Allusioni in blu elettrico

di Irina Sorokina

A tratti interessante, a tratti poco comprensibile, l'allestimento di Dmitry Bertman per la moscovita Helikon Opera mette in ombra l'aspetto musicale dell'opera di Čajkovskij, ampiamente tagliata. Degno di nota, tuttavia, il cast vocale.

Mosca, 14 gennaio 2022 - È facile sfidare qualsiasi amante dell’opera lirica chiedendogli quando aveva visto il Mazepa čajkovskiano in teatro. Il dramma storico del compositore russo più amato del mondo, ispirato al poema di Aleksandr Puškin Poltava, godette una certa popolarità nel Novecento, anche se non si ricordano messe in scena realmente riuscite, tuttavia nei giorni nostri sembra attirare poco le attenzioni dei teatri. L’autrice ha un vago ricordo di Mazepa al Teatro alla Scala nel 1999 messo in scena da Lev Dodin e diretto da Mstislav Rostropovič, in cui si rammenta un’interprerazione grandiosa del ruolo di Kočubej del basso ucraino Anatolij Kočerga. Non è molto e il fatto è comprensibile: la partitura čajkovskiana avrà tante qualità, ma non contiene arie e/o duetti celebri tranne – entro i confini della Federazione Russa – il monologo del protagonista „Oh Maria!“.

Al teatro moscovita Helikon-Opera, a due passi del Bolšoj, la creazione non proprio popolare di Čajkovskij ha una certa età, se così si può dire. Mazepa all’Helikon-Opera risale allo stesso anno in cui apparse alla Scala, ma lo spettacolo odierno è un remake a pieno diritto. Il „vecchio“ Mazepa nacque nel 1999 sul palcoscenico minuscolo della bella sala bianca e blu della principessa Šakhovskaja che oggi ospita le produzioni „da camera“, quello di oggi risale al 2017 e ha il vantaggio di essere rappresentato in una sala grande e lussuosa intitolata a Igor Stravinskij che offre acustica e visibilità perfette, senza parlare del palco spazioso e ben attrezzato. È sottinteso il nome del regista: non poteva essere che Dmitry Bertman, fondatore del teatro e finora il suo direttore artistico, una volta “l’enfante terrible” del mondo della regia lirica russa e ora quasi un’istituzione.

Come nel lontano 1999, producono un grande effette le scenografie di Igor Nezhny e Tatiana Tulubieva. Non solo, richiedono pure uno sforzo mentale da parte dello spettatore. L’azione del Mazepa bertmaniano non prevede un’ambientazione in un’epoca ben definita, le scenografie rappresentano un paesaggio desolato e fantasmagorico dove prevalgono le rovine. La terra dopo una battaglia o un bombardamento, mutilata dai resti di edifici costruiti in epoce diverse; come per miracolo, rimane intatta una barca di legno: a un russo viene immediatamente l’espressione famosa „barca d’amore“ inventata dal cantore della rivoluzione bolscevica Vladimir Majakovskij.

„La barca dell’amore“ sarà nella produzione bertmaniana anche „la barca della morte“ e un bel colore blu elettrico illuminerà il paesaggio terreno e lunare nello stesso tempo e i momenti sia felici sia tragici della storia d’amore tra Mazepa e Maria, di suo padre Kočubej e sua madre Lyubov. Ma le cose più sorprendenti non saranno le rovine, la barca o l’illuminazione blu: lo saranno i banchi scolastici austeri, non di certo dei giorni nostri, e una maestra“ bacchettona“ che insegnerà la storia agli scolari vestiti di bianco, tra cui Maria e Andrej.

