Salò, o le 120 giornate dei Borgia

di Roberta Pedrotti

Delude la Lucrezia Borgia attesa a Bologna dal 2020. Regia e concertazione mancano il bersaglio, con qualche disagio nel cast in cui comunque si segnala l'intelligente approccio al ruolo eponimo di Olga Peretyatko.

BOLOGNA, 7 maggio 2022 - Attesa da due anni, la Lucrezia Borgia in coproduzione internazionale fra Bologna, Tenerife, Madrid e Oviedo arriva finalmente al Comunale. L’approdo, però, è burrascoso e i quasi dieci minuti di applausi finali non fanno dimenticare i dissensi in corso d’opera (qualche vuoto in sala dopo l’intervallo si è notato) né una serie di ombre che hanno finito per aggregarsi intorno alla regia, benché anche altri fossero i punti critici e problematici.

La visione teatrale di Silvia Paoli partiva da un assunto chiaro anche senza lettura preventiva delle brevi note di regia (personalmente, le guardo sempre dopo: lo spettacolo deve spiegarsi da sé e gli scritti sono semmai confronto e approfondimento). Il mondo di Lucrezia Borgia è violento e maschilista, le donne – quando ci sono – sono oggetti di piacere e potere. La protagonista è cresciuta fra gli abusi, viene usata come merce di scambio politico, cerca di costruire un proprio spazio e una propria autonomia con le uniche armi che conosce, sesso e intrigo, ma ne viene stritolata. Bene. Il problema è che la realizzazione, in un contesto che fa pensare al Salò di Pasolini, non funziona come dovrebbe e più che assestare un bel pugno nello stomaco si perde, soprattutto fra prologo e inizio del primo atto, in una serie provocatoria di violenze apparentemente fini a sé stesse, che mancano l'obbiettivo fin dal preludio. Non ci abbandona l’impressione che lo spettacolo non abbia trovato la sua quadratura, lasciando tutto in una superficie a tinte forti, per di più spezzettata da un incomprensibile susseguirsi di sipari per cambi scena, benché l’impianto di Andrea Belli fosse sostanzialmente unico per tutta l’opera (infatti non risultano queste pause nelle precedenti rappresentazioni spagnole e a Bologna abbiamo anche il precedente dei non meno incomprensibili cambi scena nellAttila firmato da Daniele Abbado: speriamo che i prossimi lavori rendano più efficiente la macchina del Comunale!). Alla fine si scandalizzano i tradizionalisti e si scontenta anche quella porzione di pubblico che sarebbe stata più aperta a un'idea audace. 

Basti pensare all’apporto coreografico di Sandhya Nagaraja, che potrebbe avere lo scopo di mettere alla berlina il machismo squadrista (si sa, spesso i sedicenti campioni di virilità hanno qualcosa da nascondere), ma scivola nel ridicolo anche perché sia nella scena di Rustighello e Astolfo – un minacciare nella nebbia che anticipa le atmosfere di Rigoletto e Sparafucile – sia nel coro “Rischiarata è la finestra” i tempi staccati da Yves Abel accentuano il rischio parodistico. Solo che qui non siamo nel granducato di Gerolstein, né a Broadway con Mel Brooks o su Marte con Corrado Guzzanti.

