L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Rarità al plettro

di Daniele Valersi

Brani di repertorio, adattamenti e autentiche rarità nel programma mandolinistico di Ugo Orlandi e Luisella Conter, per il festival dedicato ad Arturo Benedetti Michelangeli

Mezzana (TN), 6 agosto 2025 - Incluso nella programmazione del festival internazionale Omaggio all’arte pianistica di Arturo Benedetti Michelangeli, a fianco di virtuosi della tastiera tra i migliori al mondo non ha di certo sfigurato l’unico concerto al di fuori del canone, quello del mandolinista Ugo Orlandi e di Luisella Conter alla chitarra, tenutosi nella splendida chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Mezzana (TN). La notorietà conquistata da questo specialista di uno strumento quanto mai raro all’ascolto ha dimostrato una volta di più di non essere immeritata, vista la perizia tecnica e la musicalità espresse in un’esibizione sostenuta dall’accompagnamento preciso e discreto della chitarra. Al mandolino, che in passato ha vissuto periodi di auge che oggi sono solo un pallido ricordo (e lo stesso si dice per i gruppi e le orchestre di strumenti a plettro), oltre a composizioni originali sono stati destinati adattamenti di celebri brani, vocali o strumentali, sia per l’ambito amatoriale sia per quello professionistico. Espressamente per questo concerto, Orlandi ha trascritto per mandolino e chitarra due brani sacri in omaggio alla chiesa che ha ospitato l’evento e un altro in onore dell’anniversario di Maurice Ravel: l’Ave Maria composta da Charles Gounod sul tema del 1° Preludio (do maggiore) del Clavicembalo ben temperato di Bach, la celebre Ave Maria di Schubert e la Pavane pour une infante défunte. Pur risaltando in questi brani sia la versatilità dello strumento sia la maestria degli interpreti, essi venivano percepiti come i meno attrattivi del programma, mentre, al contrario, le pagine tardo-barocche e del pieno Settecento brillavano per preziosità tecniche e per appropriatezza idiomatica. Indizio di conoscenza approfondita della tecnica strumentale è il trattamento delle note lunghe, di cui i tre brani adattati abbondano, che i migliori strumentisti riescono a rendere gradevoli nonostante si tratti di note ribattute, l’unico modo di realizzare misure di lunga durata, che porta in sé il pericolo di incorrere in stucchevoli meccanicismi, ma da Ugo Orlandi si ascoltavano invece dei suoni tenuti di singolare delicatezza. Nella storia evolutiva dello strumento se ne rilevano diverse tipologie, a quattro, cinque e sei ordini di corde, che il milanese Tommaso Motta, liutista e maestro di ballo (nonché autore della Sonata in la minore in programma) descrive nella sua raccolta Armonia capricciosa (1681); il tipo oggi conosciuto, quello utilizzato anche da Orlandi, è il mandolino napoletano a quattro ordini, che si è imposto nel Settecento. Virtuosismo strumentale e gradevolezza arrivavano poi nella trascrizione del Concerto RV 425 di Antonio Vivaldi; lo stesso vale anche per tre sonate di Domenico Scarlatti per strumento solista e basso (K 85, K 73 e K 78), delle quali Ugo Orlandi ha dimostrato quale sia la destinazione ottimale, quella mandolinistica. Al fianco di esse figuravano due autentiche rarità musicali; di Giovanni Pietro Serta da Trento (XVII-XVIII secolo) non si sa praticamente nulla, se non che risultava attivo a Venezia nel 1716, come violinista presso l’Ospedale dei Derelitti; anche del canonico Andrea Paur, attivo nella seconda metà del Settecento e autore di un testo devozionale, si sa poco o nulla. La Sonata a mandolino e basso di Serta è conservata in manoscritto (non autografo) presso la Biblioteca Nazionale di Washington D.C., parte di un’antologia di sei brani; la Sonata per la mandora e basso di Paur è invece alla Biblioteca Comunale di Trento, testimonianza di un repertorio praticamente sconosciuto in area trentina. L’affiatamento invidiabile tra i due strumentisti e la loro perizia virtuosistica, unite alle dotte e sintetiche introduzioni ai brani, regalavano una serata entusiasmante, con gradimento altissimo da parte del pubblico. Gli artisti concedevano ancora, fuori programma, una mirabile versione di Music for a While, da Orfeo Britannico di Henry Purcell e la celebre Toccata di Pietro Domenico Paradeis (Paradisi).

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