “musicisti/atleti”.

Le ovazioni e i festeggiamenti finali ci testimoniano che la gioia di far musica è contagiosa e, se non è in grado di cambiare il corso di una vita, quello di una giornata, senza alcun dubbio, sì.

È proprio questa la sintonia tra pubblico e musicisti che chi ama il teatro vorrebbe vivere ad ogni spettacolo!


 

 

 
 
 

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