L’altro Ravel
La 51^ edizione del Festival della Valle d’Itria continua ad sorprendere per la ricercatezza della programmazione e per l’ottima risposta del pubblico
Martina Franca (TA), 20 luglio 2025 – Come già approfondito nel precedente articolo dedicato all’Enfant et les sortilèges, la direttrice artistica Silvia Colasanti ha mantenuto i vari format caratteristici del Festival ma alzando l’asticella della proposta per quel che concerne in repertorio; gli amati Concerti del sorbetto (in cui il medesimo viene servito all’accaldato pubblico) attingono dagli allievi dell’Accademia “Rodolfo Celletti” e diventano direttamente dipendenti dal calendario operistico: dato che quest’anno si mettono in scena Tancredi, Owen Wingrave ed Enfant, allora i tre eventi si trasformano in concerti monografici su Rossini, Britten e – per l’appunto – Ravel, peraltro conferendo così maggiore organicità alla programmazione stessa.
Il concerto del 20 luglio viene quindi dedicato a una parte dell’intensa produzione liederistica di Ravel, in cui si fondono le suggestioni orientali e la ricerca di nuovi colori timbrici, il piglio drammaturgico e l’allure salottiera, la delicatezza post-impressionista e gli accenti sanguigni: Shéhérazade, Chansons madécasses, Les grands vents venus d’outre-mer, Don Quichotte à Dulcinée, Trois poèmes de Stéphane Mallarmé sono i titoli che tratteggiano questo pregiatissimo ritratto della musica da camera dell’autore de La Valse e ogni gruppo di Lieder è introdotto dagli interventi del musicologo Sandro Cappelletto, in grado di aprire significativi squarci su questo particolare cosmo compositivo e di guidare il folto pubblico attraverso le sfaccettature meno note del Ravel musicista e pensatore.
Come detto, è la Shéhérazade a introdurci in questo onirico panorama sonoro e i due brani estratti dalla raccolta si avvalgono della voce di Giulia Alletto: l’unica cosa che si può rimproverare è la decisione di non presentare tutti e tre i Lieder ma soltanto due (Asie e L'indifférent, mentre La flûte enchantée è omesso). Alletto fornisce una lettura gradevole, fresca e ricca di quelle affascinanti suggestioni dell’esotismo tutto ideale dell’Europa all’alba del secolo breve, con molta cura nel fraseggio e conferendo il giusto peso alla vocalità, tratto particolarmente complesso in Ravel tout court e in particolare in queste trascrizioni per canto e piano di originali con organici più estesi. Il risultato più miglior è proprio aver colto l’intenzione con cui queste pagine debbano essere interpretate, dominando un materiale tutt’altro che docile.
Soffermandoci – per l’appunto – alle intenzioni, anche Manami Maejima coglie lo spirito delle Chansons madécasses, un singolarissimo trittico che propone delle situazioni non scontate da risolvere sia musicalmente, sia drammaturgicamente, ma l’idea di fondo è molto interessante. Quello che manca è un impiego misurato della voce (e in questo il secondo brano, Aoua!, certo non aiuta a imboccare la strada giusta): il mezzosoprano possiede un timbro piuttosto scuro che appare molto ben gestito nel triplice ruolo nell’Enfant et les sortilèges, ma meno in questa sede. La scrittura di questi Lieder è un rasoio e quindi è facilissimo tagliarsi; ci sono delle belle idee musicali ma potevano essere rese con più grazia.
Il basso Zhibin Zhang affronta in modo completamente errato Les grands vents venus d’outre-mer e di Don Quichotte à Dulcinée, letti come se li avesse scritti Musorgskij. Dato l’esito della prova e la manifesta necessità di una guida sul versante tecnico e interpretativo, riteniamo equo non formulare un giudizio.
Meglio Yue He, cui è affidata la conclusione del concerto. È veramente strano ascoltare i Trois poèmes de Stéphane Mallarmé senza i sospiri di armonici degli archi nel pannello dedicato a Stravinskij, ma d’altra parte è occasione rarissima ascoltare la versione per voce e pianoforte, così distante dall’originale da configurarsi quasi come un brano diverso. Le messe di voce potrebbero essere più di gusto francese, così come potrebbe esserci un maggior controllo del peso vocale, tuttavia – considerando anche la difficoltà intrinseca della partitura – bisogna riconoscere che Yue He si sia ben disimpegnata, con una bella articolazione e un’intonazione sempre pulita.
Funzionale l’accompagnamento al pianoforte di Jungsu Lee, ma in questo ambito si distingue il bravo Valerio Dollorenzo: tocco squisito, grandissima attenzione per il colore e soprattutto supporto sicuro per le voci.
Al di là delle considerazioni sulla realizzazione musicale, questi due appuntamenti dedicati alla figura di Maurice Ravel si segnalano per una sentita e numerosa partecipazione, un segnale chiaro di come le proposte di qualità abbiano già un loro pubblico sia specializzato, sia generalista e di come una programmazione in grado di andare oltre al repertorio più logoro generi diffuso interesse.
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