Bach sotto la pioggia
Particolarmente apprezzato dal pubblico l’appuntamento con il recital pianistico di Angela Hewitt, interamente dedicato alle Variazioni Goldberg
PISA – Com’era accaduto lo scorso anno con il concerto di Ton Koopman, anche in questa edizione il cartellone di “Anima Mundi” propone una serata dedicata a Johann Sebastian Bach: prima l’Offerta musicale con la Suite n. 2 in si minore, adesso le amate Variazioni Goldberg. Oltre all’autore, le due serate sono legate da una significativa partecipazione di pubblico, sia in termini numerici sia emotivi, tanto che ci si vorrebbe quasi augurare che il concerto monografico bachiano possa in qualche modo diventare una tradizione della rassegna dell’Opera della Primaziale Pisana.
In questo caso l’ardua impresa grava tutta sulle spalle di Angela Hewitt e la pianista canadese mette da subito i puntini sulle i: tutto a memoria, con i ritornelli variati. Non vogliamo dire che chi esegue senza la carta valga più di chi legge, ma affrontare le Goldberg in questo modo e senza batter ciglio è notevole; Hewitt può anche fare affidamento sul proprio Fazioli, portato nel Camposanto monumentale per l’occasione, e su una provvidenziale pioggia leggera che accompagnerà quasi tutta l’esecuzione, dalla quarta alla ventottesima: al netto di qualsiasi sentimentalismo, non poteva esserci contrappunto migliore alla musica di Bach, che di suo risulta così naturale da associare proprio all’acqua.
L’Aria con diverse variazioni per clavicembalo a due manuali presenta una serie di problematiche tutt’altro che facili da superare, sia da un punto di vista fisiologico (banalmente: tecnica e resistenza) sia per quel che riguarda l’interpretazione. Si suppone che sia pacifico riconoscere nelle Goldberg uno dei più straordinari edifici mai progettati, composto da moduli pensati per intersecarsi fra loro di trenta variazioni (3×10) concepite a gruppi di tre, con tre in tonalità minore, tre a due parti con l’incrocio delle mani, tre in forma di danze barocche, nove contrappunti dall’unisono alla nona (3×3) per fare solo qualche esempio superficiale; ogni brano è rigorosamente edificato su principii di geometrie, simmetrie e specularità sia al proprio interno (nella prima variazione le mani si scambiano continuamente i disegni) sia in rapporto ad altri (la seconda variazione introduce lo schema di due voci + basso continuo della terza, mentre la sesta – il secondo canone – prevede un disegno di tipo discendente dato che la terza – il primo canone – ne proponeva uno ascendente, e così via). Tutti questi complessi meccanismi interni è vero che non influenzano lo stile esecutivo, ma fanno parte degli elementi che l’interprete deve soppesare quando sceglie il taglio della propria lettura. A onor del vero, parlando appunto del taglio interpretativo, non tutte le scelte di Hewitt appaiono così chiara e francamente nemmeno così tanto condivisibili; sono tuttavia chiari almeno i gli elementi cardine, cioè la ricerca di una fondamentale nitidezza tutta bachiana tanto di suono quanto di articolazione e un interesse particolare per le risonanze, soprattutto per l’uso espressivo del loro decadimento in special modo come veicolo di nuove tensioni.
Una lettura aderentissima al testo, quindi, tuttavia la pianista si assume anche la responsabilità di alcune varianti: gli abbellimenti riproposti con licenza nei ritornelli sono ovviamente la prassi, molto meno usuale la scelta di alzare di un’ottava i ritornelli della giga, o ancora quella di eseguire a ottave le caratteristiche due crome della ventinovesima variazione; queste e altre modifiche simili sono sì sorprendenti, ma si possono facilmente ricondurre all’effetto delle leve del clavicembalo, pertanto siano le benvenute.
L’elemento che genera maggior perplessità sono i metronomi, spesso curiosamente lenti. D’accordo voler garantire la maggior chiarezza possibile e le Variazioni Goldberg di certo non hanno bisogno di ginniche spettacolarizzazioni, però si può trovare una via di mezzo; la variazione 5, la 6, la 8, la 11 e così via hanno bisogno di qualche tacca in più. Poi, d’un tratto, nella seconda metà della partitura tutto torna normale (e forse la 26 anche un poco più scorrevole di quanto capiti solitamente). Certo è che l’impostazione di velocità e intensità contenute gettino una luce molto particolare sull’intera opera, tornando a conferirle quel carattere intimo e cameristico che di solito viene perso in favore di grintoso virtuosismo. Una realizzazione impeccabile in cui Angela Hewitt ha fornito prova non solo di una raffinata sensibilità, ma anche di un controllo straordinario su qualsiasi elemento dell’esecuzione.
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