L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Non è veramente Natale senza Schiaccianoci

 di Stefano Ceccarelli

L’appuntamento natalizio con Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij, nell’allestimento di Paul Chalmer, sta diventando una tradizione al Teatro dell’Opera di Roma. Sotto la buona mano di Nir Kabaretti, brillano, nei ruoli della Fata Confetto e del suo Cavaliere, Susanna Salvi e Michele Satriano; buone le performance di Marta Marigliani come Clara e Walter Maimone come Schiaccianoci.

ROMA, 21 dicembre 2025 – È sempre vera la frase che non è veramente Natale senza Schiaccianoci. La direzione artistica del Costanzi lo sa bene, ovviamente, e ripropone quello che oramai è l’allestimento del Teatro dell’Opera, a firma del coreografo Paul Chalmer. Si tratta di un evento che catalizza l’attenzione del pubblico romano come pochi altri momenti della stagione, pubblico che si fa variegato, con la presenza di molti bambini, rumorosamente incantati dall’eterna favola dell’amore fra Clara ed il suo Schiaccianoci. Per quanto riguarda la coreografia di Paul Chalmer e, più in generale, l’intero impianto della produzione, il mio giudizio rimane sostanzialmente quello già espresso nella recensione del 2023 (leggi), dalla quale riprenderò a piene mani.

Paul Chalmer sceglie uno Schiaccianoci narrativamente vicino all’originale čajkovskijano, con qualche licenza, soprattutto nella prima parte del balletto. Pur non obliando, certo, l’apporto della versione ‘psicologica’ di Nureyev o di altri allestimenti tradizionali di matrice russa – risalenti, quindi, comunque al modello originale di Lev Ivanov –, Chalmer cammina all’interno del sentiero della tradizione, per esempio, mantenendo divisi i ruoli di Clara e della Fata Confetto. Gioca, però, molto sulla fantasia nella prima parte: un movimentato mercatino di Natale e una scena famigliare, ricca di comici guizzi, durante la Vigilia di Natale in casa Stahlbaum vengono dirette con notevole maestria e senso del ritmo narrativo. In generale, si può dire che la versione di Chalmer sia riuscita e piacevole, benché alcune parti risultino più efficaci di altre. L’inizio dello Schiaccianoci lascia a bocca aperta, non solo visivamente, ma anche per il ritmo narrativo. Chalmer ha un certo qual gusto cinematografico per le scene mimiche: il Prologo, che si svolge nel mercato natalizio del paese, è una baraonda di gente che va e viene, con tante piccole scenette – la più divertente delle quali è quella in cui Drosselmeyer dona dei dolcetti ai bambini. La neve, opera delle proiezioni video (Renzetti-Bruno), è riuscitissima; in generale, la scenografia (Andrea Miglio) rinuncia all’opulenza tipica di un balletto come Lo schiaccianoci per concentrarsi sulle proiezioni video, che costituiscono di fatti l’impalcatura generale di tutte le scene – con effetti, sicuramente, più o meno riusciti, ma mai deludenti. Va segnalato che, nel caso della recita cui ho assistito, il proiettore si è inceppato diverse volte nel corso della prima sequenza (Prologo e I atto), dando non pochi problemi. Anche l’interno della casa degli Stahlbaum (atto I, scena I), i quali hanno invitato i loro amici e parenti a passare con loro il Natale, è ben pensato, con un enorme albero di Natale che fa da perno visivo, mentre le vetrate liberty sono proiettate sullo sfondo. Tutto il quadro è vivacemente animato dalla compagine maschile dei bambini, che si divertono a infastidire le loro coetanee con tiri da monelli (in questo caso si tratta dei giovani Allievi della Scuola di Danza), come pure dalle poupées mécaniques, dono di Drosselmeyer. La narrazione prosegue con il sogno di Clara, protagonista lo Schiaccianoci. La guerra dello Schiaccianoci contro il Re dei topi è un altro momento clou della regia di Chalmer: il gusto cartoony non deterge completamente un sotteso senso dell’horror (per come era stato, del resto, immaginato dalla penna di H.T.A. Hoffmann). C’è da notare che, rispetto ai due anni precedenti, la scena m’è apparsa meno d’effetto. L’atto si conclude con un bel tableau in una foresta innevata e con il viaggio nel mondo dei sogni, qui reso con una mongolfiera che trasporta Clara e Schiaccianoci nel palazzo della Fata Confetto. Esaltazione dello stile liberty di casa Stahlbaum, il palazzo della Fata, quasi interamente realizzato con le proiezioni e assai poca mobilia, ospita la parte più tradizionale della coreografia di Chalmer, ovvero le danze del Grand divertissement ed il finale Pas de deux. Certamente, la parte più innovativa e divertente del II atto sono tre scimmie, attendenti della Fata confetto, che vivacizzano la scena con giochi, scherzi e schermaglie (applauditissime, peraltro, dal pubblico).

