Cenerentola e il principe Schiaccianoci

di Roberta Pedrotti

La ripresa bolognese dell'allestimento rossiniano firmato da Emma Dante per Roma e rimasta sospesa dal 2020 può contare su un'eccellente compagnia di canto e sulla concertazione viva e sensibile di Nikolas Nägele.

BOLOGNA, 16 dicembre 2021 - Al Comunale di Bologna, nel febbraio del 2020, mentre andavano in scena solo le prime recite di Madama Butterfly, si stava provando, fiduciosi, La Cenerentola. Finalmente, il lavoro congelato torna a vivere per un pubblico numeroso e ben vaccinato. Sebbene nubi fosche si avvistino ancora sui nostri cieli, un sospiro di sollievo si può tirare: stiamo tornando a vivere, val la pena di tenere duro con prudenza e precauzioni.

Lo spostamento della fiaba rossiniana con la regia di Emma Dante alle soglie delle festività natalizie, peraltro, non cade a sproposito. Anzi, finisce anche per ricontestualizzare quel pizzico di horror vacui che resta il limite dei lavori meno riusciti della regista palermitana. L'idea di accompagnare la protagonista con cinque cloni meccanici, a sottolineare lo sfruttamento della ragazza e il “da ponente ed a levante, da scirocco a tramontana, non ho calma un solo istante: tutto, tutto tocca a me”, può funzionare, ma quando viene ripetuta anche per i valletti del principe e si accumulano danze di automi anche in “Ah signor, s'è ver che in petto”, allora si rischia davvero il sovraccarico. Però, sotto Natale, sembra quasi che, fra quei tenui azzurrini e verde acqua pennellati talora da guanti rossi, faccia capolino lo Schiaccianoci, e dissimula con aria di divertissement la crudeltà dichiarata negli intenti registici.

Ci si affonda in poltrona, allora, e ci si gode la serata, giacché il cast è ottimo e sul podio ritroviamo finalmente dal vivo Nikolas Nägele, che già era piaciuto a Bologna nell'Italiana in Algeri e poi aveva convinto a Pesaro con Il viaggio a Reims e i concerti dell'estate 2020. Il giovane tedesco, già tecnicamente ben ferrato e di promettente talento, ci appare viepiù maturato, con un senso del fraseggio e del canto che ce lo farebbero immaginare madrelingua. Se anche l'orchestra - alla prima pare ridotta da alcune adesioni allo sciopero generale – non è sempre al suo meglio, la concertazione si fa ammirare per la fluidità dei tempi e delle dinamiche, per l'esattezza del meccanismo dei concertati che tuttavia non fa mai venir meno calore e lirismo, per un respiro ampio o serrato sempre con naturalezza, per una cura del colore sempre più sensibile. La complicità con i cantanti è evidente, e tanto più fruttuosa quando sulla scena si muovono esperti rossiniani di rango. Chiara Amarù è un'Angelina perfetta, la voce mantiene lucentezza, elasticità, slancio in acuto, ma ha acquistato anche bruniture che le consentono uno scaltrito gioco di colori, sicché il personaggio non risulta solo tenero e d'animo nobile, ma anche consapevole, talora aristocratico, capace di giostrarsi fra le identità di serva, di “bella incognita” e di principessa dimostrando tutta la profondità etica della Cenerentola. Basterebbe la sprezzatura da autentica regina con cui scandisce il recitativo finale, “Signor, perdona la tenera incertezza”, per dare la misura della sua interpretazione. Accanto a lei, Antonino Siragusa è un miracolo di classe rossiniana, sulle scene da quasi un quarto di secolo senza perdere smalto, squillo, ma soprattutto sensibilità di musicista e fraseggiatore (i suoi recitativi, sul piano dello stile, sono i migliori della serata), con un “Pegno adorato e caro” cesellato a fior di labbro con gran gusto e coronato da un “Dolce speranza, freddo timore” incisivo e svettante. Terzo fra cotanto senno è il pure collaudatissimo Dandini di Nicola Alaimo, dalla figura tanto bonariamente imponente quanto leggiadra nell'azione, tutto concentrato sul sapore della parola da cui discende naturale e fluido il canto rossiniano, dalla coloratura al sillabato. Vincenzo Taormina arriva un pochino stanco all'infernale stretta dell'ultima aria di Don Magnifico, ma è comprensibile (siamo umani) e nel complesso non si può che dir bene della sua padronanza scenica e della sua cura minuziosa dell'accento. Anche Gabriele Sagona si fa apprezzare come Alidoro, autorevole ma non sussiegoso, benché l'aria lo metta alla prova con una tessitura piuttosto acuta per la sua voce di vero basso. Si bilanciano bene, infine, le sorellastre: spiritata e sopra le righe Tisbe (Aloisia Aisemberg), rancorosa ma non troppo sveglia Clorinda (Sonia Ciani). Il coro maschile, preparato da Gea Garatti, assolve bene al suo compito.

Il pubblico, visibilmente divertito, applaude con gran calore tutti gli interpreti al proscenio. Nessuno si presenta per la ripresa della produzione proveniente dall'Opera di Roma (la regia è stata rimontata da Federico Gaglierdi, le scene sono di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino, le luci di Cristian Zucaro e i movimenti coreografici di Manuela Lo Sicco), ma dai commenti e dalle risate in sala è facile immaginare che sarebbero stati ben accolti.