Io, noi, gli altri
La compagnia Bellini Teatro Factory è in scena fino al 21 dicembre con un testo di Gabriele Russo e Arianna D’angiò, anche responsabili di una regia abile nel guidare la liberà dei giovani attori in un racconto profondo e complesso.
In una scena di velluto rosso che rappresenta il dentro e il fuori, l’affacciarsi e l’immergersi in sé stessi, negli altri, e nel mondo esterno al ‘noi’ di un gruppo, si muovono sei giovani corpi, che, ognuno a modo suo, interpreta e reinterpreta la coesione e le distorsioni di una famiglia. Il racconto è un flusso interiore, un flusso di coscienza in cui, e attraverso cui, una donna, la credibile ed espressiva Miriam Giacchetta, veste ogni volta, scambiandosi con gli altri, la forma della madre, della moglie, della figlia, dell’amante. È il percorso di una donna che si confronta con l’inizio e la fine di una relazione amorosa, con i doveri morali di una madre, i traumi e le esperienze di una figlia, gli scontri e il sostegno di una sorella, i desideri e i doveri verso se stessa. La complessità dei ruoli che ci troviamo a vivere e impersonificare ha come motore i luoghi, dello spazio e del cuore, da cui proveniamo, i rapporti dei nostri genitori, quelli con i nostri fratelli, le relazioni amorose, la costruzione di un ‘Io’ unico e indipendente seppure condizionato dal passato.
I giovani attori che si muovono sul palco, a volte danzando, altre saltando e correndo, altre ancora trascinandosi, sono l’onda di quel flusso di coscienza e memoria che si sposta e si piega sotto il peso di esperienze non ancora comprese, di vuoti che non sanno ancora come riempire. Imparano ad inscenare la vita a cui hanno assistito, mentre imparano a viverla. Sono ragazzi, spettatori che si fanno attori; inseguono una via di uscita, una chiave di lettura per tutto quello che hanno attraversato nelle loro famiglie, e quello che li attraversa provenendo dal mondo intorno. Hanno appena iniziato a cercare quel punto di equilibrio che continuamente si sposta, fra sé e le relazioni, il passato che li ha plasmati, il futuro che vogliono plasmare. La regia appare come una indicazione della direzione tradotta in immagini e musica, ma l’impressione è che decida di lasciare libertà di espressione e creazione di personaggi e di emozioni; di lasciare che il fiume in piena della crescita, personale e professionale, si muova e gorgogli, fra argini cedevoli solo perché elastici. Anche il testo, molto semplice e diretto, raccoglie intorno ad un nucleo sostanziale la visione a scatti, spezzoni di pellicola, secondi da reel dei social, del tipo di vita che oggi investe tutti, e i ragazzi in prima linea, spostando nell’ombra certezze e punti fissi, costringendo alla ricerca, alla ricostruzione, alla reinterpretazione. Momenti molto intensi, sottolineati da una scelta musicale coinvolgente, si alternano a scene in disordine e non immediate, che comunque delineano il conflitto e l’interferenza tra il privato e il pubblico, tra la familiarità e l’estraneità, l’intimità e l’esteriorità. Lo spettacolo è un punto di partenza per i giovani attori, raccoglie parte delle loro esperienze, di una prima porzione di vita in cui hanno assistito e agito entro argini già segnati; così come rappresenta un nuovo inizio per la storia della, e di una, donna protagonista che è uscita dagli argini, che vuole scavalcare le sponde.
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