L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La festa del tenore

di Roberta Pedrotti

Sergey Romanovsky torna a Pesaro con un concerto diretto da Asier Eguskitza che, da Mozart, Rossini, Meyerbeer e Verdi arriva al repertorio russo e alla canzone classica, ma presenta anche la prima esecuzione assoluta di un'ouverture del "Mozart basco" Juan Crisóstomo de Arriaga.

PESARO, 21 agosto 2025 - C'era una grande curiosità per il ritorno a Pesaro di Sergey Romanovsky, che a Pesaro aveva affrontato parti capitali come quelle di Néocles (Le siège de Corinthe), Agorante (Ricciardo e Zoraide) e Leicester (Elisabetta, regina d'Inghilterra), ma, colpito da un'indisposizione in occasione di un Tancredi per il “non compleanno” di Rossini, si era poi ritirato anche dalla successiva produzione di Otello.

Il programma oggi è vasto, succoso, perfetto per valutare appieno le qualità attuali del tenore russo: si va dal Tito mozartiano al Vasco de Gama di Meyerbeer, dall'Otello rossiniano al Rodolfo verdiano, per chiudere con Rimskij-Korsakov, Čajkovskij e una canzone popolare russa (Ах ты душечка, Ah ty dushechka, Ah mia cara).

Voce e comunicativa non mancano a Romanovsky e, anzi, l'emissione appare irrobustita, baldanzosa, dai bei riflessi bronzei, per quanto a discapito dell'estensione, rilevando una tendenza a spingere in alto e a perdere sostanza in basso, cosa che in gran parte del repertorio può non essere un gran problema, ma nemmeno la condizione ideale se si sceglie di eseguire un'aria come “Ah, sì, per voi già sento”, che si muove su due ottave richiedendo due discese al La sotto il rigo.

Non è mal così grave, certo, perché il potenziale notevole, canto è ampio e la pronuncia ben scandita, mentre semmai si nota una certa qual omogeneità stilistica, per cui la nobiltà neoclassica di “Del più sublime soglio”, l'eroismo belcantista di Otello, il grand-opéra di “Ô Paradis”, l'ardore romantico di “Quando le sere al placido” non si differenziano più di tanto per carattere, sfumature e gusto.

Un'idiomaticità ben maggiore si riscontra, com'era prevedibile, quando gioca in casa, come nella Canzone dell'ospite indiano da Sadko e, soprattutto, in “Kuda, kuda” da Evgenij Onegin, il momento senz'altro più emozionante del concerto, perché quello in cui veramente si è percepita una sintonia poetica fra il testo, la musica e l'interprete. Validissimo, senz'altro: un tenore che saluteremmo sempre con piacere in molti titoli, trovandolo in cartellone. Tuttavia non sfugge l'impressione di un compiacimento un po' generico nelle proprie qualità senza cogliere l'occasione di indirizzarle in un fraseggio più sottile, in una coloratura più sgranata, in un gioco dinamico più scaltrito. Piuttosto, ama divertirsi e conquistare il pubblico con la pura “tenorilità” che esplode non solo nella canzone russa, ma poi soprattutto nei bis: Granada, Tu ca non chiagne e La danza di Rossini. Molto estivo, non molto da festival, forse.

Ricercatezza da Festival è, semmai, la sinfonia d'apertura: la prima esecuzione dell'Ouverture pastorale da Los esclavos felices (1820) di Arriaga. Pagina di buona fattura e amabile ispirazione composta ad appena quattordici anni dallo sfortunato (morì ad appena vent'anni) “Mozart basco” e riscoperta dal suo conterraneo Asier Eguskitza, oggi anche sul podio dell'Orchestra Sinfonica Rossini. Le altre pagine strumentali in programma sono la sinfonia di Otello e la Polonaise dell'Onegin, non proprio pezzi dei più semplici, che mettono alla prova sia la chiarezza non esattamente adamantina del gesto sia qualche solo non riuscitissimo, specie negli ottoni.

Il vigore vocale e la spavalderia negli acuti del tenore, il festoso disimpegno del finale non mancano di scatenare gioiosi applausi per questo terzo e ultimo concerto lirico sinfonico del Rof 2025.

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