L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Risonanze titaniche

di Matteo Lebiu

Una serata intensa in Sala Verdi: il virtuosismo raffinato di Anna Kravtchenko nel Concerto di Liszt incontra la visione mahleriana dei Nürnberger Symphoniker nella Prima di Mahler. Qualche incertezza orchestrale non offusca un programma audace e affascinante, coronato da un finale di forte presa emotiva.

MILANO, 26 novembre 2025 - Titan è il titolo che la Fondazione La Società dei Concerti ha dato all'appuntamento in Sala Verdi di mercoledì 26 novembre, che aveva in programma due capolavori davvero “titanici”: il Primo Concerto per pianoforte di Franz Liszt e la Prima Sinfonia di Gustav Mahler, detta Titan. Ad affrontare questo ardito impaginato sono il pianoforte di Anna Kravtchenko, vincitrice a soli sedici anni del prestigioso Concorso Busoni, accompagnata dai Nürnberger Symphoniker diretti da Jonathan Darlington.

La serata si apre con l’eroico motto iniziale del concerto di Liszt, che Hans von Bülow ribattezzò simpaticamente Das versteht ihr alle nicht, haha! (“Non capite niente di questo”). La Kravtchenko risponde dando immediatamente prova del suo virtuosismo, ma anche della capacità di mantenere un suono morbido, mai pestato, persino nelle sezioni più complesse dal punto di vista tecnico. Questa finezza nel tocco diventa poi indispensabile nelle innumerevoli — più di quante si possa immaginare — sezioni d'ispirazione cameristica. L’immaginario collettivo, e forse Liszt stesso, hanno contribuito a creare nei confronti del compositore ungherese il mito del virtuoso trascendentale che deve tempestare la tastiera fino alla fine; eppure, spesso Liszt crea atmosfere assolutamente rarefatte, quasi un ricordo della Elfenmusik mendelssohniana (basti pensare alla conclusione del secondo movimento). La compattezza dell’esecuzione ha inoltre permesso di apprezzare un altro aspetto fondamentale di questa composizione: la forma del concerto classico viene qui filtrata attraverso la lente del poema sinfonico — forma di cui Liszt è padre indiscusso — grazie alla continuità (e brevità) dei quattro movimenti. A ciò si aggiunge il gusto squisitamente sinfonico della scrittura, evidente nella presenza di uno Scherzo (il terzo movimento, Allegretto vivace) e nell’organico con legni a coppie, tre tromboni, tuba e percussioni. Nonostante qualche piccola imprecisione da parte dell’orchestra, l’esecuzione della solista è stata molto apprezzata dal pubblico, al quale sono stati concessi ben due bis: il Notturno in Si maggiore op. 9 n. 3 di Chopin, eseguito in verità à la manière de Liszt, appesantendo non poco le sezioni di jeu perlé; e Widmung di Schumann nella trascrizione di Liszt (Liebeslied, S. 566), di cui la Kravtchenko — al netto di qualche sporcatura — ha dato una lettura estremamente appassionata.

Dopo l’intervallo è il momento del Titan di Mahler, eseguito nella versione ridotta di Erwin Stein. Come spiegato nelle note di sala, questa trascrizione venne approntata da Stein per permettere l’esecuzione della sinfonia durante i concerti della Verein für musikalische Privataufführungen di Vienna, fondata da Schönberg per favorire l’ascolto della “nuova musica”, allora faticosamente accolta nelle istituzioni musicali della città. A differenza delle trascrizioni cameristiche, che alterano eccessivamente i connotati delle sinfonie mahleriane, quella di Stein riduce soprattutto il numero degli strumenti a fiato (due flauti al posto di quattro, due oboi invece di quattro, quattro corni anziché sette, e così via), ridistribuendo i vari interventi tra gli strumenti mantenuti. L’edizione non è altro che la partitura originale con alcuni appunti — frecce, parentesi, tagli — manoscritti. In sostanza, questa riduzione non compromette eccessivamente l’esperienza sonora della sinfonia, anche se l’esecuzione dei Nürnberger Symphoniker diretti da Darlington non risulta del tutto convincente, a causa di ripetuti problemi di intonazione nei fiati e attacchi poco chiari (sarà forse proprio questa ridistribuzione delle parti a risultare scomoda per gli esecutori?). Quando si ascolta un’orchestra mitteleuropea, però, è impossibile non percepire come il loro sostrato culturale si manifesti abbondantemente nel modo di suonare e nel senso del ritmo. Nel caso della Prima di Mahler, il riferimento va al secondo movimento, un Ländler, eseguito con l’autentico Schwung della Germania meridionale, inframezzato dal Trio, un Valzer di cui si coglieranno chiare reminiscenze nel Rosenkavalier di Richard Strauss. Di più difficile condivisione è stata la scelta interpretativa del direttore, nel terzo movimento, di mantenere lo stesso tempo della celebre marcia funebre iniziale anche nell’episodio “bandistico”, che Mahler connota con espressioni come Mit Parodie o Nicht schleppen (“Non trascinare”): il tempo lento scelto dal direttore non ha lasciato emergere il carattere grottesco di questa marcetta “sbarazzina”, che dovrebbe insinuarsi nella mesta atmosfera generale. Il quarto movimento riesce puntualmente a far sobbalzare il pubblico sulle poltrone della Sala Verdi: merito dello squarcio iniziale, che dilania l’orchestra e prelude all’eroica marcia finale (di brahmsiana memoria), con la sezione dei corni in piedi, sempre di grande impatto visivo.

A sancire il buon esito della serata, l’orchestra — dopo un caloroso ringraziamento del maestro Darlington — ha eseguito come bis l’Irish Tune from County Derry di Percy Grainger, offrendo agli archi dell’orchestra sinfonica di Norimberga l’occasione di sfoggiare il loro maestoso vibrato e il denso legato, specialità delle orchestre tedesche e austriache.

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