Dalla loro presenza dietro i banchi parte la serie di contraddizioni del Mazepa bertmaniano. Il regista compie sull’opera di Čajkovskij una vera operazione chirurgica: non soltanto l’epoca non è ben definita, Mazepa indossa un magnifico abito storico mentre Lyubov porta una giacca dal taglio austero che ricorda l’abbigliamento delle funzionarie sovietiche; non basta, sul palcoscenico sono spesso presenti i fanciulli cosiddetti „pionieri“, futuri membri del partito comunista dell’Unione Sovietica che ascoltano i discorsi dei personaggi e li fissano sulla carta come se volessero preparare delle denunce, una realtà tipica dei tragici anni del regime staliniano. Quindi, il regista trova coincidenze evidenti tra la storia dell’amore proibito tra un vecchio e una ragazzina, correllata dalla denuncia politica del padre lacerato dal dolore che finisce con l’esecuzione dell’accusato svoltasi nel primo Settecento, con la realtà dell’epoca delle repressioni staliniane. Dal suo Mazepa spariscono lo zar Pietro Primo e la guerra del Nord e appaiono le allusioni sia all’epoca sovietica sia alla recente secessione dell’Ucraina; cose sicuramente molto interessanti, ma rimaste senza approfondimenti.

Un’altra operazione chirurgica piuttosto drastica, se non spaventosa, viene eseguita sulla partitura originale ridotta a due atti; sono tagliati i cori, le danze e il quadro sinfonico Battaglia di Poltava è un intermezzo qualunque senza un significato particolare. Rimangono le persone divorate dalle loro passioni indomabili e proibite (Maria è la figlioccia di Mazepa e la differenza d’età tra loro è circa di mezzo secolo). Rimangono le loro azioni terribili che inevitabilmente li portano alla morte. L’aspetto agghiacciante delle storia di Maria viene particolarmente accentuato: Bertman la „costringe“ a vestire i panni del carnefice del proprio padre e la decapitazione di Kočubej si materializza tramite il taglio violento di un’anguria per mano della Maria impazzita.

Ha un forte impatto sul pubblico questo Mazepa insolito e contraddittorio, addirittura irrisolto e a tratti incomprensibile. Una cosa è certa: quel che si vede è più interessante di quel che si sente. È un esempio significativo di Regie Theater in cui la messa in scena prevale sull’esecuzione musicale, ma ciò non toglie valore ai bravissimi cantanti, membri della compagnia fissa dell’Helikon-Opera.

Nel ruolo del titolo c’è Mikhail Nikanorov che abbiamo avuto piacere ascoltare nel repertorio italiano, in Nabucco e La traviata. Il ruolo di Mazepa gli appartiene a pieno diritto: si sa calare perfettamente nella psiche di un personaggio così complesso, vecchio fuori e giovane dentro, sa rivelare il suo portamento regale, la sua smania di potere, le sue passioni indomabili e la sua crudeltà. La voce salda e ben timbrata, dai colori variegati, un bel legato e una dizione nitida garantiscono un’ottima resa e la celebre aria „Oh Maria!“ è il suo trionfo.

Olga Tolkmit è nata per i ruoli delle giovani donne dal temperamento forte e dalle capacità decisionali importanti. Tutto gioca al suo favore: l’avvenenza fisica, il talento d’attrice e la voce di soprano morbida, fresca e squillante. Nella serata in questione, però, non l’abbiamo trovata in piena forma e il suo strumento a tratti perdeva l’omogeneità.

Dmitry Skorikov, tra i cantanti più in vista della scena moscovita, impegnato anche nelle produzioni degli altri teatri lirici compreso il Bol’šoj, scolpisce il personaggio di Kočubej in tutta la sua ricchezza psicologica: padre devoto, buon marito e politico sfortunato, e gioca sulla profondità della voce e l’espressività dell’accento.

Igor Morozov è un Andrej perfetto e Larisa Kostiuk nel ruolo di Lyubov, come sempre, dimostra le qualità di un’autentica primadonna grazie all’impressionante talento drammatico e alla voce scura e potente. Credibili Georgy Ekimov e Vitaly Fomin, rispettivamente Orlik e Iskra.

La ripresa di Mazepa del 2017 era dedicata al compianto baritono Dmitry Hvorostovsky e diretta dall’eminente maestro Eugene Brazhnik. Ora troviamo sul podio un energico ed efficiente Valery Kiryanov che dirige con una grande sicurezza e brio la partitura čajkovskiana piuttosto abbreviata, prestando attenzioni particolari all’aspetto drammatico della musica e cogliendo lo spirito sentimentale delle pagine più celebri.

Tanti punti di domanda, altrettanti esclamativi: siamo all’Helikon-Opera, un teatro amato e criticato, ma pur sempre vivo.