Sulla strada di casa
Felice prova del Coro dell’Opera Reale Danese al Teatro del Giglio, ben diretto da Giorgio Musolesi
LUCCA – «Casa» è forse il termine che si affaccia con più forza per tutta la durata del concerto lucchese tenuto dal Coro dell’Opera Reale Danese. Casa come identità, come radici, come luogo dell’anima, memoria, calore; proprio il calore domestico è la sensazione che più di tutte il coro riesce a evocare fin dal primo titolo del programma, The road home di Stephen Paulus. Per quanto la similitudine possa apparire pigra, la formazione corale è stata in grado di ricreare quella caratteristica atmosfera di una serata a casa con amici passata a fare musica insieme (e chi scrive ne organizza spesso di queste soirée), mantenendo la stessa identica piacevolezza ma con tutta la qualità di un coro di questo livello.
Naturalmente si va ben oltre il semplice gusto della “musica per la musica” e viene proposto un autentico viaggio capace di accostare alcuni dei Paesi che si affacciano sul Baltico – Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia – all’Italia, condotto in modo davvero garbato e accogliente da parte dei coristi stessi attraverso la lettura di alcuni brevi testi (e in italiano) all’inizio di ogni nuova sezione del programma.
L’inizio non può che essere nel segno dell’Europa settentrionale con Poul Schierbeck (I Danmark er jeg født) e la musica tradizionale svedese (Ack, Värmeland, du sköna), una tradizione musicale in cui si inserisce surrettizio il Verdi della Forza del destino con «Ormai siam soli... Chi può legger nel futuro», gettando di fatto le basi per quello che sarà l’andamento del concerto: non solo un’alternanza fra Nord e Sud, ma anche il ricorso a formazioni diverse da quella corale, accompagnata o a cappella, dato che ben cinque brani fra quelli proposti sono stati interpretati da solisti del Coro stesso. Nel caso della Potenza del fato, sono stati My Johansson e Tae Jeong Hwang a vestire rispettivamente i panni di Leonora e del Padre Guardiano, con esito più che apprezzabile.
Focalizzandoci sugli episodi con solisti, segnaliamo la felice scelta di repertorio, in cui si evitano passi fin troppo frequentati in favore di piccole rarità o estratti tutt’altro che prevedibili, a cominciare dall’«Angiol di Dio» dalle Villi pucciniane, resa superbamente da coro e Annika Isgar (Anna), Lars Bo Ravnbak (Roberto) e Dong Huy Kim (Gugliemo), il duetto da La bohème «In un coupé», unica scelta “di repertorio” e in tutta sincerità con Sungwon Park e Albin Ahl non straordinari come Rodolfo e Marcello, e soprattutto quella meraviglia dei quartetti delle comari del primo atto, secondo quadro del Falstaff, ricuciti in modo efficace per escludere tutti gli interventi maschili, eseguito in modo tanto raffinato quanto gustoso da Isla MacEwan (Alice), Signe Lind (Nannetta), Ayala Zimbler Hertz (Meg) e Johanna Fiskaali (Quickly), cesellando con grazia tutti quei piccoli bisticci che sembrano quasi aprire la strada a Petrassi. I momenti solistici mettono in luce alcune caratteristiche non secondarie degli artisti del coro, in primo luogo convincenti capacità attoriali, cosa tutt’altro che comune nelle realtà corali, anche fra quelle regolarmente impegnate con il teatro d’opera.
È evidente l’aderenza al testo, l’attenzione alla parola – fondamentale in Verdi – su cui cade quella precisa nota, basi indispensabili per la riuscita interpretativa, tutti elementi che trovano maggior forza nella scena e doppio duetto dall’amata Drot og Marsk di Peter Arnold Heise. L’ampio passo, così ben reso da Nia Coleman (Aase), William Ottow (Rane) e Carl Rahmqvist (Re Erik), ha tutti i pregi uditi nella selezione italiana amplificati dalla consuetudine con il repertorio e soprattutto con il linguaggio musicale.
La questione del linguaggio è un nodo importante all’interno del programma. Volendo fare la parte del critico a cui non va mai bene nulla, dispiace che sia stato dato tanto peso all’Italia quando la parte più interessante del programma è quella nordica, vantando pure una prima esecuzione italiana di Kaksi taloa di Rautavaara (autore che apprezzeremmo fosse più eseguito a sud delle Alpi), comprendente due dei più importanti compositori danesi: Niels Wilhelm Gade, qui rappresentato dal Morgensang tolto dalla cantata Elverskud, e il già citato – nonché suo allievo – Heise. Nel clima prettamente danese di questi due autori si ode distintamente quella linea rossa che attraversa tutta la musica nordica almeno dalla seconda metà dell’ottocento, abbracciando la Danimarca, Stenhammar e Grieg: il wagnerismo c’entra fino a un certo punto, nella koinè di questo periodo e di questa fascia di mondo musicale si riscontra soprattutto la vastissima influenza di Schumann, seguito da Mendelssohn e Brahms. Tuttavia la matrice tedesca non è mai interpretata come un “à la manière de”, piuttosto è l’interiorizzazione di procedimenti codificati in modo più o meno personale e, anche se ogni tanto Schumann rientra a gamba tesa, Heise e Gade riescono a evocare un colore assolutamente identitario.
Ci sono anche proposte un po’ avventurose, come le Laudi alla Vergine Maria di Verdi, così difficili per qualunque formazione, mentre Patria oppressa e O Signore dal tetto natio oltre a una notevole solidità presentano un indiscutibile fascino nell’interpretazione. A questi momenti corali si aggiunge quella piccola gemma di Casa mia, casa mia a firma di Puccini e trascritta per coro e pianoforte da Giorgio Musolesi. Alla fine di tante avventure dell’anima, il programma si chiude con l’iniziale The road home di Paulus, in quella ideale circolarità cara a Marcel Proust: dopo un lungo viaggio il ritorno a casa ci vedrà cambiati, e così un brano eseguito di nuovo al termine della serata apparirà diverso alle nostre orecchie.
Nell’affrontare un repertorio così variegato e tutt’altro che docile, il Coro dell’Opera Reale Danese mostra compattezza e sensibile affiatamento: c’è senz’altro del lavoro da fare e questa formazione che è già di ottimo livello può aspirare a risultati di eccellenza, considerando la loro poliedricità e lo spessore degli interpreti che compongono il coro stesso. In questa occasione, gli artisti del coro hanno potuto contare sul pianista Thomas Bagwell e sul suo suono nitido, equilibratissimo nei confronti della massa corale e davvero garbato nella realizzazione (anche se Verdi esigerebbe qualcosa di più in termini di carattere), mentre la direzione è stata affidata al giovane Giorgio Musolesi, dal gesto chiaro ed espressivo. Il coro – pur serbando una certa autonomia – si dimostra attento e partecipe nel dialogo con il podio e Musolesi risponde con una direzione misuratissima, con un’intelligenza musicale davvero matura.
Due bis per salutare il caloroso pubblico (gustosissimo il «Kehraus!» da Maskarade di Nielsen) sono l’ideale conclusione di una serata tanto riuscita.
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