Čajkovskij fuori dal mondo

di Francesco Lora

Pikovaja dama al Teatro alla Scala trova più un limite che una garanzia nella locandina trasferita quasi di peso da Mosca e San Pietroburgo a Milano: nella concertazione di Timur Zangiev latita non la tecnica ma la consapevolezza stilistica internazionale, così come poca personalità individuale si trova nella compagnia di canto ove spicca il nome di Asmik Grigorian.

MILANO, 13 marzo 2022 – Non c’è bisogno di dimostrare che il miglior Mozart o il miglior Wagner, dal punto di vista interpretativo, siano di casa altrove rispetto al Festival di Salisburgo o di Bayreuth. Se si esclude l’ostacolo di una lingua perlopiù estranea ai cantanti occidentali – lo stesso ostacolo che tiene lontani gli italofoni da Wagner, ma sventuratamente non i germanofoni da Mozart – si dovrebbe diffidare delle origini controllate anche a proposito di Čajkovskij: i suoi Evgenij Onegin e Pikovaja dama sono sì opere cantate in lingua russa, ambientate nella cultura russa e toccate da un “colore locale” russo, ma il loro linguaggio musicale è eclettico e universale, teso più a predicare l’Occidente a Est che non il contrario. È questa una possibile premessa alla Pikovaja dama data al Teatro alla Scala per cinque recite dal 23 febbraio al 15 marzo, con una locandina trasferita quasi di peso da Mosca e San Pietroburgo a Milano, la quale promette e non sempre mantiene quella specializzazione, quell’autenticità e quella qualità altamente attese.

Note sono le vicende per le quali Valery Gergiev ha diretto la prima recita e non si è ripresentato alle successive, essendo priorità del maestro continuare, anche col silenzio sprezzante, a sostenere in modo attivo il regime putiniano. Alle repliche l’opera è stata diretta dal ventottenne compatriota Timur Zangiev, sopraggiunto nient’affatto all’ultimo momento, visto che si era fatto carico egli stesso delle prove al posto del titolare. Chi scrive non crede alla favola che Gergiev possa permettersi, grazie a doti comunicative note a lui solo e precluse agli altri, di negare tempo e importanza al canonico corso di prove; chi scrive non crede dunque nemmeno che a una “prima” miracolosa debbano per forza essere seguìte repliche modeste in quanto orbate del loro eroe. Quanto a Zangiev, gli va riconosciuto il possesso della tecnica onde lavorare solidamente con i cantanti e con l’orchestra e il coro della Scala. È però come se gli mancasse l’esperienza della molteplicità di letture musicali possibili al di fuori del personale contesto d’origine, con rispettive tradizioni e abitudini. In altre parole: Zangiev dirige questo Čajkovskij in modo tanto poderoso, turgido e sicuro – a gambe larghe, si direbbe – quanto monocorde e stereotipato; gli sfuggono precedenti internazionali come quelli di Seiji Ozawa e James Levine, o come quelli dei russi ma cosmopoliti Mstislav Rostropovič e Semyon Bychkov; concerta Pikovaja dama passando sopra le eco francesi e italiane ben radicate nella partitura, e tratta Čajkovskij come si eseguiva Šostakovič in certi vinili sovietici di mezzo secolo fa. Una lettura che mostra, insomma, coscienza manierata del proprio orto, ma non altrettanta, mutevole e smaliziata, del mondo e del tempo attuali. Una metafora?

La compagnia di canto è quasi tutta madrelingua e attinta dalle scene russe, allineando così artisti di casa al Bol’šoj e al Mariinskij ma poco noti in Italia. Più che una spiccata personalità individuale, a contraddistinguerli è il loro farsi ingranaggi della macchina, senza dare spazio all’iniziativa di questo o quello. Possiedono vocalità stentoree, granitiche, muscolose, con l’omogeneità timbrica conseguita a dispetto di un’emissione fibrosa e ingolata: caratteristiche pressoché opposte, dunque, a quelle della scuola di canto russa conosciuta da Čajkovskij, la quale era un’oasi di sopravvivenza del belcanto all’italiana mentre l’Italia stessa scadeva nel Verismo. In questo orizzonte vanno inquadrate tutte insieme le prove, appunto insolenti nei mezzi ma poco sfumate nel porgere, di Najmiddin Mavlyanov come fremente Hermann, di Roman Burdenko come brillante Conte Tomskij e Zlatogor, di Alexey Markov come nobile Principe Eleckij, di Yevgeny Akimov e Alexei Botnarciuc come complici Čekalinskij e Surin, di Elena Maximova come polposa Polina e così via fino alla puntualità di Olga Savova come Governante, di Maria Nazarova come Maša e Prilepa nonché di Olga Syniakova come Milovzor.

Si collocano a sé le due principali interpreti femminili. La parte della Contessa, cui è alter ego la beffarda donna di picche del titolo, spetta per tradizione a mature signore della scena con consumato carisma attoriale, da Martha Mödl a Christa Ludwig, Irina Arkhipova, Leonie Rysanek, Raina Kabaivanska e Anja Silja: ancora lontana dall’età alla quale si usa concedere camei, Julia Gertseva non disgiunge invece il sussiego della caratterizzazione dallo smalto del patrimonio canoro. Quanto a Liza, trova in Asmik Grigorian una magistrale espressione corporea ma una poco condivisibile messa a fuoco del personaggio: Čajkovskij l’ha definita innamorata e trepidante, degna di mille mezzetinte, lirica senza dubbio nel calibro, mentre qui la si trova drammatica, tesa, quasi rabbiosa, con una linea di canto che, importante ma non priva di spigoli, fa rimpiangere l’amorevole, duttile esempio espressivo ivi dato da Mirella Freni. Di fronte all’enormità testuale e culturale di Pikovaja dama, e di fronte alle scabrosità oggi implicate nel parlare di Russia, resta da alludere al nuovo e già archiviato allestimento scenico con un’ennesima inerte regìa di Matthias Hermann, le solite scene di Volker Hintermeier fatte di nero pesto e freddi neon, costumi di Malte Lübben e coreografia di Paul Blackman: un progetto residuale della vecchia direzione artistica, poco dignitoso nel nuovo corso preso dalla Scala.