L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Messa civile per Mariotti

di Roberta Pedrotti

La Messa collettiva voluta da Verdi per rendere omaggio a Rossini alla sua morte porta nel cartellone principale del Rof per la prima volta (se si esclude la rassegna Il mondo delle farse di qualche annetto fa) musiche di altri autori. La serata di chiusura del Festival 2025 è dedicata al fondatore Gianfranco Mariotti, esempio preclaro di etica e impegno civile.

PESARO, 22 agosto 2025 - Un omaggio a Rossini che diventa un omaggio a Gianfranco Mariotti. Non c'è cosa più naturale, per colui senza il quale non saremmo qui, al quale dobbiamo non la semplice memoria, ma la vita di Rossini e del teatro rossiniano nel mondo di oggi. Un uomo dalle geniali intuizioni e dal senso profondo del bene comune, della cultura e dello spirito critico come imperativi etici nella società. Un uomo che ci ha insegnato molto ma dal quale forse non si è appreso abbastanza.

La Messa per Rossini è proprio, oltre che un omaggio, anche un esempio del bene e del male che pervade il nostro Paese. Nasce da un impeto ideale e civile di Giuseppe Verdi all'indomani della morte di Rossini, per raccogliere il mondo musicale nazionale in suo onore. Finisce male, fra problemi burocratici e finanziari, ripicche personali e di campanile, tant'è che il progetto nato per un'esecuzione a Bologna il 13 novembre 1869, a un anno esatto dalla morte di Rossini, si sfalda e la Messa rimane nel cassetto di Casa Ricordi fino al 1988, quando viene finalmente eseguita a Stoccarda e a Parma.

Non sarà il capolavoro dei capolavori, ma al di là dell'occasione celebrativa è utile ascoltare una partitura così composita, con tredici numeri affidati a tredici diversi autori che esplicitano uno spaccato eloquente di un mondo musicale in cui Verdi domina, ma non è solo. E il caso vuole che nei giorni precedenti si siano presentati proprio due volumi (di Emanuele Senici e Daniele Carnini) volti a indagare il primo sulla ricezione di Rossini e sul suo rapporto con il suo tempo, il secondo il panorama musicale dei primi tre lustri del XIX secolo: si parla di qualche decennio prima della composizione della Messa, certo, ma pur sempre della complessità di un orizzonte che troppo spesso si riconduce solo a una manciata di “grandi” attorno ai quali ravvisare un sommario elenco di “minori”. Ora, è indubbio che quando si arriva al finale “Libera me” (prima versione di quella che sarà la conclusione del Requiem per Manzoni) Verdi faccia piazza pulita dei colleghi, ma sarebbe parimenti ingeneroso liquidare con una bonaria alzatina di spalle il lavoro du Buzzolla, Bazzini, Pedrotti, Cagnoni, Federico Ricci, Nini, Boucheron, Coccia, Gaspari, Platania, Rossi e Mabellini.

Si ascolta assai volentieri, invece, e si apprezzano l'ottima dottrina nelle parti severe, così come l'estro più melodrammatico di altri numeri o le cure riservate alla strumentazione. E spiace che l'indisposizione di Dmitry Korchak, stasera ai limiti dell'afonia (evidente nei due numeri che il tenore condivide con gli altri solisti: Offertorio di Gaspari e Lux aeterna di Mabellini), abbia imposto di tagliare l'esecuzione dell'Ingemisco di Alessandro Nini. Lo annuncia lo stesso sovrintendente Palacio sul palco a inizio serata, dopo aver dedicato questa chiusura del Rof a Gianfranco Mariotti.

Spiace che non si sia riusciti a trovare un sostituto, tanto più che con la presenza comunque volenterosa del tenore abbiamo avuto un cast pienamente all'altezza della situazione, In particolare si segnala il mezzosoprano Caterina Piva, che stasera conferma una crescita confortante, con bel modo di porgere, centri pastosi e acuti sicuri. A Vasilisa Berzhanskaya (già annunciata ufficialmente come Pamyra per il prossimo anno) non converrà forse inoltrarsi oltre nel terreno verdiano più spinto, ma certo ha una finezza musicale e una saldezza anche nel piano e nel pianissimo che non passano inosservate. Viceversa, Misha Kiria piace più stasera in vesti serie che in quelle buffe, cui può indirizzarlo anche la fisicità, la simpatia pacioccona sfoderata nella commedia, ma può darsi che la voce si trovi più a suo agio in altra temperie espressiva. Impegnato soprattutto nel Confutatis maledictis di Boucheron Marko Mimica si conferma elemento affidabile, di voce asciutta e rigore ieratico.

Donato Renzetti, sul podio dell'Orchestra del Comunale di Bologna – che si fa ben valere anche nei soli e speriamo di ritrovare a Pesaro nei prossimi anni –, ribadisce il valore della sua esperienza unita a un istinto musicale innato. Tanto basta, qui, per una partitura figlia di più padri, pur in un clima culturale comune. Peccato, però, che tutta la dedizione profusa dal coro del Ventidio Basso preparato da Pasquale Veleno non sempre basti a sostenere certi passaggi di tessitura scomoda o in cui il volume difetta rispetto al pieno orchestrale.

Per il pubblico in sala e per quello che segue la videoproiezione in piazza può rimanere, infine, più che un'ora e mezza di musica, cosa che non era nemmeno nelle intenzioni del promotore Verdi: rimane semmai la voglia di guardare a un mondo complesso, a una storia di idee, capacità, talenti che non mancano ma faticano per ragioni esterne e contingenti a realizzare il loro progetto, l'omaggio attivo all'esempio di uomini grandi, cui essere grati e dai quali essere spinti a guardare avanti. Con Rossini e Mariotti, ci si conceda anche a un pensiero a uno studioso e uomo retto come Michele Girardi (revisore del Requiem e Kyrie di Antonuo Buzzolla: anche l'edizione critica è a più mani), scomparso pochi mesi fa.

Si chiude un Rof e si guarda al prossimo con fiducia e determinazione, perché, a differenza della Messa nell'Italia appena unita, oggi per il festival le idee e i valori non abbiano fra le ruote i bastoni di tante piccinerie e sordità.

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