L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La nebbia e la luce

di Isabella Ferrara

Lungo viaggio verso la notte di Eugene O’Neil è in scena al Teatro Bellini di Napoli con la regia di Gabriele Lavia

NAPOLI, 17 marzo 2026 - Quando si assiste ad un dramma le reazioni possono essere di fuga, di rabbia, di dolore che ripiega in se stessi, certamente non di indifferenza; perché dentro ad ogni situazione drammatica, che pure non ci appartiene in uno specifico momento, si nascondono e tornano a vivere i nostri personali drammi, soprattutto se davanti a noi si dispiegano quelli di una famiglia, luogo astratto in cui si ripetono gli stessi ruoli, le stesse sofferenze, le stesse dinamiche a dispetto del tempo che passa, delle differenze individuali, delle personalità coinvolte.

Lungo viaggio verso la notte, opera di Eugene O’Neil, portata in scena da Gabriele Lavia (regista e interprete al fianco di Federica Di Martino, Jacopo Venturiero, Ian Gualdani, Beatrice Ceccherini), è un dramma familiare. Amore, colpa, rabbia, accuse, pentimenti, deprimente arrendevolezza, fastidiosa resa ai difetti, alle debolezze e ad una ineluttabile conclusione, che di ineluttabile potrebbe non aver nulla, se solo non si ripetesse ancora lo schema delle colpe, degli errori, della resa, in una spirale che intrappola i personaggi, chiudendoli in ruoli già definiti dai quali, sembra, non vogliano nemmeno più scappare, come prede che in gabbia abbiano perso le loro forze cercando invano di divellere le sbarre che le rinchiudono. La scenografia dello spettacolo è senza dubbio riuscita a trasmettere un senso perfettamente claustrofobico, attraverso ogni singolo elemento inserito. Arredi, luci, ombre soprattutto, alte librerie di volumi opprimenti, tappeti che coprono, e soffocano, segreti già rivelati, cose non dette ripetute di continuo che diventano colpe e vie senza uscita. Le sbarre attraverso cui i personaggi a volte risultano inquadrati come figure compiute, ma che più spesso tagliano i corpi e i volti, spezzano le dimensioni, creando un puzzle all’occhio dello spettatore che perde contorni definiti, così come i personaggi perdono il loro spessore ogni volta che rinunciano a reagire, a cambiare, a uscire per non tornare, oppure a tornare ma finalmente diversi. In una sola lunga giornata di una famiglia sono realisticamente concentrati i giochi, a volte al massacro, che caratterizzano quei drammi che tutti abbiamo sperimentato, dove l’amore insegue i sensi di colpa, la rabbia aggredisce il colpevole di turno, il pentimento si alterna al rimpianto, la sofferenza cerca conforto nell’ affetto e il legame diventa una catena. Anche la scelta interpretativa degli attori segue lo schema di una ribellione, soprattutto giovanile, a tratti femminile, che, però, si dilegua quando vengono meno le forze di fronte a scelte fatte, errori commessi, severa realtà che risuona come le sirene di una nave nella nebbia che si avvicina, e pare non arrivare mai; o realtà inebriante, come buon whisky, di una vita da palcoscenico di applausi e successi che ha sacrificato la vita degli affetti familiari, rendendola annacquata come una bottiglia di whisky da cui tutti bevono rimescolandola con l’acqua. E così, nella nebbia dell’oppio, dell’alcol, della fioca luce dentro la casa e dentro i personaggi, può poco la luce di un sole che non entra dalle finestre, lo spazio dei ricordi di quando si viveva ancora fuori da quelle sbarre metaforiche ma rese tangibili. Un sentimento soffocante, di irrequietezza e quasi ansiogeno potrebbe essere proprio il desiderio di fuga di fronte al dramma, anzi ai drammi e all’ineluttabile; il bisogno di aria fresca, di luce, di liberazione dalla gabbia.

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