Febbre da Armida
Nel primo concerto lirico sinfonico del Rof, Vasilisa Berzhanskaya offre un autoritratto di cantante fuori da schemi e categorie che culmina in un entusiasmante finale di Armida.
Pesaro, 13/08/2025 - Ci sono vari tipi di concerti. Ci sono quelli che propongono un progetto, una ricerca, un percorso, oppure quelli che fanno da vetrina al solista. A quest'ultima categoria pare allinearsi il programma proposto da Vasilisa Berzhanskaya a Pesaro, non per questo meno interessante, perché ci offre un ritratto assai eloquente di questo momento della sua carriera.
Esordiente al Rof nel 2016 come allieva dell'Accademia nella parte contraltile della Marchesa Melibea del Viaggio a Reims, è in realtà già indirizzata anche a parti Colbran, sotto l'egida di Alberto Zedda. Prosegue in una bella carriera come mezzosoprano, ma è sempre più tentata dal registro superiore: debutta come Norma, poi come Corinna nel Viaggio a Reims; la Preziosilla del 7 dicembre alla Scala non convince del tutto, mentre sempre al Piermarini si è poi imposta risolvendo il rebus di Adalgisa (scritta per un soprano, passata ai mezzi, grave nella sortita e acuta negli assiemi).
Oggi, vien da pensare, Berzhanskaya ci si presenta come soprano, tuttavia è meglio dire che si presenta come sé stessa, evitando categorie e schemi, ponendo magari qualche riflessione storica.
Buona parte dell'impaginato sembra indirizzato sulla direttrice che da Isabella Colbran porta a Giuditta Pasta, prima interprete della Sonnambula, da cui ascoltiamo “Ah non credea mirarti” con relativa cabaletta, e il cui stile cantabile si può riverberare nel genere della romanza strofica con arpa di “Non so le tetre immagini” dal Corsaro di Verdi. Poi, però, ecco la cavatina di Lucia di Lammermoor scompiglia le carte, sia che si cerchi una definizione per Berzhanskaya, sia che si ripercorrano le nostre convinzioni storiche. Leggendo di Strepponi che penò da Lucia ad Abigaille siamo abituati a immaginare le sue difficoltà rapportate a categorie contemporanee, mentre le cose potrebbero essere considerate in altre prospettive, con una Miss Ashton meno leggera, meno siderale, né assimilabile alla recente invenzione del “drammatico d'agilità” e una Giuseppina a fine carriera a fronteggiare poi una guerriera troppo dura per lei.
Comunque sia, Berzhanskaya mostra non solo di aver sviluppato viepiù il corpo e la proiezione vocale, ma anche di continuare a dominare un'estensione tuttora ben salda nel grave con l'aggiunta di un acuto impavido. L'approccio personale anche sul piano musicale (basti pensare alle variazioni o alla ripresa lenta di "Ah, non giunge uman pensiero") fa davvero pensare a una primadonna assoluta di stampo ottocentesco e un paragone proficuo sembra delinearsi con la mitica Zara Dolukhanova, mezzosoprano e soprano sovietico (1918-2007), stupefacente paladina del repertorio rossiniano e custode d'un canto antico. Uno degli aspetti che stupiscono di più in Dolukhanova, tuttavia, resta la limpidissima articolazione italiana, con solo un'ombra di accento slavo e qualche consonante a ricordarci che non fosse madrelingua. Talvolta i fonemi di Berzhanskaya, che pure può vantare ben altra consuetudine con il nostro paese, risultano invece un po' impastati e si intuisce una prudenza in tal senso anche nell'aver evitato i recitativi di Amina e Medora, che sarebbero parti integranti delle rispettive scene (un po' meno per Lucia, mancando Alisa). E, tuttavia, da Semiramide ad Amina, da Medora a Lucia si avverte una progressione in cui non si può non ammirare la personalità dell'artista e la padronanza di mezzi vocali fuori dal comune.
Il capolavoro arriva al culmine con il finale di Armida. Berzhanskaya dichiara di averlo a cuore da quando lo ha studiato a fondo all'Accademia rossiniana. Si sente: non solo la tessitura è dominata senza problemi, ma si avverte la totale confidenza con la complessità della scena e degli affetti che vi si concatenano. Non solo l'invettiva e la supplica a Rinaldo si mescolano con l'impeto che si addice loro, ma soprattutto la visione straniata di Amore e Vendetta sembra davvero materializzarsi agli occhi dello spettatore, il monologo rivela l'autentica primadonna, la furiosa distruzione è invocata con un tratto imperioso che non ammette repliche e non lascia prigionieri. È tripudio, oltre che speranza di vederla quanto prima nell'opera completa (i tenori, oggi come oggi, non sono più un problema insormontabile: si chiamino regista e direttore giusti e si faccia appena possibile!).
Il bis a sorpresa, “Mercé, dilette amiche”, suona come un divertissement, forse come una dichiarazione di passaggio alla corda sopranile o quantomeno di potere anche su quel terreno, con la sua vocalità forse assimilabile al Falcon (o Colbran) con una facilità sfacciata nell'acuto.
In buca, anche nelle sinfonie di Rosmonda d'Inghilterra, I Capuleti e i Montecchi e La gazza ladra, l'Orchestra Sinfonica Rossini è una buona compagna di viaggio, salda ed efficace, benché sul podio François López-Ferrer mostri una mano un po' pesante per tre sinfonie che, nei rispettivi caratteri militareschi, sono a rischio di inflessioni bandistiche.
La febbre da Armida, intanto, accompagna il pubblico sorridente dagli applausi all'uscita.
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