L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Tre morti per una vita

di Roberta Pedrotti

Tre cantate scritte in tre momenti diversi si affiancano al Rof in edizione critica con Dave Monaco e Giuliana Gianfaldoni come ottimi interpreti.

PESARO 17 agosto 2025 - Una vita attraverso tre cantate che, per ironia della sorte, hanno nel titolo tre morti: così, in uno dei suoi appuntamenti più succosi, il Rossini Opera Festival ripercorre due decenni che attraversano la carriera operistica del compositore. Addirittura il brano d'apertura, Il pianto di Armonia sulla morte di Orfeo (testo del gesuita Girolamo Ruggia), figura nel catalogo stilato dal padre Giuseppe come il primo lavoro di Gioachino. Naturalmente esercizi e piccole commissioni erano già arrivate prima di quel 1808 in cui la cantata debuttò come saggio di fine corso del Liceo Musicale di Bologna, tuttavia questa è la prima ad essere giunta fino a noi (con l'ascesa dell'autore, l'istituto felsineo ne fu orgoglioso e la ripropose in più occasioni) e consacrata da un debutto pubblico documentato. Quello del 1808 è veramente il più giovane Rossini che si possa ascoltare, benché alcuni suoi lavori come le Sonate a quattro o il Demetrio e Polibio fossero stati strategicamente retrodatati in ossequio alla smania giovanilistica, all'ansia di consacrare l'enfant prodige (pensiamo ai traumi del piccolo Beethoven o alle meteore mediatiche intorno tanti bambini che oggi non appena mostrano un'attitudine musicale e imparano a strimpellare due note, sempre al grido e alla ricerca di un “nuovo Mozart”). Ma che Rossini si sia formato a dieci o a sedici anni alla fine importa assai poco: importa quel che ha fatto, e semmai la rapidità di quell'escalation dai diciotto anni in poi.

L'edizione critica di Marco Beghelli ben evidenzia nel Pianto d'Armonia come il docente Stanislao Mattei (a sua volta allievo di Padre Martini) fosse ampiamente intervenuto per ricondurre alla pratica corrente alcune scelte dell'adolescente Gioachino non scorrette nella dottrina, ma divergenti rispetto alle abitudini. Così, nel riportare ciò che effettivamente si eseguì quell'11 agosto 1808 e che oggi riascoltiamo, si evidenziano anche quei passi – la condotta autonoma dei fiati, un diverso coro introduttivo – che il giovane compositore aveva pensato in autonomia rispetto al rigoroso insegnante.

A seguire, un altro lavoro giovanile, di poco posteriore (tant'è che ne rielabora la sinfonia): La morte di Didone, scritta per la prediletta Ester Mombelli (prima Lisinga in Demetrio e Polibio, prima Madama Cortese nel Viaggio a Reims) su un collage di versi metastasiani probabilmente redatto dalla madre di lei, Vincenzina Viganò (librettista di Demetrio e Polibio). Il pezzo rimase in realtà a lungo nel baule dei Mombelli: partiture come questa erano equiparabili a opere in miniature, eseguite anche con costumi e apparato scenico in serate a beneficio dell'interprete, ma Ester queste beneficiate le condivideva con la sorella Anna (contralto, primo Siveno in Demetrio e Polibio), cosicché attese il ritiro dalle scene di quest'ultima, nel 1818, per sfoderare la partitura rossiniana. Pare non sia stato un successo: le recensioni sono abbastanza feroci, prendendosela sia con i versi (probabilmente chi non ha riconosciuto Metastasio si è accorto solo che non era più alla moda...) sia con la musica (e lì può essere entrata in gioco una certa spocchia critica contro il fenomeno del momento). Tuttavia, La morte di Didone oggi presentata nell'edizione critica di Cecilia Nicolò continuò a circolare, segno che forse così disprezzata e disprezzabile non era. E Mariella Devia ne ha fatto un suo morceau favori.

