Tasti lucidi
di Luigi Raso
Nikolai Lugansky si esibisce in recital per l'Associazione Alessandro Scarlatti in un programma che spazia da Beethoven, Schumann e Debussy a Wagner.
NAPOLI, 20 novembre 2025 - Il pianismo di Nikolai Lugansky si nutre di lucidità formale, della cura del tocco, del suono nitido, rotondo, adamantino. Nella serata che lo ha visto protagonista per la stagione concertistica 2025 - 2026 dell’Associazione Alessandro Scarlatti, è stato proprio questo equilibrio, fra slancio interpretativo e misura, fra visione architettonica e poesia timbrica, a rivelarsi la chiave di lettura di un recital che ha saputo conquistare il pubblico senza mai indulgere al facile effetto.
Apertura affidata alla Sonata in re minore op. 31 n. 2 La tempesta di Ludwig van Beethoven: composta tra il 1801 e il 1802, appartiene al cruciale momento in cui il musicista prende coscienza della propria sordità incipiente, il cui grido di disperazione troverà parole nel Testamento di Heiligenstadt (1802). Di questa pagina, sospesa tra tragedia ed eroismo, Lugansky opta per una lettura di adamantina nitidezza, articolata con un tocco terso e cristallino. Le linee si stagliano pulite, lo sguardo è attentissimo alle proporzioni e ai rapporti di tensione. Un margine più ampio di impeto emotivo nei passaggi più drammatici avrebbe sicuramente restituito maggiore autenticità allo spirito della sonata: Lugansky per non correre il rischio di mostrarsi troppo incisivo e drammatico preferisce apparire distaccato dal magma emotivo che crepita sotto la costruzione beethoveniana.
Nell’interpretazione di Lugansky “La tempesta” non si trasforma mai in uragano. Ma, riflettendoci, questa compostezza di fondo dona al brano coerenza e nitore che diventano emblemi della dignità di Beethoven nella tragica accettazione del proprio destino.
Dalla tensione esistenziale e strutturale della Tempesta si passa al mondo caleidoscopico di Robert Schumann. Composto tra il 1839 e il 1840, il Carnevale di Vienna è per l’autore una “grande sonata romantica”, un edificio sonoro nei cui antri spira un carnascialesco spirito di sovversione e libertà; al suo interno Lugansky si lascia avvolgere dal brio rapsodico del giovane Schumann: ne esalta i colori vividi, le incisive caratterizzazioni, la fantasia narrativa sempre guizzante e sottile. Ogni episodio del Carnevale diventa un cammeo autonomo e, allo stesso tempo, parte di una festa sonora governata con una verve elegante e misurata, dai colori iridescenti e nitidi: parco l’uso dei pedali, quanto mai ampia la gamma dinamica e l’intensità del tocco.
Dopo l’ebbrezza romantica di Schumann, il viaggio pianistico di Lugansky compie un salto temporale e culturale: con Debussy e le Estampes (1903), la musica si fa colore. Il suono diventa immagine sfuggente, evanescente, sensazione pura, “materia” che si crea e si dissolve. Ogni pezzo è un quadro sospeso: Pagodes rievoca immagini di meravigliose pagode che si stagliano sul paesaggio orientale; La soirée dans Grenade ci immerge nell’atmosfera spagnola, così cara ai musicisti francesi; Jardins sous la pluie è la descrizione di un acquazzone autunnale (nota di cronaca e di colore: nel giorno del concerto Napoli ne ha visti molteplici e di grande intensità!).
Lugansky entra in questo mondo in punta di piedi, con un suono rarefatto, timbricamente cangiante, ma pur sempre, quale retaggio della scuola russa, vibrante, robusto. Anche per Estampes l’evanescenza sonora è ancorata a un controllo saldissimo: nella lettura elegante e composta di Lugansky non c’è cittadinanza per nebulosità e sentimentalismo. È un Debussy non del tutto immerso nelle visioni impressionistiche, ma di spiccata e limpida coerenza musicale.
Il viaggio si conclude approdando nel regno di Richard Wagner, la cui musica, pensata per orchestre imponenti, appare “comprimibile” nella stringata sintesi sonora della trascrizione pianista soltanto a costo di essere disposti a rinunciare a gran parte del suo valore. Eppure con l’Entrata degli Dei nel Valhalla - nella trascrizione di Louis Brassin (del 1877) ampliata dallo stesso Nikolai Lugansky, che ha recentemente pubblicato un interessante CD dedicato a Wagner - lo Steinway si trasforma in un’orchestra: il brano è un caleidoscopio di colori; cascate di note adornano le linee melodiche che il tocco pulito e robusto di Lugansky non fanno mia perdere di vista.
E così l’Entrata degli Dei diventa una scena sinfonica per pianoforte: piani sonori finemente stratificati, monumentalità controllata, profondo respiro orchestrale che però non schiaccia mai la trasparenza del tocco.
La successiva esecuzione della trascrizione di Franz Listz della Morte di Isotta (1867) è invece affrontata con qualche ridondante venatura di autocompiacimento che finisce per spezzare il flusso, ininterrotto e crescente, di emozioni della composizione.
Dopo gli ultimi evanescenti accordi del Liebestod di Isotta, la raccolta sala del Teatro Sannazaro diventa cassa di risonanza di calorosi applausi, di un meritatissimo tributo. Lugansky concede ben quattro bis: il Préluden. 12op. 32, il n. 7 op. 23 e Lilacs, Op. 21 n. 5 di Sergej Rachmaninov. Qui Lugansky ritrova la sua patria spirituale, l’abito perfetto per il suo pianismo, saldo e lucidissimo, che si intreccia con un lirismo schietto. Il fraseggio respira con naturalezza, sostenuto dal consueto controllo tecnico impeccabile e impreziosito dalla elegante visione poetica. Quello di Lugansky è un Rachmaninov che rifugge da enfatica magniloquenza e da un virtuosismo ostentato; trova, quindi, nel pianismo del maestro russo uno dei suoi interpreti più autorevoli e convincenti del nostro tempo.
Nel mezzo dei tre encore di Rachmaninov, inoltre, è incastonata una scintillante e attenta al dettaglio esecuzione dell’Etude op. 10 no. 8 di Frédéric Chopin.
E dopo i bis, ulteriori applausi.
