L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Contro il tempo

di Isabella Ferrara

Il testo di Italo Svevo non cessa di apparire attuale, in scena con la regia di Valerio Santoro e Nello Mascia protagonista.

NAPOLI, 17 febbraio 2026 - La scenografia, gli abiti di scena, il parlato, il ritmo, le movenze degli attori calano lo spettatore direttamente nel 1900. Nella società, nei costumi, nelle evoluzioni scientifiche, tecniche e culturali di un’epoca lontana, in cui, però, l’uomo, preso e compreso dai suoi viaggi interiori e dai suoi desideri, non era affatto diverso da come ancora oggi è. Circondato da altri costumi, da altre evoluzioni tecnologiche e da riferimenti culturali a volte evanescenti, l’uomo di oggi ha le stesse urgenze sociali, si pone le stesse domande esistenziali, cerca ancora risposte dalla vita, e vagheggia sempre di sconfiggere la vecchiaia con i suoi limiti e i suoi codici. L’atmosfera che saluta lo spettatore in sala è mesta, i personaggi che man mano entrano sul palco presentano una routine di vita lenta, ordinata, ma contemporaneamente si sente e si vede già qualcosa nei modi e nelle parole che scardina la monotonia, sdrammatizza dove può, uscendo dagli schemi come ad anticipare che un po’ di sfrontatezza non manca e non guasta. Tutti gli attori in scena caratterizzano dei personaggi credibili e ben riusciti, che sono famiglia e, allo stesso tempo, società. Il protagonista del romanzo di Svevo, Giovanni Chierici, trova nuova vita nell’interpretazione di grande bravura di Nello Mascia che sostiene un testo complesso dandogli vividezza e forza narrativa, fra pensosa riflessione e divertenti scelte recitative. Chierici è un uomo vecchio, sposato, con una figlia, benestante tanto da potersi permettere un intervento medico che promette di restituirgli il vigore giovanile perduto e di riportarlo ad una vita in cui agire liberamente, senza i limiti dell’età imposti dal corpo, dalla mente, e dalla società. Vuole tornare al centro della scena, insomma, dal quale, in realtà, non si è mai spostato. E, in effetti, in scena Chierici/Mascia porta un afflato energico, carico di volontà e ostinazione per la vita a modo suo. Trasporta con sé una forza che si spinge oltre, per arrivare ad avventurarsi nell’introspezione, nel tentativo di capire cosa cerchiamo, dove e per quanto può durare la ricerca, mentre si insegue se stessi, ci si perde e poi ci si ritrova, senza riconoscersi davvero nelle vesti di vecchi sottovalutati, a volte derisi, spesso trattati con condiscendenza. A rendere tutto più tangibile, per condurre alla scoperta della mente dell’uomo, ci sono delle parentesi oniriche, anticipate da momenti recitativi molto espressivi e scandite da luci e musiche che riescono a creare angoli di riflessione. In quei momenti la confusione mentale e il disorientamento spaziale e temporale non sono più vecchiaia, ma sono ricordo, sogno, immaginazione. Ricordi della vita passata, sogni di poterla rivivere, immaginazione di volerla e poterla, forse, modificare. Diventa un viaggio poetico, delicato, malinconico. Al risveglio, poi, capita di scontrarsi con il lato egoistico e capriccioso di un uomo che non vuole arrendersi alla realtà, e non sa farlo. Il ringiovanimento promesso dalla medicina, ieri come oggi, non può spingersi oltre qualche rinnovato, e momentaneo, vigore del corpo. Quello a cui si anela è una rigenerazione da quel che ha stancato, consumato, per ricominciare con nuove energie. E questo in qualche modo accade laddove il protagonista si confronta con se stesso, le sue scelte e i suoi desideri, con la vita vissuta e la donna amata; quando la moglie e la famiglia tutta riprendono la strada segnata da nuove interruzioni e divagazioni, e laddove la vita prosegue nel miraggio, e la speranza, di un nuovo amore tanto aspettato, ricercato, inseguito da un altro personaggio che merita una particolare attenzione, Bigione, interpretato da un bravissimo Massimo De Matteo, innamorato della figlia di Chierici. Costantemente presente in scena, seppure non parente, il cui nome è di continuo dimenticato, e quindi, però, ripetuto; la cui personalità è derisa, più ancora delle azioni improbabili della vecchiaia; la cui insistenza e tenacia incarnano a suo modo una rigenerazione caparbia di volontà, desiderio, e che regala momenti di ilarità e affettuosa solidarietà. Con una regia e messa in scena che ha rispettato e esaltato il testo, ‘rigenerandolo’ attraverso i suoi attori, lo spettacolo è un classico della letteratura, un “fuori tempo” attuale, come tutto ciò che ragiona dell’uomo e con l’uomo. Forse non è il desiderio di vivere più a lungo, ma di proseguire come se si ricominciasse a godersi il tempo più pienamente, e questa è una rigenerazione possibile.

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