L’amore è un sogno
Lunghi applausi coronano questa fortunata serata della Bayadère di Ludwig Minkus, che torna dopo tre anni al Costanzi nella collaudata versione di Benjamin Pech. A dirigere l’orchestra è Fayçal Karoui. Solisti sono i due primi ballerini dell’Opéra di Parigi, Paul Marque (Solor) e Sae Eun Park (Nikiya), affiancati da eccellenti danzatori romani: Susanna Salvi (Gamzatti) e Simone Agrò (L’Idolo d’oro). Straordinaria la performance del corpo di ballo, sotto la direzione della Abbagnato.
ROMA, 5 febbraio 2026 – A tre anni esatti dal debutto, La bayadère di Benjamin Pech torna sulle scene del Costanzi, entrando ufficialmente nel novero di quegli allestimenti stabili su cui la direzione artistica dell’Opera di Roma sa di poter contare per la loro qualità ed il positivo impatto sul pubblico. Un po’ come un buon vino, La bayadère di Pech sembra non solo ben invecchiata, ma ancor più bella di come la ricordassi. Nelle righe che seguono, riporto sostanzialmente quanto da me già scritto in occasione del suo debutto nel 2023 (https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/20-danza/14139-roma-la-bayadere-28-02-2023).
Le scene sono a firma di Ignasi Monreal. Artista eclettico e perfettamente inserito nel panorama contemporaneo, Monreal crea fondali scenici funzionali, alcuni particolarmente pregevoli. Il più bello – a mio gusto – è il I quadro, raffigurante il Tempio induista. Monreal immagina una scena essenziale, che catalizza l’attenzione dello spettatore al suo centro, dove la porta d’ingresso del tempio è raffigurata come un bronzeo scudo circolare. L’uso delle luci (Vinicio Cheli) e il sapiente contrasto cromatico giocato fra il bronzo ed il blu notte dello sfondo seducono la vista. Le altre scene (l’interno del palazzo del Rajah) sono variate con pannelli di drappi dipinti, che si aggiungono all’architettura templare indiana, ovvia costante scenica dell’intero balletto. Forse, il quadro meno d’effetto è proprio l’ultimo, il più celebre, il secondo del III atto, noto come “Regno delle Ombre”. Qui Monreal gioca con il sipario di velatino e la proiezione di giganteschi fiori di oppio, a sottolineare l’atmosfera onirica; ma, forse, si sarebbe potuto fare qualcosa di più originale, vista e considerata la bellezza essenziale del I quadro. Gli splendidi costumi sono a firma di Anna Biagiotti. Indimenticabili, in particolare, quello di Nikiya, che miscela la sensualità di un’odalisca a elementi precipuamente indiani, come pure quello del Bramino, rivestito di una morbida tunica dorata con il volto dipinto di un vivido blu, e dell’Idolo d’oro, impressionante nella cura dei dettagli.
Le coreografie ed il montaggio generale sono a firma di Benjamin Pech, un coreografo che sa innovare rimanendo nel solco del classico. Le sostanziali novità della versione di Pech sono alcune variazioni e la scelta del finale, da cui è bene prendere le mosse. Pech immagina un finale dove «il potere vince sull’amore» (come dichiara nella sua intervista a Lorenzo Tozzi) e dove Solor, risvegliatosi dalla dimensione onirica indotta dai fumi dell’oppio, se ne va con Gamzatti, mentre lo spettro di Nikiya svanisce – una scena indimenticabile, peraltro, perché l’interprete di Gamzatti (questa sera Susanna Salvi) entra in scena con uno splendido vestito rosso intenso, dotato di un impressionante velo a strascico, sorretto da attendenti. La versione di Pech, dunque, rende centrale proprio il personaggio di Solor, un eroe maschile, ruoli tradizionalmente meno valorizzati all’interno del balletto romantico. In generale, la coreografia di Pech migliora, in qualità ed invenzione, con il progredire della Bayadère. Il quadro d’apertura del I atto, infatti, continua a sembrarmi il più debole: complessivamente, rimane un po’ spoglio e Pech avrebbe forse potuto giocare di più con i gruppi di danzatori presenti in scena, pur mantenendo quell’atmosfera di ieratica staticità che si confà alla scena. Complimenti a Michele Satriano per la sua interpretazione del Capo dei fachiri, che si lanciano in un’applaudita danza dal sapore primitivo. In linea, ancora, con un’idea di ieraticità è il pas de deux in cui il pubblico apprezza, per la prima volta, le doti delle due étoiles ospiti di questa produzione, precisamente la première danseuse ed il premier danseur dell’Opèra di Parigi: Sae Eun Park e Paul Marque. Sulla scia delle idee estetiche di Nureyev, Pech – come già notato – valorizza molto il ruolo maschile di Solor, nel quale Marque brilla certamente. Danzatore dotato non solo di agilità, leggerezza e potenza di slancio, ma