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Chiamato a sostituire Maria João Pires dopo l’annuncio del suo ritiro dalle scene, Jan Lisiecki ritorna all’Unione Musicale con un recital in cui si alternano pagine di Bach, Chopin, Rachmaninov, Szymanowski, Messiaen e Górecki, attraversando tre secoli di storia del preludio.
Torino, 12 novembre 2025 – Son passati oltre dieci anni da quando, nella primavera della sua benedetta adolescenza, cominciava a conquistare le sale di mezzo mondo e ancora oggi, che di anni ne ha ormai trenta, guadagna il palco con la stessa grazia angelicata di un putto volato via da un dipinto di Raffaello. Guai però a lasciarsi fuorviare dall’illusione di quest’eterna fanciullezza: Jan Lisiecki ha sviluppato, maturato e dimostrato, nell’arco di una carriera sempre vissuta sulla cresta dell’onda, una personalità vivida, sfaccettata, per certi aspetti estrosa, indubbiamente interessante che, nel confronto coi pianisti della sua generazione, si distingue per l’equilibrio, la finezza e quel pizzico di naturale autorevolezza profuse in ogni esecuzione. Non è un fuoco d’artificio, né un virtuoso incline alla pura spettacolarizzazione: la forza dell’ex enfant prodige canadese risiede in una lucidità musicale che sa mediare, con gusto, tra rigore e arbitrio, tra testo e immaginazione, tecnicismo e lirismo, restituendo alle pagine che sfoglia una freschezza mai ingenua e una profondità mai appesantita. Se n’è avuta l’ennesima prova nel recital tenuto per l’Unione Musicale di Torino, dove Lisiecki è tornato – a un anno dal concerto in duo con Julia Fischer – per subentrare a Maria João Pires, dopo l’annuncio del suo ritiro dalle scene: un addio discreto e coerente con l’ideale di eleganza sobria che ha sempre contraddistinto la grande artista portoghese. Il programma del concerto, già consegnato all’eternità in un album firmato Deutsche Grammophon, è un’antologia di preludi, tra cui il celeberrimo corpus op. 28 chopiniano, che impone all’interprete un continuo gioco di gesti e prospettive, tra miniature fulminee e pagine di più ampia respirazione.
È un territorio particolare, quello del preludio: un genere nato come semplice soglia, come rapida apertura di un sipario musicale, ma che nel corso dell’Ottocento si è emancipato dalla propria funzione per diventare una forma autosufficiente, un’istantanea capace di racchiudere un intero mondo in pochi centimetri quadrati. Chopin, è noto, ne fu il primo vero rivoluzionario, frantumando la logica utilitaristica che l’aveva caratterizzato fino ad allora e trasformando ogni breve pagina in una meditazione poetica, un frammento d’anima che non ha più bisogno di introdurre nulla per esistere. Solcando la letteratura pianistica attraverso i secoli, il preludio si trasforma così, da esercizio di riscaldamento falangeale qual era, in un piccolo laboratorio di sperimentazione per compositori in erba, in una lente privilegiata attraverso cui osservare l’evoluzione del linguaggio pianistico, dalle geometrie e dalle architetture esatte di Bach al calore tardoromantico di Szymanowski, dalle tensioni liriche e dall’impeto atletico del giovane Rachmaninov alle sonorità iridescenti di Messiaen, fino alla rude essenzialità neoclassica di Górecki.
Vien da sé, in un impaginato così articolato e vasto, che all’interprete sia richiesto di attraversare universi stilistici differenti con una naturalezza quasi camaleontica, modulando gesto, colore e intenzione per aderire ogni volta alla specifica identità di ciascun autore; e Lisiecki, in questo gioco di transiti e metamorfosi, riesce quasi sempre a creare legami sottili, consonanze interiori tra un mondo e l’altro, anche quando non tutte le pagine sembrano brillare con la stessa intensità. È, d’altro canto, il riflesso inevitabile di affinità elettive che non possono vibrare allo stesso modo in ogni circostanza e che necessariamente sbalzano in rilievo preferenze, sensibilità e territori dove l’interprete si muove con maggiore confidenza, lasciando talvolta in ombra quelle zone del repertorio che non risuonano con pari profondità. Certamente Rachmaninov, ad esempio, di cui si ascolta l’op. 3 n.2 in do diesis minore, l’op. 23 n. 3 e infine il marzialissimo op. 23 n.5, pur nella ricerca puntuale e diligente di un pianismo più muscolare e denso, risuonerà meno magnetico e autentico di un Messiaen – La colombe, Chant d’extase dans un paysage triste e Le nombre léger dalla raccolta Préludes pour piano – che sembra invece accordarsi con pienezza al suo universo timbrico, trovando nel tocco impeccabile e cristallino di Lisiecki una tavolozza di risonanze e sfumature che esalta l’aura visionaria delle sue composizioni. Lo stesso Bach alterna luci e ombre, involando Lisiecki da un preludio in do maggiore BWV 846 di diafana garbatezza a quello in do minore BWV 847,incendiario nell’articolazione quasi clavicembalistica con la quale si esalta lo spirito toccatistico della composizione.
Senza dubbio, però, il terreno d’elezione assoluto rimane Chopin, nel cui linguaggio Lisiecki sembra muoversi con una sicurezza estrema, confezionando interpretazioni che si ammantano di libertà e intuito, capaci di far convivere controllo e abbandono, ricercatezza melodica e slancio tecnico in un equilibrio di grande persuasione, dove ogni preludio trova la propria collocazione in una galleria di prospettive diverse, restituendo la complessità emotiva di un universo in cui il pianista si muove con rara congenialità. Eccolo dunque inanellare le gemme dell’op. 28 – a cui si uniscono l’opera postuma B.86 e il preludio in do diesis minore op. 45 – seguendo un percorso fatto di sbalzi e di contrasti, alternando introspezioni quasi sospese a moti tumultuosi e improvvisi, cesellando ogni pagina con un’attenzione minuziosa al dettaglio, al colore, all’effetto – davvero straordinario, ad esempio, il numero 10, per l’immacolata brillantezza con cui anima i folletti notturni che sembrano uscire dal bianco dell’avorio, guizzanti e impalpabili –, talvolta immolando anche la schietta chiarezza della pagina per esso – è il caso del numero 5, che scorre repentino e inesorabile soffocando un po' il respiro del dettato –. Là poi dove c’è da cantare, Lisiecki dispiega una vocalità di notevole eleganza, facendo fiorire le linee melodiche con un legato morbido e raccolto, impreziosendo il fraseggio con amabili rubati, capaci di far emergere ora la tenerezza, ora la malinconia nascoste tra le pieghe della scrittura – e acuendo quella carica espressiva che emergeva con maggior fatica nei primi tre preludi op. 1 di Szymanowski –. Al di là del gusto personale e delle preferenze che, comunque, ciascuno può avere nella fruizione delle singole parentesi, l’op. 28, così come Lisiecki la dispiega, rivela, in maniera evidente, una personalità interpretativa ben definita e una qualità d’artista che non si può non riconoscere ed elogiare.
Tant’è che, a fine serata, gli applausi tributatigli dalla platea non tardano a farsi calorosi, riconoscenti, carichi di quell’entusiasmo che nasce non soltanto dal confronto con un protagonista del concertismo internazionale, ma dal sentirsi davvero raggiunti e persuasi da una lettura capace di conquistare. Soltanto un bis arresta la frenesia, la Romanza in fa diesis minore op. 28 n. 2 di Schumann, offerta con aristocratico raccoglimento, un ultimo sigillo di carismatica delicatezza prima del commiato.
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