L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La poesia della voce

di Luigi Raso

Ludovic Tézier passa con disinvoltura dalla parola scenica verdiana del recente Ballo in maschera alla parola poetica intonata nel Lied tedesco e nella chanson francese con la collaborazione inestimabile del pianista Julius Drake

NAPOLI, 31 ottobre 2025 - Dopo i recital di canto di Lisette Oropesa (Napoli, concerto Oropesa/Praticò, 09/01/2025), Rosa Feola (Napoli, concerto Feola/Burnside, 30/03/2025), Elīna Garanča (Napoli, concerto Garanča/Martineau, 31/05/2025) e Luca Salsi (Napoli, concerto Salsi/Calzi, 06/06/2025) il 2025 si chiude con un appuntamento di lusso: Ludovic Tézier, accompagnato (ma il verbo, come si vedrà, è riduttivo) da Julius Drake, chiude la rassegna del 2025. Entrambi propongono un viaggio storico, e soprattutto poetico, attraverso l’Ottocento, dal ciclo Dichterliebe op. 48 (1840) di Robert Schumann ai Wesendonck-Lieder (1857 - 1858) di Richard Wagner, passando per Felix Mendelssohn Bartholdy, e con una sosta nella Francia di Jacques Ibert; un viaggio della voce nella propria coscienza, dove il canto diventa strumento di conoscenza e meditazione. Ed è un artista della caratura di Ludovic Tézier, reduce dallo strepitoso successo personale quale Renato in Un ballo in maschera (Napoli, Un ballo in maschera, 11/10/2025), a guidarci nel programma ricercato e dall’ascolto indubbiamente impegnativo, circostanza, quest’ultima, che potrebbe aver contribuito a scoraggiare una fetta troppo ampia di pubblico dal partecipare all’evento: un vero peccato, perché ascoltare artisti come Ludovic Tézier e Julius Drake così in sintonia tra loro è merce rara (i due hanno eseguito recentemente il medesimo programma a Vienna e a Lione) .

Il baritono francese sin dall’iniziale Dichterliebe sorprende per lo stile e la compenetrazione musicale con il testo di Heine e la musica di Schumann: è una prova di grande versatilità per un cantante dal corredo vocale straordinario, universalmente associato al repertorio operistico. Infatti, ascoltando i Lieder di Schumann appare difficile credere che soltanto venti giorni fa Tézier sullo stesso palcoscenico riceveva una lunga ovazione dopo uno scultoreo, imponente e intenso “Eri tu”, da ascriversi tra i momenti memorabili vissuti al San Carlo negli ultimi dieci anni. Ma stasera riesce a indirizzare quella stessa sontuosa pasta vocale verso l’introspezione, a passare dalla parola scenica di Verdi alla parola “interiorizzata” del Lied tedesco, repertorio nel quale mostra un controllo da manuale dei suoi rigogliosi mezzi. Con una linea di canto elegante, costantemente sfumata, raccolta, a tratti intimistica insegue e afferra l’atmosfera, il colore più appropriato all’aspetto emotivo e psicologico di ciascun Lied.

Il pianoforte di Julius Drake, profondo conoscitore dello stile di questo repertorio, non accompagna ma respira e canta insieme alla voce, diventando, per varietà di colori e simbiosi interpretativa, lo specchio del ventaglio di emozioni espresse dal baritono francese, il quale passa dall’evocazione primaverile di Im wunderschönen Monat Mai alla perentorietà degli accenti corposi di Ich grolle nicht e Ein Jüngling liebt ein Mädchen.

Con le Quatre chansons de Don Quichotte (1932/33) di Jacques Ibert, Ludovic Tézier torna alla sua madrelingua: queste chansons, concepite per il film di George Wilhelm Pabst, appartengono a un Novecento con l’occhio rivolto al passato. La dizione ovviamente impeccabile, l’eleganza nel canto, lo scavo interpretativo consentono a Tézier di delineare un Don Quichotte innamorato, nostalgico e rassegnato.

Nella Chanson du départ, l’eroismo è temperato da autoironia; con la Chanson à Dulcinée, la voce si fa sognante, con un fraseggio che oscilla tra tenerezza e distacco, mentre la Chanson de la mort de Don Quichotte è un addio senza patetismo. Il pianoforte di Julius Drake porge una tavolozza timbrica estremamente variegata: il suo pianismo, improntato alla leggerezza francese, crea atmosfere di trasparente malinconia. Tocco delicato, suono nitido, cura del fraseggio e fluidità del discorso musicale sono qualità che si apprezzano nei due brani, affidati al solo pianoforte, in programma: dai Lieder ohne Wortedi Felix Mendelssohn Bartholdy si ascoltano Venezianisches Gondellied op. 62 n. 5 eDuetto op. 38 n. 6. Dopo la lettura di una breve introduzione ai brani, incentrata in particolare sul (pessimo) rapporto tra Mendelssohn e Wagner, ci si abbandona al languido e crepuscolare scivolare sull’acqua della gondola veneziana per poi essere conquistati dalla successiva melodia che si doppia in due voci del Duetto op. 38/6, brani interpretati da Drake con raro cesello del particolare incorporato in un’unitaria veduta d’insieme.

La chiusura del complesso programma è affidato a Richard Wagner, ai Wesendonck-Lieder, composti tra il 1857 e il 1858, coevi alla creazione di Tristan und Isolde: qui Tézier dimostra come perfino una vocalità naturalmente possente possa essere alleggerita, grazie al dominio tecnico, in un’emissione a fior di labbro: la gamma dinamica è ampia, le mezzevoci, anche quando in falsetto, sono magnificamente proiettate; i colori nelle inflessioni si fanno sempre più vari, il fraseggio più incandescente.

Quello dei Wesendonck-Lieder è un Wagner a cavallo tra il repertorio cameristico e quello, ovviamente d’elezione, del dramma musicale (non a caso Träume e Im Treibhaus vengono presentati come Studien zu Tristan und Isolde dall’editore Schott), nel quale Tézier si aggira con sicurezza e autorevolezza, cogliendo l’essenza intima della composizione, una sorta di diario intimo scritto in un turbolento fermento creativo. Julius Drake è talmente incisivo nel suo accompagnamento che in Im Treibhaus riesce ad evocare la strumentazione che Wagner farà ascoltare nell’atto III di Tristan und Isolde.

Malgrado la sala molto poco piena - come il bicchiere, la sala è mezza piena o mezza vuota? -, chi c’era, al termine di un ascolto attento, tributa applausi convinti a entrambi gli artisti. Malgrado il programma estremamente impegnativo e defatigante, vengono regalati ben tre encore:Sogno di Francesco Paolo Tosti - le cui romanze da salotto, per perfezione formale e freschezza ed eleganza di ispirazione, più si avvicinano alla forma del Lied tedesco - affrontato con nobile senso del legato e incisività negli accenti; segue An die Musik, D. 547 di Franz Schubert, senza dubbio il più grande liederista della storia, che Tézier interpreta come un’ardente dichiarazione d’amore alla musica.

Infine, si ritorna a Wagner, ma stavolta quello operistico, per il notturno “O du mein holder Abendstern” da Tannhäuser, nell’interpretazione di Tézier crepuscolare e incisivo, e magnificamente accompagnato da Julius Drake.

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