L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Dona lucem eis

di Stefano Ceccarelli

Terzo appuntamento del ciclo Estate a Santa Cecilia, il Requiem di Giuseppe Verdi è quasi diventato una tradizione per l’estate ceciliana, riproposto spesso recentemente. In questa occasione, coro e orchestra dell’Accademia sono diretti da Daniel Harding; solisti: Federica Lombardi, Teresa Romano, Francesco Demuro e Giorgi Manoshvili.

ROMA, 2 luglio 2025 – Eseguire un monumento come il Requiem di Verdi in una cavea all’aperto, con ogni sorta di inquinamento acustico (macchine, moto e…stormi di gabbiani), è un terno al lotto. Eppure, pur con tutti gli inconvenienti del caso, il risultato è apprezzabilissimo, a tratti commovente. Daniel Harding abbraccia la partitura con una direzione al solito ordinata, ben strutturata, ma che non lesina attenzione per gli attacchi, i passaggi fra un pezzo e l’altro, come pure le dinamiche. L’agogica è comunque sempre di polso, anche se nei pezzi d’assieme, come il Lacrymosa e l’Offertorium, si lascia andare ad un maggior lirismo. In tal senso, anzi, Harding escogita di volta in volta modi differenti per rendere le dinamiche richieste dalla partitura, non spingendo mai troppo sul volume né andando a cercare il pianissimo: i microfoni, infatti, falserebbero gli effetti, vanificando lo sforzo. L’orchestra, le cui reali potenzialità sono attutite dall’effetto livellatore dei microfoni, sorregge benissimo voci e coro, con un suono, come detto, compatto e solido.

Uno dei protagonisti assoluti della composizione è il coro e quello dell’Accademia è di primissimo livello. Pur considerate, val bene ripeterlo, le condizioni acustiche avverse, il coro si sforza di creare colori, dinamiche, tanto in potenza quanto in sfumature, tenendo sempre a mente l’aurea regola di non eccedere troppo nelle due direzioni. Esempi notevoli si sprecano: l’attacco sepolcrale del Requiem, il roboante Dies irae (con accenti così marcati nel rutilante incedere di ogni terzina), o il luminoso Sanctus, in cui le due compagini del coro si armonizzano splendidamente. Il ruolo del soprano è sorretto da Federica Lombardi, che porta a casa la serata con una buona performance. Dotata di una voce piena, duttile, la Lombardi si lascia apprezzare nei suoi vari interventi nei pezzi d’assieme (da annotare la messa di voce nel bel mezzo del Domine Jesu Christe, argentina, piacevolissima) e nei duetti con la Romano, il dolcissimo Recordare, in cui le due interpreti si fondono benissimo sui versi «Iuste Iudex ultionis», e soprattutto l’Agnus Dei, con il celebre attacco a cappella, fra i più suggestivi mai scritti da Verdi. Ottimo, soprattutto, il finale Libera me, nel quale la Lombardo impiega tutte le risorse della sua voce, in maniera peraltro intelligente, senza strafare, ponendo mente al senso e all’ethos del pezzo. Teresa Romano canta la parte del mezzosoprano; cantante dalla storia vocale singolare, con un passaggio dalla corda di soprano a quella di mezzo, la Romano, in effetti, presenta una vocalità ibrida ancorché importante, il cui fuoco è poco chiaro. Certamente, il timbro è piacevolmente brunito, ma tendente ad una certa luminosità; l’emissione è ampia, ma manca, appunto, di un centro che la incardini. Come che sia, la performance risulta ottima, sia per gusto del fraseggio, che per accorgimenti e delicatezze estetiche: fra tutti, il già citato Agnus Dei è impareggiabile, ma si pensi anche all’attacco, contrito, del Quid sum miser, o, ancora, al Recordare. La Romano canta intelligentemente, facendo sentire la potenza della sua voce, come dimostra il Liber scriptus, dove le ripetute verticalizzazioni riescono assai bene. Francesco Demuro, che pure possiede un portamento vocale stentoreo ed un timbro virilmente deciso, non convince in quasi tutta la serata, in particolare per reiterati problemi d’intonazione e per i passaggi di registro farraginosi. Le mezzevoci sono quasi svuotate di suono, mentre gli acuti tendono a stridere, sclerotici, perdendo brillantezza e armonici. Il tutto si riassume in un Ingemisco tutt’altro che entusiasmante, pur al netto di qualche frase centrata. Dulcis in fundo, è il caso di dire, viene Giorgi Manoshvili, alla brillante carriera del quale si guarda con ammirazione: senza se e senza ma la più bella voce sul palcoscenico. Ricchezza di armonici, eleganza vocale, nobiltà d’accenti, tutto è mirabile in Manoshvili. Basti l’esempio della sua aria, il Confutatis, dove si alterna l’accento altero, profetico, a quello pietoso, orante: ebbene, Manoshvili deliba ogni frase, dandole pienezza di senso. Dunque, un Requiem godibilissimo, applaudito e apprezzato anche da folti stuoli di gabbiani, che hanno doppiato, per buona parte della serata, le voci dei cantanti.

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