Il personaggio di Clara – che Chalmer lascia bambina, ben distinta dalla Fata, come prescritto dalla tradizione – è danzata da Marta Marigliani, che piace per la freschezza dell’interpretazione ma convince meno sul lato puramente tecnico. Come ho già avuto modo di notare recensendo una delle recite dello scorso anno, il pas de deux danzato da Marigliani e Maimone,che precede la Valse des floçons de neige, pur presentando belle figurazioni e prese, non riesce fluido, con i due interpreti che palesano una certa pesantezza e poca ariosità nei movimenti. Complessivamente parlando, però, come nel caso della Clara di Marigliani, anche lo Schiaccianoci di Walter Maimone convince, soprattutto nella freschezza dell’interpretazione pantomimica. Il Fritz di Gabriele Consoli è abbastanza buono, come pure il Drosselmeyer di Mattia Tortora. Ma il momento più alto, di pura, classica arte coreutica è il pas de deux finale (II atto). Susanna Salvi regala al pubblico una Fata Confetto di straordinaria eleganza, tecnicamente ineccepibile, dai movimenti morbidi, aerei. La Variation de la Fée-Dragée brilla per leggerezza e lavoro sulle punte, riuscendo a detergere le difficoltà tecniche nell’eleganza dei movimenti (si pensi ai tours en manège o alla diagonale). Michele Satriano, che con Salvi condivide un’eleganza inconfondibile, non è un danzatore dall’esplosività prodigiosa, ma dalle linee superbe, dall’aristocrazia della musicalità, come emerge dalla sua Variation du Prince Coqueluche, dove Satriano mostra tutta l’energica grazia di cui è dotato. È quasi scontato aggiungere che il loro Andante, il momento più intimo del balletto, è anche quello più alto della serata: la precisione e pulizia delle prese e delle figurazioni vengono comunque in secondo piano rispetto alla grazia che accomuna la danza dei due interpreti, che dimostrano, ancora una volta, di meritare il titolo di étoile e primo ballerino del Teatro dell’Opera di Roma.

L’assoluta qualità dell’intero corpo di ballo del Costanzi si palesa nei due valzer e del Grand divertissement del palazzo della Fata Confetto. Vero coup de théâtre dell’intero balletto, il finale I, la Valse des floçons de neige, è il momento più bello della coreografia di Paul Chalmer, il tableau che rimane maggiormente impresso nella memoria dello spettatore, ottimamente eseguito dalla compagine femminile. La danse espagnole riesce energica,colorata e vivace. Forse questa versione della danse arabe è la migliore vista da tre anni a questa parte: complimenti a Marianna Suriano, sensuale e ‘snodata’, come pure a Domenico Giribaldo ed Emanuele Mulè, che fanno della leggerezza e lentezza dei movimenti la chiave del successo. Continua a convincermi decisamente meno la danse chinoise, dove il dragone occupa un po’ troppo spazio sul palco, togliendo possibilità ad uno sviluppo più organico della pur semplice coreografia (al netto del fatto che l’effetto del dragone è sempre divertente). Buona la danse des mirlintons, dal gusto decisamente classico; esplosivo il Trepak, che obbliga Agnelli, Rizzo e Consoli ad un notevole sforzo fisico. Il riuscitissimo Grand ballable (più comunemente noto come la Valse des fleurs) si svolge sullo sfondo di una fiorita animazione delle vetrate liberty del castello della Fata confetto; le ballerine danzano dolcemente, vestite di colori variopinti – i costumi, a firma di Gianluca Falaschi, sono di magnifica fattura e si apprezzano molto di più dall’alto, quando le gonne roteanti disegnano le corolle floreali.

La conduzione di Nir Kabaretti, che moltissime serate di balletto ha già diretto, con ottimo esito, al Teatro dell’Opera di Roma, è di tutto rispetto. Innanzitutto, Kabaretti si mostra sempre attento a ciò che accade sul palco, tenendo vigile il rapporto fra la buca e la scena, adeguandosi ogni volta alle esigenze degli interpreti, senza, però, sacrificare la bellezza di cui trasuda la partitura dello Schiaccianoci. L’elemento che mi è parso di miglior pregio di una lettura complessivamente assai buona, anche da parte dell’orchestra (se si tralascia qualche problema con gli ottoni ed alcuni impasti orchestrali poco limpidi), è stata la morbidezza che Kabaretti ha palesato in momenti come le celebri pagine della Valse des fleurs o l’Andante del pas de deux finale. Alla fine, il sipario cala ed il pubblico inonda la sala di applausi: la magia dello Schiaccianoci è riuscita ancora una volta.

Roma, Lo Schiaccianoci, 21/12/2024

Lodi, Lo Schiaccianoci, 20/12/2024

Milano, Lo Schiaccianoci, 18/12/2024

Roma, Lo schiaccianoci, 21/12/2023

 


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