Focus Beethoven
La lettura scevra da sensazionalismi di Alexander Lonquich permette di apprezzare appieno lo spessore e l'evoluzione dei concerti beethoveniani proposti in due serate per il Settembre dell'Accademia a Verona.
VERONA, 12 e 13 settembre 2025 - Una “Maratona Beethoven” ha occupato la seconda e terza serata del Festival “Il Settembre dell’Accademia”, al Filarmonico di Verona: in due appuntamenti a un giorno di distanza, Alexander Lonquich e l’Orchestra da Camera di Mantova hanno eseguito tutti i cinque concerti per pianoforte e orchestra del sommo compositore. L’occasione permette una riflessione generale su modello e senso della musica dal vivo, oggi, in una direzione ragionata, meglio se monografica, pervasiva/immersiva, la quale tanto più e tanto meglio crea occasione di cultura, di approfondimento, di riscoperta anche nel caso in oggetto, cioè di un compositore e di sue opere largamente note, ma non necessariamente davvero conosciute. La doppia serata ha permesso di percepire al meglio la progressiva metamorfosi dello stile, per esempio; ha poi concentrato al massimo l’attenzione non su un evento (il grande solista, l’orchestra di prestigio che esibiscono se stessi), ma al senso della musica per sé, in una prospettiva storica che diventa ripensamento critico e piena appercezione della statura del compositore. Ci sembra la strada migliore per innovare il concertismo, questa della concentrazione: monografia su un autore o un genere, percorso diacronico per anni-chiave, ‘catena’ di concerti pensati analiticamente e non per varietà forzate, le quali rischiano di disperdere anziché arricchire, e appunto, portano a pensare il concerto come evento esclusivo (“la migliore orchestra”, “il sommo solista”, “l’unica tappa italiana”, ecc.), anziché come momento di conoscenza. Ottima iniziativa, insomma, questa dell’Accademia Filarmonica, da ripetere e potenziare in futuro.
Certo, bisognerebbe sempre trovare un Alexander Lonquich: da vent’anni e più, ormai, il grande pianista propone il suo Beethoven in serate e registrazioni similmente articolate, aggiungendo anche nutrite serie di bis (in questa occasione veronese, la replica dei terzi movimenti dei Concerti 2 e 1, tre Bagatelle ancora beethoveniane e una Novelletta di Schumann), mostrando sempre una freschezza e un’energia impeccabili. Le quali, nel corso delle esecuzioni, hanno variamente preso la forma di fraseggio eloquente, tempi perfettamente scanditi e differenziati secondo le indicazioni agogiche del testo, conseguenti narrazioni a forte contrasto espressivo, chiarezza di suono cristallino. Nella doppia veste di solista e direttore, Lonquich ha particolarmente curato, come sopra accennato, la differenziazione dello stile in divenire: nei primi due Concerti, ancora legati alla tradizione settecentesca, soprattutto il jeu perlé nei temi e nelle ornamentazioni è spiccato con singolare nitore costruttivo, l’ensemble mantovano estremamente parco nei vibrati ad assecondare un’intenzionalità sonora che del testo restituisse soprattutto la chiarezza. Dal Terzo al termine, invece, l’eloquenza classico-romantica si è fatti vieppiù marcata, soprattutto in un Quarto concerto di formidabile intensità lirico-patetica, scurissimo per il concorso di tempi controllati, peso sui tasti corrispondentemente profondo, pedalizzazione generosa e legato di animatissima qualità cantabile: l’interpretazione più alta delle due serate, questa, capace di restituire al meglio l’essenza del Beethoven del “secondo stile” come chiusura di una tradizione e contemporanea apertura alla nuova musica. Con il Quinto concerto, Lonquich e l’orchestra hanno infine reso al meglio il senso eroico della scrittura, per fortuna – ancora una volta – senza mai cercare l’effetto roboante, le climax ad effetto, lasciando invece scorrere la musica secondo un decorso agogico/dinamico perfettamente naturale, per sé eloquente, come del resto risulta esplicito dalla semplice lettura della partitura. Questa elusione classicamente composta dell’effetto fine a se stesso ha portato poi a un Adagio senza svenevolezze, cantabile ma di austero distacco, e poi a un finale in cui la ritmica incrociata binario (mano destra)/ternario (mano sinistra) ha evocato la danza popolare con sprezzatura irresistibile: esplicitando, in questo modo, un’ennesima fonte di ispirazione beethoveniana, che dal 700 classico trapassa nell’800 protoromantico mescolando il dramma tematico delle forme-sonata, alla melodia spiegata, alla polverizzazione sonora, alle disarticolazioni ritmiche, alle rielaborazioni folcloriche nel prodigio della forma organica. Con Lonquich e l’Orchestra da Camera di Mantova, e nel dispositivo della “maratona” su due giorni consecutivi, uno dei lasciti fondamentali della musica occidentale è stato regalato alla platea veronese nella dimensione migliore.
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