L’Ape musicale

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In simbiosi verso Beethoven

di Mario Tedeschi Turco

In una traiettoria che da Bach arriva a Beethoven, pur con esiti diversi, la Budapest Festival Orchestra mostra tutta la sua simbiotica intesa con Iván Fischer; il direttore compare anche in veste di compositore con la Dance Suite in cui figura l'ottimo violino solista di Guy Braunstein

Verona, 24 settembre 2025 - Da anni ormai il sodalizio artistico tra Iván Fischer e la Budapest Festival Orchestra si rileva, nel panorama internazionale, tra i più significativi per intesa tecnica, accordo di visione artistica, affinità di ricerca stilistica. Un binomio dunque, quello Fischer-Budapest, da affiancare a Petrenko-Berliner o Gergiev-Marinskij, nella misura altissima d’una competenza esecutiva immacolata e di una ricerca culturale del pari profonda per prospettiva di senso, con scelte di repertorio peculiari, e talora anche audaci, che sommano autori ed epoche lontane, relate tuttavia da modelli e messaggi organici in punto di forma, ovvero d’espressione, o tendenza. Il concerto al Filarmonico per il «Settembre dell’Accademia» ha confermato questa magnifica attitudine degli artisti, proponendo nella prima parte della serata la Suite n. 4 di Bach seguita dalla Dance Suite per violino e orchestra composta dal medesimo Fischer nel 2024 quale omaggio al Genio di Eisenach, per concludere, dopo l’intervallo, con la Settima di Beethoven. Idea di presentazione diresti “evolutivo/metamorfica” sotto il segno dello spirito della danza. Ed è stato lo stesso Fischer, nel breve intervallo tra il Bach e la sua stessa composizione, a parlare al pubblico (in un italiano sciolto ed elegante) per esplicitare il nesso dialettico tra i due brani: un preludio e una serie di danze in entrambi i casi, nell’occasione del contemporaneo tuttavia declinando la forma verso i ritmi del 900 più vicini all’immaginario sonoro del pubblico d’oggi. Giusta la specifica didascalica, nessun ulteriore commento era necessario aggiungere per giustificare la finale esecuzione beethoveniana, innervata da cima a fondo del medesimo soffio vitale che, com’è sin troppo noto, Wagner individuò con la formula di «apoteosi della danza» (aneddoto classico è che Wagner effettivamente la Settima danzasse una sera da cima a fondo, mentre Liszt la eseguiva al pianoforte: scena non si sa se vera o frutto di fantasie barocche, ma per certo d’irresistibile enfasi romantica al sol pensarla).

Detto del concetto alla base del programma, è necessario operare qualche distinguo, crediamo, in una valutazione complessiva di quanto udito. La Budapest Festival Orchestra si presenta per il Bach in formazione ridotta, con strumenti originali e prassi esecutiva storicamente informata: il suono ne sortisce pieno e fastoso nell’ensemble degli archi, ma piuttosto problematico nell’emissione dei legni, e complessivamente con gravi problemi di equilibrio fonico: il basso del cembalo non si è mai udito, gli ottoni hanno risuonato flebili al cospetto degli archi, così che le linee del contrappunto non hanno avuto una trasparenza ideale. Va detto tuttavia che l’intenzionalità espressiva di Fischer e del suo gesto è stata in buona parte orientata alla cantabilità delle linee melodiche di testa, soprattutto per farne intendere l’andamento agogico di fluttuante coreografia ideale, puntando sulla leggerezza, su una certa elasticità di fraseggio, su una decisa vaporosità del decorso ritmico sul quale le melodie stesse si innestano. Del resto, conoscendo molte delle incisioni discografiche di questo direttore, sappiamo che tutti questi gesti interpretativi ricorrono con una frequenza e una genialità usuali. A nostro parere, tuttavia, il modello interpretativo – del tutto accettabile, e anzi interessantissimo - non ha funzionato come avrebbe dovuto. Nella Dance Suite successiva l’orchestra ha ripreso gli strumenti moderni e il violino solista di Guy Braunstein ha disegnato una lunga melopea dall’andamento assorto e meditabondo nel Preludio, con una notevole varietà di accenti, entrando in dialogo con l’orchestra in armonie desuete, tagli ‘modernisti’ di accesa espressività, volate di puro virtuosismo pur sempre pervaso da un tono patetico/elegiaco davvero poetico. Con le quattro danze successive, coerentemente con la scrittura di Fischer, il solismo di Braunstein ha dato corpo invece – su una ritmica incalzante di batteria e con l’elemento timbrico del vibrafono spesso in primo piano – soprattutto a un’idea di movimento di volta in volta morbido e sinuoso (nella Bossa Nova), sincopato ed elettrico nel Ragtime (a dire il vero un tantinello meccanico, e con poco, autentico swing), marcatamente drammatico nel dialogo tra solista e orchestra nel Tango, infine travolgente nel Boogie-Woogie conclusivo. Un’esecuzione di pregio, complessivamente, dove soprattutto la tavolozza timbrica dell’orchestra è risultata estremamente variegata nella palette cromatica, e dove Braunstein ha dominato le continue diverse inflessioni con tecnica di prim’ordine e un’eloquenza lirica sempre animata, l’affinità elettiva con la Suite bachiana essendosi stagliata con originale, intelligente chiarezza.

Ma è con la Settima di Beethoven che le qualità di direttore e orchestra si sono rivelate al massimo della loro forza: poche parole, per raccontarla, perché si è trattato di un’esecuzione esemplare per precisione e addirittura esaltante per effetto complessivo. Equilibrio tra le sezioni strumentali; fraseggi scolpiti con il bulino di Fidia, plastici eppure d’una leggerezza aerea; finezze continue nei dettagli (ne citiamo uno solo: il sublime legato dei legni ottenuto nell’ultima loro esposizione dei dattili e degli spondei di che è formato il tema principale dell’Allegretto. Uno scarto, questo, rispetto ai detachés precedenti, che ha ottenuto un effetto di deliquescenza che non ricordiamo di aver mai sentito prima); suono complessivo rigoglioso, epico, eppure infinitamente variato secondo la notazione sussultoria/ondulatoria del gran testo d’impianto; ductus globale d’una levità, d’una rilassatezza possente (si perdoni l’ossimoro), visibile persino dal corpo di Fischer, dai suoi gesti di precisione cartesiana portati verso l’orchestra tuttavia con una naturalezza che diresti sorgiva. E i professori non gli toglievano gli occhi di dosso ad ogni attacco, reagivano ad ogni inflessione espressiva del braccio sinistro, ad ogni impulso della bacchetta: un unico organismo vivente, a far rivivere a sua volta Beethoven con un entusiasmo contagioso. Difficile avere un’esecuzione alla pari; impossibile una migliore. Successo vivissimo, ma nessun bis.

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