Con un balzo in avanti ci troviamo a Londra nel 1824, quando Rossini, chiusa la stagione operistica italiana e prima di volgersi a Parigi, parte per una tournée oltre Manica. Farà, invero, più soldi con lezioni ed esecuzioni private che con le recite del Barbiere e di Zelmira, per le quali il cachet dei cantati è sensibilmente più alto ma il gradimento di pubblico e critica assai tiepido. In quei salotti in cui era stato ben accolto arriva, però, una notizia sconvolgente: Lord Byron, il poeta maledetto ante litteram, muore combattendo per l'indipendenza greca dall'impero ottomano. A Londra – e non solo – è uno shock, forse un po' meno per Rossini, che tuttavia non manca di celebrare in musica l'evento, esibendosi anche come solista in veste di tenore. Il pianto delle Muse in morte di Lord Byron (edizione critica di Eleonora Di Cintio) è pagina breve ma tornita con la sapienza della piena maturità. Rielabora un'idea musicale preesistente e la cosa, sul lato pratico si spiega bene con il carattere effimero di un pezzo d'occasione da presentarsi a un pubblico selezionato. Tuttavia, la fonte non è da trascurare: il coro “Nume, cui 'l sole è trono”, preghiera intonata nei sepolcri in Maometto II, vale a dire un'opera che tratta della lotta fra veneziani e turchi, un'opera che poi nel 1826 a Parigi verrà rielaborata (conservando anche il coro in questione) come Le siège de Corinthe, palese riferimento all'attualità con lo spostamento dell'azione in Grecia e il richiamo esplicito alla futura lotta per l'indipendenza. Né bisogna dimenticare che anche nel Viaggio a Reims (1825) la questione ellenica è ben viva, come ricordano il personaggio di Delia e il monito di Corinna “Contro i fedeli ancora / lotta falcata luna”.

Una materia, insomma, più che interessante e a Pesaro viene giustamente valorizzata con i nomi in locandina di due fra i giovani interpreti che più val la pena di seguire. Nella parte di Armonia (curiosità: sia lei sia il coro di ninfe sono interpretate da voci maschili, essendo evidentemente solo queste a disposizione per il saggio studentesco) e poi in quella di Apollo abbiamo Dave Monaco, che raccoglie per Armonia l'eredità ingombrante delle precedenti edizioni pesaresi affidate a Rockwell Blake e Juan Diego Florez. Ne esce a testa alta, a ribadire che oggi è lui il tenore rossiniano a cui guardare per il futuro. Nell'ultimo anno se l'è cavata egregiamente in parti baritenorili come Osiride (Mosé in Egitto) e Argirio (Tancredi) ma con il contraltino Lindoro (L'italiana in Algeri) ha saputo veramente entusiasmare. Dimostra intelligenza nel canto e la sua facilità in acuto non è solo nelle singole puntature, bensì, cosa assai più importante né scontata persino per divi preclari, nel saper modulare la voce e fraseggiare a tutte le altezze.

In parte non meno mitica, Giuliana Gianfaldoni disegna una Didone passionale, che coglie la suggestione sturmer della sinfonia e la sintesi del dramma in miniatura più degli echi coturnati del classicismo metastasiano. L'abbandono del cantabile “Se dal ciel pietà non trovo” le permette di mettere in luce le sue ben note qualità liriche, con un legato ben tornito; i recitativi e la concitata “Per tutto l'orrore” lasciano trasparire un'indole sanguigna ben indirizzata, come del resto la cabaletta “Ah! Quanto pena un'anima”, in cui la coloratura esprime il dolore con una morbidezza che già occhieggia a Bellini.

Il coro del Ventidio Basso preparato da Pasquale Veleno inteloquisce con diligenza con i solisti e si segnalano positivamente soprattutto i corifei nella cantata per Lord Byron: Isabella Gilli, Federica Ciotti e Federica Losavio (parti create da Malibran, Pasta e Colbran, si parva licet), Emanuel Vagnini, Gianmarco Ripa e Stefano Stella (alla prima Garcia padre, il tenore Begrez e il basso De Begnis).

La prova della Sinfonica Rossini oggi soffre un po' in alcuni soli: fra gli articolati interventi richiesti a violoncello e al corno nel Pianto d'Armonia il primo risulta di gran lunga superiore al secondo. Nel complesso anche la concertazione di Cesare Della Sciucca risulta un po' macchinosa, quasi che l'estrema acribia e tensione finisca per a irrigidirsi in scatti non sempre aderenti all'affetto espresso e favorevoli alla fluida articolazione di tre pagine differenti ma d'indubbia qualità, emblematiche degli studi e delle inclinazioni dell'adolescente “tedeschino”, del giovane astro nascente, della fama internazionale nella piena maturità artistica.

Finalmente presentate in edizione critica, le tre cantate raccontano una porzione di vita artistica e di storia della musica, dall'Arcadia allegorica (tanto astratta da ammettere ninfe con voce di tenore e basso), al dramma classico che si accende di nuove passioni, all'accorato threnos su temi di stringente attualità. Il pubblico le saluta festeggiando soprattutto gli ottimi solisti.

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