L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Il ritorno del maggio parigino 

MACERATA, 7 agosto 2015 - Incomincio da quest’ultima: la Bohème di Puccini nella versione di Leo Muscato, che tanto colpì per la sua fresca irruenza nel 2012. Rivista a distanza di anni, non ha perso un grammo del suo fascino originario e si conferma forse la migliore regia d'opera del regista pugliese. Una produzione frizzante, moderna e poetica, ma anche lucidamente cruda, lontana da falsi sentimentalismi, alla quale giova essere ambientata in un mitico Sessantotto, emblema fantastico di un mondo di speranze, di illusioni, di briglia sciolta al divertimento, di ritmi sfrenati o anticonformisti di vita, ma anche di ribellioni, contestazioni, tensioni. E’ un mondo in cui la penna di Rodolfo è sostituita da una meccanica (oggi antidiluviana) macchina da scrivere, la porta di casa è una botola, i quadri di Marcello sono manifesti, il café Momus è un caos di personaggi bizzarri, una masnada di boys fa da corona a Musetta, fasciata in un conturbante lamé d’argento, la barriera d’Enfer è una fabbrica occupata, davanti alla quale Musetta arringa la folla, la polizia fa la ronda e vi sosta pure un camioncino, nel quale Marcello e Musetta si chiuderanno per fare all’amore. Emerge su tutti il meraviglioso e commovente quarto atto, che si apre con i suoi occupanti intenti a fare gli scatoloni, perché nel frattempo sono stati effettivamente sfrattati per morosità, e si chiude con lo spettacolare e durissimo colpo di scena di Mimì, che muore in un letto d’ospedale, come in Murger. In Bohème bisogna sapere fare squadra, stare insieme e non solo brillare da soli. Qui tutti ci riescono alla perfezione. Cast rinnovato, rispetto a tre anni fa, con alcune preziose conferme, e per alcuni elementi anche superiore. E’ senz’altro il caso della Mimì di Carmela Remigio, interprete consapevole, moderna e acuta, di Puccini e non dello pseudo-Puccini lacrimoso e finto che spesso viene contrabbandato per quello vero. Musicista straordinaria e vocalista provetta, sicura su tutta la gamma al punto da non rinunciare ad eseguire meticolosamente tutti i segni d’ espressione e a variare l’accento, in corrispondenza all’evoluzione del personaggio. Non c’è nota o parola che non sia sorretta da una vigile intelligenza. E’ veramente un accento diverso, sostenuto però dallo stesso corpo di voce pieno e omogeneo, quello con cui questa Mimì illumina ogni frase del primo atto, per poi culminare nello straziante addio del quarto atto, eseguito come è scritto, allucinato, pur senza alcuna enfasi, in virtù della nuda, pura e dolce semplicità di chi è già in un’altra dimensione. Prestazione ammirevole anche quella del tenore Arturo Chacón-Cruz, in virtù di una correttezza di canto (e di intonazione) che gli consente involi senza problemi nel settore acuto, una solida tenuta al centro e un bel gioco di sfumature, che si uniscono a una disposizione naturale in scena. Ma anche gli altri non sono da meno. Larissa Alice Wissel è una Musetta ottima, spigliata e non spiritata. Damiano Salerno (Marcello) e Andrea Porta (Schaunard) sono efficacissimi e Andrea Concetti è un Colline strepitoso, che ha cantato una Vecchia zimarra di fronte alla quale ha trattenuto il respiro tutto lo Sferisterio: tutta in piano e di una malinconia lancinante. Direttore notevole David Crescenzi. Successo pieno e meritato.

foto Tabocchini

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