Da Londra con furore
Un autentico trionfo accoglie, in uno tra gli appuntamenti più attesi di MiTo 2025, la London Symphony Orchestra guidata dal suo direttore principale
TORINO, 5 settembre 2025 - Rinvigorito nel numero degli appuntamento rispetto alle ultime edizioni, il Festival MiTo 2025 ha contribuito a fare di Torino, nella prima settimana di settembre, una capitale europea della musica. Avere a distanza di pochi giorni al Lingotto due serate di assoluto rilievo con la Filarmonica della Scala e la London Symphony Orchestra sotto le bacchette, rispettivamente, di Myung-whun Chung e Antonio Pappano pare rievocare i fasti piuttosto distanti di un'epoca in cui le risorse a disposizione erano assai copiose e numerose. Non possiamo che apprezzare il segnale positivo di una programmazione quest'anno di particolare ambizione, di buon auspicio per il futuro, riconoscendo agli organizzatori, anche nelle difficili annate lasciate alle spalle, il merito di aver mantenuto elevato il livello qualitativo con musicisti di prim'ordine che non hanno mai mancato di fare una tappa sotto la Mole.
Il binomio Pappano/London Symphony ha così richiamato il pubblico delle grandi occasioni venerdì 5 settembre: tra i quasi 2000 posti a sedere dell'auditorium 'Giovanni Agnelli' le poltrone vuote erano pochissime anche se, volendo concederci una piccola osservazione di costume, la sobria e proverbiale eleganza torinese non è più quella di un tempo ed è ormai appannaggio delle generazioni dai capelli bianchi o almeno brizzolati. Non si tratta di portare o meno la cravatta o l'abito lungo, su cui ciascuno, archiviato il primo quarto del ventunesimo secolo, deve sentirsi libero di scegliere ciò che vuole, ma di evitare abbigliamenti che si avvicinano pericolosamente al circense e al balneare. Ma tant'è. Ciò che conta è la passione e l'ouverture dalla rossiniana Semiramide è il pezzo che ci vuole per scaldare subito l'entusiasmo. Dalla lettura di Pappano emerge tutto l'amore del direttore per l'opera italiana: l'attenzione alla cantabilità è evidente non soltanto nell'Andantino con il celebre tema intonato dal quartetto dei corni ma informa tutta la partitura che, nel successivo Allegro, contiene alcuni dei passi più brillanti e paradigmatici dello stile del cigno di Pesaro. Ne discende una scelta di tempi non forsennati con un estremo controllo delle linee melodiche e armoniche che fa emergere ogni passaggio, illuminandolo di bagliori rilevatori. Sfido chiunque a trovare, nelle molteplici incisioni della pagina, un crescendo più efficace, emozionante e calibrato di quello contenuto nella doppia breve frase degli archi che precede il comparire del secondo tema. Sono lampi che durano un attimo ma che possono mantenere vivo, a distanza di anni, il ricordo di una serata.
Sul punto va detto che l'orchestra londinese è un'autentica macchina da guerra, che può permettersi di schierare quasi una doppia formazione, al pari di quei club calcistici la cui panchina è costituita da elementi che altrove giocherebbero nella prima squadra. La resa perfetta di tanti dettagli, in un programma dedicato a quattro brani del tutto differenti uno dall'altro, dipende anche da un'organizzazione che consente di cambiare nel corso della stessa serata alcune parti cruciali tra i fiati (il primo trombone che sarà chiamato alle incisive incursioni in Šostakovič non è, ad esempio, il medesimo che interpreta Rossini). Questo aiuta a comprendere come la compagine, nell'attuale tournée italiana, riesca in pochi giorni ad esibirsi ogni sera in differenti città (Milano, Torino, Stresa, Verona) con programmi assai eterogenei che spaziano dal classico Beethoven al Novecento americano di Bernstein e Copland.
