L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Brividi dall’età della guerra

di Alberto Ponti

I concerti torinesi di MiTo 2025 terminano nel segno di Šostakóvič e di uno dei suoi lavori di maggior impegno

TORINO, 17 settembre 2025 - Il concerto di chiusura della rassegna MiTo 2025 di mercoledì 17 settembre chiama a raccolta con una forte valenza simbolica, sul palcoscenico torinese dell’auditorium del Lingotto, una delle colonne della vita musicale della città, e cioè l’orchestra del Teatro Regio, nella sua formazione più ampia, guidata nell’occasione da Enrico Calesso. In programma un unico pezzo di grande impegno quale la Sinfonia n. 13 in si bemolle minore op. 113 di Dmitri Šostakóvič che prevede un ampio ricorso alla voce solista di un basso (Alexander Roslavets) e un coro maschile anch’esso limitato ai soli bassi.

Nata nel 1962 su poesie di Evgenij Evtušenko ispirate al massacro di ebrei, partigiani e oppositori agli occupanti nazisti nella fossa di Babij Jar presso Kyiv compiuto nel 1941 dalle SS con l’aiuto della polizia ausiliare ucraina, la sinfonia è tra le più estese dell’autore, paragonabile con la sua durata di un’ora e cinque minuti all’Ottava e seconda solo alla Settima (la celebre ‘Sinfonia di Leningrado’). Come spesso accadde con Šostakóvič, l’opera, nota con il soprannome di Babij Jar che tuttavia non venne mai ufficialmente apposto dal musicista, non mancò di suscitare polemiche fin da subito, attirando l’attenzione su una persecuzione antisemita che aveva trovato all’epoca consenso presso una frangia minoritaria, ma pur sempre esistente, della popolazione locale. Come se non bastasse, in quello stesso 1962 il regime sovietico, che mirava attraverso lo storytelling ufficiale a trasformare il tragico episodio avvenuto nel capoluogo ucraino in uno dei tanti casi di sofferenza cui era stata sottoposta la popolazione russa nel corso del conflitto, era alla prese con la crisi di Cuba con gli Stati Uniti, con il conseguente prevalere nelle alte sfere di una politica più conservatrice e meno aperta alle novità, anche artistiche, come invece era accaduto negli anni successivi alla scomparsa di Stalin. In ogni caso la prima ebbe luogo e la validità della musica, superiore alle polemiche, finì per prevalere.

L’esecuzione, grazie all’attenta direzione di Calesso, restituisce a una sala numerosa e partecipe, l’acuta tensione emotiva che infervora ciascuno dei cinque movimenti. L’orchestra del Regio sfodera un suono che attraversa l’intero universo espressivo: compatto, caustico, ora beffardamente ironico, ora incantato e ipnotico all’interno di un impianto dove l’influenza di Mahler, non solo nella scelta della voce, è più viva che mai. Il direttore si attiene in maniera scrupolosa ai dettami della partitura, non prende licenze volte a enfatizzare un risultato che è già impressionante per la dovizia dei mezzi impiegati da Šostakóvič. Il primo tempo, con la rievocazione della strage, si snoda attraverso la contrapposizione di monumentali blocchi sonori in un climax crescente che sfocia in una dichiarazione di amore patriottico. Occorre rendere giustizia alla superba interpretazione di Roslavets che, senza lo scoglio linguistico difficile da sormontare per cantanti di estrazione non slava, è la migliore possibile in tale repertorio. Voce corposa ma duttile, capace di energiche invettive al pari di improvvise delicatezze, il basso bielorusso si mantiene fedele alla linea direttoriale prestando il proprio timbro caldo e facile all’espansione alla sofisticata scrittura del compositore. I movimenti successivi, in misura forse ancora maggiore del primo, sono il paradigma dello stile di Šostakóvič, con un incessante scavo armonico accoppiato a raffinatezze nell’orchestrazione e nel trattamento degli strumenti, sempre a fronte di una pulizia di linee e di una chiarezza di espressione che rendono un piacere estetico il solo gettare lo sguardo sulla pagina di una sua partitura. Il dialogo tra solo e tutti si infiamma di sarcasmo sottile nell’Allegretto in seconda posizione (Humour) per ritornare nel finale (Carriera) introdotto da un indimenticabile assolo del fagotto, parodia degli ‘yes men’ della burocrazia ma destinato a spegnersi in un’atmosfera ovattata al limite dell’impalpabile. È però nei drammatici Adagio e Largo, titolati rispettivamente All’emporio e Paure, che l’ispirazione dell’autore raggiunge il vertice, reso con toccante commozione da Calesso, Roslavets e dai complessi del Regio, con l’eccezionale coro, limitato per la serata alla sola componente maschile e guidato da Ulisse Trabacchin, calato alla perfezione nella parte prescritta da Šostakóvič, con un andamento ieratico e implacabile che ricorda da vicino, nell’innegabile solco della tradizione russa, certi momenti di Musorgskij.

Applausi scroscianti e ripetuti per tutti gli interpreti di un prezioso capolavoro del Novecento, difficile da ascoltare proprio per la qualità e quantità dei mezzi richiesti, nel doveroso omaggio al cinquantesimo anniversario della scomparsa di uno tra i massimi e ultimi compositori capace di suscitare e mantenere il coinvolgimento del grande pubblico.

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