L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Incontri e riflessi

di Roberta Pedrotti

La stagione della Fondazione Haydn prosegue con un programma ben congegnato che spazia dal contemporaneo Meacci a Verdi passando per Paganini riletto da Rachmaninov. Il risultato è eccellente, galvanizzato dalla perfetta sintonia fra l'orchestra, il suo direttore principale Alessandro Bonato e Arsenii Moon come solista. 

TRENTO, 17 novembre 2025 - È davvero un programma ben congegnato quello con cui il direttore principale Alessandro Bonato torna sul podio dell'Orchestra Haydn a dieci giorni esatti dall'apertura della stagione lirica con L'elisir d'amore – senza contare le prove aperte, le iniziative per i giovani e i detenuti. Fanno da cornice la Sicilia e il Risorgimento visti da due angolazioni distanti nel tempo: in prima assoluta, Gli ultimi giorni di Garibaldi del ventottenne Alessandro Meacci non può che prendere le mosse da Caprera, ma subito si catapulta con i ricordi a Marsala, nel suono di una raganella e di uno scacciapensieri; il soggetto di Les Vêpres siciliennes, di cui si ascoltano sinfonia e ballabili, era stato concepito in origine come ambientato nelle Fiandre (era Le duc d'Albe lasciato incompiuto da Donizetti) viene trapiantato un po' a forza a Palermo ma lì trova vita e vigore.

Il pezzo commissionato dalla Fondazione Haydn, della durata di una dozzina di minuti, echeggia un'impostazione tardoromantica, sia nell'impianto tonale sia in un colore strumentale che, nello scontornare interventi solistici e nell'evidenziare l'apporto di fiati e percussioni, può tingersi di suggestioni impressioniste o espressioniste, fra i richiami concreti (il folklore siculo, appunto, o rulli di tamburo ed echi di fanfare e marce) e successive elaborazioni nel meditare estremo dell'Eroe dei due mondi. In pagine affatto differenti, anche Verdi sollecita – e con spregiudicato virtuosismo – l'emergere di singole voci strumentali o delle sezioni in passi esigenti, fra la concretezza onomatopeica imprescindibile soprattutto in un balletto descrittivo qual è Le quattro stagioni e un involo poetico più astratto. In questi due mondi variamente risorgimentali e mediterranei (ma anche un po' francesi), l'orchestra Haydn dà splendida prova di sé, cosa che non stupisce conoscendone la qualità e tuttavia non è così scontata se si pensa che sono entrambe, di fatto, pagine nuove, giacché la sinfonia verdiana mancava dai cartelloni da svariati lustri e i ballabili, salvo smentite, non vi erano mai apparsi. L'esito dà la misura del valore della bacchetta e del suo rapporto con i musicisti: non c'è nulla, nel gesto di Bonato, che non abbia un preciso corrispettivo sonoro e non c'è suono che non si veda anche nel suo gesto; ogni attacco, ogni cambio di tempo è chirurgico per precisione, a riprova d'una tecnica che non cessa mai d'affinarsi ed evolversi. L'incastro perfetto si traduce in fraseggio, in colore, in teatralità, in un nobile incarnarsi dell'elemento sonoro in elemento narrativo e descrittivo (dalla concretezza degli echi militari, al tema del ricordo materno nella sinfonia, agli effetti onomatopeici delle Stagioni).

Al centro del programma, si illumina così un altro rispecchiamento, quello fra Rachmaninov e Paganini, di cui il russo rilegge e varia l'ultimo dei ventiquattro Capricci dell'italiano nella Rapsodia per pianoforte e orchestra op. 43. Arsenii Moon figura come solista, ma fin dalle prime battute è evidente che non avrebbe senso parlare di una gerarchia fra solo e accompagnamento. L'orchestra e Bonato non “accompagnano”, fanno musica insieme con Moon giostrando l'amalgama, le rispettive idiomaticità, reciproche allusioni timbriche e coloristiche che esaltano la scrittura di Rachmaninov, il gioco continuo di imitazione fra il virtuosismo del violino e quello del pianoforte. Nell'incipit il tocco cristallino del pianista sembra proprio guizzare sulla corda con gli archi, poi lo sentiamo appropriarsi del tema e trascinare l'orchestra in un suo lirismo d'animo slavo, o ancora tornare all'impulso ritmico che svela la natura percussiva dello strumento, pur sempre sintonizzato, nelle tinte e nelle dinamiche, sulla stessa tavolozza dei colleghi. Potrebbe essere un momento di puro sfoggio di bravura, invece è anche poesia, è anche riflessione sulla natura e le trasformazioni della musica nell'incontro, fra compositori, fra strumenti, fra interpreti. Non a caso, i due bis scelti dal pianista rappresentano ancora due rivisitazioni fra violino e tastiera: l'adagio dal Concerto BWV 593 in cui Bach trascrive per organo il Concerto per due violini RV 522 di Vivaldi e La Campanella che Liszt riprende da Paganini. Un fuori programma pensoso e uno pirotecnico rispecchiano la consuetudine, ma in questo caso in inseriscono anche a meraviglia in un programma ben pensato per mettere in luce, fra diverse simmetrie, la maturità, la sintonia, la tecnica e l'arte di interpreti eccellenti. Il pubblico non può che gioirne.

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