L'esibizione al Lingotto prosegue con il Concerto n. 2 in fa minore op. 21 di Fryderyk Chopin, eseguito alla tastiera dal coreano Seong-Jin Cho. Classe 1994, vincitore dieci anni fa del concorso di Varsavia, carriera internazionale consolidata, la sua visione dell'opera si distingue per originalità e ricerca di un suono particolare, sofisticato, elaborato, innervato per intero sulla valorizzazione dei minimi chiaroscuri della scrittura chopiniana, senza mai sconfinare nell'esibizionismo virtuosistico, anche nei passi pensati dall'autore per mettere in bravura le doti dell'interprete, in un lavoro concepito tra il 1829 e il 1830, al pari del concerto gemello in mi minore, come biglietto da visita di un esordiente pianista-compositore.
Ne discende la conduzione di un discorso raffinato, ottenuto da un tocco leggero e di somma precisione, sostenuto da riservati colpi di pedale, dove sono bandite del tutto le sonorità troppo gonfie e roboanti così come quelle vaporose e sfumate, ma ravvivato da un senso del fraseggio energico e creativo, da un sentire poetico immediato e personale, che raggiunge l'apice nel sogno ad occhi aperti del Larghetto centrale. Una delicatezza decisa, sulla quale si innestano gli interventi di un'orchestra in formazione raccolta ma parimenti scattante e fulminea nell'avviare un dialogo nel quale, sotto la guida di Pappano sale in cattedra una volta ancora la straordinaria consistenza degli archi.
Il bis del valzer in do diesis minore op. 64 n. 2, sempre all'insegna di Chopin, concesso a furor di popolo tra applausi scroscianti, segna il commiato dai furori controllati del primo romanticismo dei primi due pezzi in programma a una seconda parte dominata dagli umori più espliciti della prima metà del Novecento.
Stringata ed essenziale, la Sinfonia n. 9 in mi bemolle maggiore op. 70 di Dmitrij Šostakovič rivela qualche affinità con la Sinfonia Classica di Prokof'ev, declinata tuttavia con un senso dell'umorismo pungente e sarcastico. Che il musicista russo intendesse offrire una parodia del conformismo borghese o una sottile presa in giro del regime sovietico che, alla prima leningradese, credeva di ascoltare un'opera monumentale o ancora un puro e semplice divertissement è difficile a dirsi. Forse, come spesso accade in Šostakovič, molteplici temi e suggestioni si fondono in modo inestricabile. Resta il fatto che, nonostante la brevità, la pagina è un banco di prova impegnativo per qualsiasi ensemble. Pappano e la London Symphony sfoderano una prestazione maiuscola sotto ogni punto di vista: impeccabile messa a punto timbrica e dinamica, prime parti eccezionali negli interventi solistici (su tutti violino, trombone e fagotto), intonazione mirabile, capacità di cambiare repentinamente umore e registro con la naturalezza e l'apparente semplicità che sono frutto di un'intesa assoluta tra i vari reparti. Il suono graffiante di questa Nona made in USSR cede il posto a un turgido e magniloquente dispiegamento di mezzi in Juventus, poema sinfonico di rara apparizione, uscito nel 1919 dalla penna di Victor de Sabata, passato alla storia tra i massimi direttori d'orchestra del secolo scorso. Straussiano nella forma e nella sostanza, il brano è una sorta di piccolo Don Juan, scritto in modo magnifico e pieno di idee ispirate, ma paga lo scotto di essere ampiamente anacronistico per il periodo in cui nacque. Nel 1919 (anno di Die Frau ohne Schatten) lo stesso Richard Strauss non avrebbe più scritto musica simile e, per rimanere in Italia e non fare che uno tra i tanti possibili esempi, il veneziano Gian Francesco Malipiero (di un decennio più anziano!) nelle Pause del silenzio di due anni prima aveva licenziato una composizione avanti anni luce rispetto a quella del collega triestino. L'esecuzione della LSO è nondimeno sontuosa e grandiosa, la migliore possibile per il 'ritratto della gioventù' appassionata ed entusiasta tradotta in note da de Sabata, e conclude in trionfo una serata che ha la sua apoteosi nella prima Danza Ungherese di Brahms offerta fuori programma tra le ovazioni della sala.
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