Diade di grandi opposti
Daniele Gatti e la Sächsische Staatskapelle di Dresda in trionfo per Gustav Mahler al Teatro alla Scala: senza troppa sorpresa, anzi secondo aspettativa, ecco presentata una Quinta di riferimento, anzi di rivelazione, in quanto modernissima per i giorni attuali.
MILANO, 8 settembre 2025 – Privilegiante è quell’orizzonte musicale ove grandi opposti si attraggono l’un l’altro. Ne torna in mente una: nel gennaio del 2005 l’Opera di Stato di Vienna affidò una nuova concertazione di Parsifal di Wagner a Simon Rattle, che con la solita attitudine da entomologo vivisettore chiese agli strumentisti un suono fatto di ragnatela; i Wiener Philharmoniker gli accordarono la precisione millimetrica, ma gliela servirono con lo splendore e la densità dell’oro massiccio; risultato: la più virtuosistica e sfolgorante lettura del testamento wagneriano dai tempi di Herbert von Karajan, frutto però di un benefico braccio di ferro tra il podio e l’orchestra, ciascuno intento a tutelare e mostrare la propria incontrattabile identità artistica tra pensiero e materiale; paradosso: nel giugno successivo, per la stessa partitura, il podio passò a Christian Thielemann, culo e camicia con i Wiener e la loro tradizione, ma ne venne fuori una notevole eminenza – fissata anche nell’incisione dal vivo per Deutsche Grammophon – anziché un ripetuto miracolo. Non una muscolare competizione ma una rispettosa complementarità caratterizza oggi la collaborazione tra Daniele Gatti e la Sächsische Staatskapelle di Dresda: egli il più tedesco tra i direttori italiani, introverso nel porgere, indugiante nel passo, impenetrabilmente nero nell’impastare la timbrica; essa la più setosa tra le orchestre germaniche, splendida nel mostrarsi, sollecita nell’assecondare, terribile in quella monumentale massa che tuttavia conserva trasparenza. All’orchestra della quale è direttore musicale sull’Elba, Gatti ha recato in dote anche un progetto di esecuzione integrale delle sinfonie di Gustav Mahler, curiosamente mai prima realizzato dalla Staatskapelle; e il sinfonismo mahleriano, si sa, in un crescendo da Claudio Abbado a Giuseppe Sinopoli e da Riccardo Chailly a Gatti stesso, è una faccenda ad alto tasso esegetico d’italianità. Dal 31 agosto al 2 settembre è stato il turno della Sinfonia n. 5 nella casa-madre della Semperoper di Dresda, poi, dal 6 al 14 settembre, quella lettura è passata anche per Rheingau, Bucarest e Linz, nonché, l’8, al Teatro alla Scala di Milano, in abbinamento, come pure in Sassonia, Romania e Austria, con un conciso classico di metà Novecento utile a fare da ragionata ouverture: Requiem di Tōru Takemitsu. Senza troppa sorpresa, anzi secondo aspettativa, ecco presentata una Quinta di riferimento, anzi di rivelazione, in quanto modernissima per i giorni attuali: direttorialmente analitica fino alla mania eppure condotta con una naturalezza discorsiva disarmante, pensosa sì ma anche protesa in avanti, con quelle frasi che paiono più incalzarsi che giustapporsi e con l’Adagietto edenicamente mosso in soli nove minuti e mezzo, mentre l’orchestra illumina, scalda, invola e consola una visione la quale, con altre file, avrebbe potuto sembrare più univocamente buia, fredda, gravosa e pessimistica. Tale simbiotica via interpretativa si pone tra l’altro agli antipodi rispetto alle altre più impressionanti due ascoltate in Italia negli ultimi anni: quelle dirette da Riccardo Chailly e da Myung-Whun Chung, entrambe milanesi, con la Filarmonica della Scala, ed entrambe spontaneo florilegio di timbri vividissimi, come accade quando la bacchetta e il direttore sono una cosa sola e omogenea, anziché una provvidenziale diade di grandi opposti che si attraggono l’un l’altro. Senza volere, ecco quali nomi sono confluiti tutti assieme nel riferire di una Quinta di Mahler alla Scala di Milano: presto vi si ricorderà con gratitudine Chailly, vi si accoglierà come uno di casa Chung, vi si rimpiangerà di aver ritardato l’inevitabile ingresso a Gatti, che al Maggio Musicale Fiorentino e nella Staatskapelle di Dresda trova nondimeno, oggi, il più idiomatico trono alla sua maturissima poetica.
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