anche di gusto e musicalità, Marque risulta perfetto nel ruolo del principe indiano innamorato. La musicalità e l’eleganza si notano soprattutto nel già citato, primo pas de deux con Park, una dolce dichiarazione d’amore fra i due danzatori, tutta giocata sull’aerea verticalità di posizioni e prese; ma anche gli adage dei due grands pas de deux,rispettivamente con Gamzatti e Nikiya, portano alla luce il carattere più lirico della danza di Marque, che non è certo prima di esplosività. Infatti, le sue due variazioni colpiscono non solo per la potenza dei salti e la pulizia nell’esecuzione delle figurazioni aeree, ma anche per l’impressione generale di facilità, quasi sprezzatura con cui riesce ad eseguirle. Il ruolo di Nikiya è affidato all’altra étoile ospite, Sae Eun Park, una danzatrice certo differente rispetto al collega Marque. Dotata di una tecnica e di una resistenza prodigiose, come si evince dalle sue arabesque, Park ha un carattere etereo che si manifesta nella perfezione delle linee, nella musicalità dei movimenti e nella facilità con cui esegue tutte le difficoltà della parte. Il miglior lato della sua arte emerge certamente nel grand pas de deux dell’atto finale (“Il regno delle ombre”), dove mostra le sue abilità di virtuosista, regalando al pubblico l’esecuzione perfetta di tutto il campionario di difficoltà coreutiche – in particolare, ricordo una mirabile diagonale e evoluzioni in aria en arrière. Se c’è qualcosa che manca alla Nikiya della Park, peraltro altrimenti perfetta, è forse un po’ di sensualità carnale: si pensi alla sfrenata danza dell’atto II, in cui la baiadera è costretta a danzare davanti agli invitati alla festa di fidanzamento fra l’amore della sua vita, Solor, e la sua rivale, Gamzatti – ecco, forse lì la Park è risultata più algida di quanto la scena avrebbe richiesto. La bellezza di Bayadère, infatti, sta anche nel fatto che i suoi protagonisti devono recitare, oltre che danzare – il che non è sempre un elemento dirimente nella drammaturgia di ogni balletto. Park, in ogni caso, dà prova di essere un’ottima attrice: la scena del II quadro con Gamzatti è eloquente, come anche la morte per il mosto dell’aspide alla fine del II atto. Il ruolo della rivale, principessa figlia del Raja, è danzato da Susanna Salvi: fu Gamzatti anche nella recita cui assistetti nel 2023 e non posso che constatare, ancora, la bravura assoluta di una delle punte di diamante del corpo di ballo del Costanzi. La sensualità, la precisione, la pulizia dei passi, come pure l’agilità e l’eleganza sono le doti con cui Salvi disegna il carattere di una donna innamorata e gelosa, abituata ad averla sempre vinta. Il ruolo di Gamzatti, particolarmente valorizzato da Pech nella sua visione de La bayadère, emerge in tutta la sua fisicità nel pas de deux dell’atto II: la Salvi si diverte nelle agilità della variazione, sempre sprigionando sensualità, e concludendo il pezzo con una serie ragguardevole di fouettés. La parte assolutamente più spettacolare dell’intero impianto coreografico di Pech sono le danze nella festa del II atto: lo spettatore è stupito dalla qualità e quantità dei pezzo coreografici, come pure dalla bravura di tutti i danzatori in scena, ivi compresi gli allievi della scuola di danza del Costanzi. L’acme della scena si raggiunge con la variazione dell’Idolo d’oro, qui interpretato dal miglior ballerino che il corpo di ballo capitolino possa ora vantare, l’étoile Simone Agrò, straordinario negli slanci come nei salti, sotto un forsennato accompagnamento musicale. Lode anche alla compagine femminile del corpo di ballo, che ha reso ancora indimenticabile la discesa delle baiadere nel III atto, quando Solor inizia a sognare: muovendosi su aggraziate arabesque, le ballerine del Costanzi scendono con aerea leggerezza dal fondo del palco, per poi esibirsi in ogni sorta di evoluzione: del resto, la fortuna del “Regno delle ombre” come atto a sé stante è dovuta anche alla bellezza di queste coreografie, di astratta dolcezza, che ricordano quelle poi impiegate nel Lago dei cigni.
Ottima anche l’orchestra: il suono è pieno, argentino; straordinaria, direi, per tocco e musicalità l’esecuzione degli assoli del primo violino, che accompagnano più di una volta i ballerini. Il direttore, Fayçal Karoui, lavora assai bene sul volume e l’agogica, non limitandosi solo a coordinare buca e palco ma facendo emergere anche le bellezze della partitura di Minkus. Solisti, corpo di ballo e maestranze orchestrali vengono lautamente e meritatamente applaudite.
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