L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Vi ravviso, o luoghi ameni

di Roberta Pedrotti

Da Mozart a Verdi, passando per Rossini, Bellini e Donizetti con una puntata a Gounod nei bis: Michele Pertusi torna a Pesaro e ancora una volta impartisce una lezione d'arte superiore, di musicalità, profondità e classe porte con naturalezza e simpatia.

PESARO, 19 agosto 2025 - C'è la routine del quotidiano, il mondo normale non necessariamente privo di soddisfazioni, e poi c'è la grandezza autentica e rara, quel quid che fa la differenza rispetto anche a tanti falsi miti. Michele Pertusi è uno di quei sommi artisti da riascoltare a cadenza regolare per ricalibrare la scala di valori e sentirsi grati di esser suoi contemporanei.

Con nove ruoli operistici diversi per ventidue presenze (compresi i concerti e la musica sacra) dal 1992 ad oggi, senza contare il Rossini cantato altrove (e si aggiungono almeno altre sei parti principali), Pertusi si può dire sia nato al Rof e ne sia una storica colonna. Si può anche dire che il suo concerto lirico sinfonico sia una lectio magistralis che attira con ammirazione e amicizia anche tanti colleghi di varie generazioni. L'affetto e il magistero sono indubbi, ma non bastano da soli a raccontare l'artista che si esprime in una carrellata seria e buffa, in italiano e in francese, da Mozart a Rossini, da Bellini e Donizetti a Verdi.

Prima ancora della parola ci sono il gesto, lo sguardo. Pertusi fa musica e teatro già con gli occhi, tant'è pieno di spirito, simpatia e intelligenza: in un istante, dal nulla, ecco Assur ed ecco Leporello, ecco Guillaume Tell e Procida, il Conte Rodolfo e Don Pasquale, Philippe II e Figaro. Con i bis, ecco pure il Méphistophélès di Gounod (“Vous qui faites l'endormie”) e Don Basilio. Con il gesto c'è la parola, scolpita o accarezzata con un'arte che non ha rivali, e con la parola tutta la sostanza del discorso, così come la nota, la singola figura è sempre pensata in una logica musicale unica e consequenziale. Tutto ha un senso, una causa e un effetto, né c'è bisogno d'aggiunger altro, di sottolineare ciò che è già esatto e sensibile così com'è. L'accostamento fra la delicata malinconia, la dolcezza nostalgica e affettuosa di “Vi ravviso o luoghi ameni” e la verve senile di “Un foco insolito” rivela come due facce complementari d'una stessa medaglia e le arie traggono evidenza l'una dall'altra. Così come la vivida cabaletta sbalza sapida le fantasie di Don Pasquale gustando ogni verso, Bellini esalta un'arte sopraffina del legato in cui la continuità del fiato pare ininterrotta e modellata solo sulle ragioni della musica e del testo.

Quanti giovani bassi, anche bravissimi, accelerano l'ansia di Assur in “Deh ti ferma, ti placa, perdona”, quando senza perdere un briciolo di nobiltà e cercare un effetto che valichi il limite Pertusi ne condensa tutta l'angoscia, la spossatezza, l'orrore, lo smarrimento, l'affanno in un tempo che è semplicemente giusto, mosso dai colori, dalle intenzioni, dalle dinamiche, dalla pulsazione interna. E così si potrebbe dire del magistero attoriale sfoderato sui testi di Da Ponte, sul Catalogo di Leporello e sulla tirata misogina di Figaro, quando ancora una volta Pertusi ci ricorda che la comprensione dello stile sia tutt'uno con la comprensione e il rispetto della musica e come il rigore sia anche calore, espressione, vita. Mente, spirito e cuore.

Dalla fine del Settecento all'Ottocento inoltrato non c'è inflessione, variazione, scelta che non sia perfettamente connaturata a testo e contesto. E se l'articolazione italiana è sopraffina, non è da meno quella francese: anzi, si faticherebbe a individuare un madrelingua capace di articolare i fonemi in maniera più limpida, fluida e forbita. Senza dimenticare che – in un idioma che già differenzia non poco la pronuncia in prosa e in versi – la scuola di canto parigina si modellò dagli anni '20 dell'Ottocento sul Belcanto italiano di stampo rossiniano. Ascoltare un “Et toi, Palerme”, un “Elle ne m'aime pas” di così alta arte retorica fa apprezzare, per di più, la sonorità dei versi originali, la sottigliezza di alcune immagini (per esempio nel ricordo Elisabetta che osserva la canizie dello sposo non “triste in volto”, bensì “en silence”, rimarcando la totale mancanza di comunicazione ed empatia). Dietro ogni frase cantata ci può essere un mondo e per svelarlo non è il mero istrionismo la chiave, bensì la classe che attraversa anche il ghigno, l'ammiccamento, il gioco con il pubblico.

La vocalità è sempre stata fra le più belle, naturalmente ammantata di un velluto soffice e leggero, che non appesantisce ma aderisce lucente a ogni forma, piega, drappeggio. Senza negare il trascorrere del tempo dopo quarantun anni di carriera, oggi, al Rossini di Pesaro, in un programma intensissimo di novanta minuti, pur intervallato da quattro sinfonie, lo smalto vocale di Pertusi è sempre a fuoco, affascina e va in crescendo, sostenuto e ammannito con la virtù del grande, del grandissimo che si merita questa e mille altre standing ovation dal pubblico che lo ha amato come Assur, Maometto II, Guillaume Tell, Moïse, Duca d'Ordow, Mahomet II, Podestà, Lord Sidney e Don Basilio. Sì, in questi luoghi ameni Pertusi ha trascorso con noi i dì della sua prima gioventù, ma siamo pur qui senza rimpianti a godere il presente, la ricchezza affinata negli anni di un artista dalla voce superba, dal carisma, dall'intelligenza, dalla classe e dalla comunicativa senza pari. La sua è una lezione, ma è anche puro teatro, distillato di comunicazione in musica. Come il migliore dei vini, il tempo fa decantare gli aromi, ne privilegia alcuni rispetto ad altri, ma non fa perdere valore ed equilibrio.

Quattro ouverture, si diceva: il concerto è stato scandito dalle sinfonie di Don Giovanni, Semiramide, Norma e Les Vêpres siciliennes. Sul podio troviamo Manuel López-Gómez, corretto per quanto non sempre in grado di modulare adeguatamente le dinamiche di un'Orchestra Filarmonica Gioachino Rossini che purtroppo anche in quest'occasione appare claudicante, confermando le perplessità suscitate già nella Cambiale di matrimonio. Davvero un peccato che, pur con musicisti anche singolarmente ottimi, si fatichi ad avere al Rof piena stabilità e qualità in buca. Una piccola punta d'amarezza che non scalfisce la gioia di applaudire Pertusi al Rof.

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