In effetti, la concertazione del maestro canadese (in sostituzione del previsto Andriy Yurchevich), ben noto e apprezzato per la sua frequentazione belcantista, è l’altra delusione della serata. Non solo l’orchestra non si copre di gloria, specie nella prima scena del prologo, né il coro, comunque ben preparato da Gea Garatti, si trova nelle condizioni di dare il meglio, ma la vacua concitazione agogica e una sostanziale piattezza dinamica creano non pochi problemi allo spettacolo ed enfatizzano tutte le debolezze del cast e della messa in scena. Ci spiace constatare, per esempio, l’evidente disagio di Mirco Palazzi (Alfonso), voce nobilissima ma non in perfetta forma e per di più ostacolato dallo stacco mozzafiato di “Vieni, la mia vendetta” come dal viavai di torture e abusi che si consuma tutt’intorno. Va meglio nel duetto con il soprano, così come va meglio in generale per Stefan Pop, Gennaro che si annuncia indisposto e forse anche per questo rinuncia alla sua consueta, baldanzosa generosità per un canto più controllato che mette in luce la naturale morbidezza del timbro, perfetto per questo repertorio, anche al netto dei limiti dettati dalle  condizioni di salute non ottimali. Lamia Beuque è un educato Maffio Orsini – e la parte esigerebbe un po’ di più, quanto a mordente e personalità - mentre non entusiasma nel complesso un gruppo di venturieri, spie e scherani cui si cede l’onore delle armi alla pari per virtù d’esperienza anche veterana e per speranza della giovane età (Cristiano Olivieri, Tommaso Caramia, Tong Liu, Stefano Consolini, Nicolò Donini, Pietro Picone, Luca Gallo).

Resta la protagonista, attesa al varco d’un debutto capitale nella stessa sala in cui ventuno anni fa lo affrontò Mariella Devia. Anche Olga Peretyatko viene dalle Gilde, dalle Lucie e dalla Elvire, ma saggiamente non imita l’impostazione di sublime regalità del soprano ligure e costruisce un proprio personaggio con il suo temperamento, il suo timbro e la sua figura. La voce dopo la maternità si è senz'altro evoluta, ma senza perdere l’elasticità per onorare la scrittura belcantista (salvo che per la presenza del duetto “Minacciata è la mia vita” in luogo dell’aria di Gennaro, si segue la versione parigina del 1840, con la virtuosistica cabaletta “Si voli il primo a cogliere” nel prologo). Il timbro, pur maturato, mantiene quel retrogusto già così conveniente a fanciulle innocenti o maliziose e qui ben reinventato per una figura cui l’innocenza è stata strappata, costretta alla malizia, quando non alla crudeltà, e tuttavia intimamente pura e fragile. Spiace ancor più che la direzione complessiva dello spettacolo, fra podio e dimensione teatrale, resti così incerta e irrisolta, perché in nuce sarebbe in perfetta sintonia con la Lucrezia Borgia di Peretyatko, nei costumi di Valeria Donata Bettella a metà fra Luisa Ferida e Doris Duranti, fascinosa, forte di un potere di cartapesta (o celluloide) che in realtà è in mano agli uomini e la devasta nel privato. Abbiamo la riprova di quanto non conti essere a priori aderenti alle aspettative teoriche e tradizionali su un ruolo, quanto avere l’intelligenza e la consapevolezza per offrirne la propria prospettiva e renderla interessante. Non forzarsi a essere altro, ma trovare la propria strada per far vivere il personaggio: così era al tempo di Donizetti, basti guardare i repertori dei soprani dell'epoca. Chapeau, dunque, a Olga Peretyatko e peccato se poi la produzione non ha mostrato quella coerenza e quella compiutezza che si sarebbero auspicate.

Difatti, nella prima metà della serata non sono poche le manifestazioni di insofferenza dal pubblico. Se qualcuno lascia la sala, gruppetti di entusiasti continuano a farsi sentire e le uscite finali si prolungano fra consensi unanimi. Nessuno si presenta al proscenio per la parte teatrale, ma dietro le quinte molte assenze erano già previste e giustificate: essendo stato lo spettacolo riprogrammato rispetto al calendario originario (primavera 2020...) accavallamenti di contratti hanno reso impossibile la presenza di tutti (in primis Paoli, impegnata con le prove di Tosca in Francia, mentre a Bologna le ultime fasi del lavoro sono state curate dall'assistente Paolo Vettori), tuttavia per il pubblico ignaro non è stato un bel segnale, specie dopo le turbolenze d’inizio serata. Anche Hugo De Ana non partecipò ai ringraziamenti finali nell’apertura di stagione [Bologna, Tosca, 29/01/2022], ma quali che siano le ragioni, sono sempre episodi che fanno mormorare all’uscita dal teatro e accrescono l'amarezza per una serata che si sperava andasse diversamente.