Mal d’Africa
Il debutto di Abel Selaocoe all’Unione Musicale di Torino corrisponde a una serata di alto profilo emotivo, in cui la musica, sottratta alla classica liturgia del recital, si fa ponte tra mondi e culture apparentemente distanti.
Torino, 26 novembre 2025 – Esistono serate di cui è davvero difficile riferire, non solo per quella liturgia del concerto classica messa in crisi da una personalità viva e caleidoscopica, ma anche e soprattutto per quella bomba emotiva, capace di travolgere ogni distanza critica, che l’evento sa far brillare. Sono serate in cui le parole, anche a distanza di qualche giorno, sembrano essere, inseguendo la vibrazione di un gesto, di una voce, di un arco che apre varchi inattesi nell’immaginazione, sempre inappropriate; momenti in cui il racconto si fa esitante perché ciò che è accaduto, prima ancora di essere decifrato, è avvertito sulla pelle, come un contatto improvviso che chiede di essere vissuto più che analiticamente compreso. Il concerto che Abel Selaocoe ha tenuto mercoledì all’Unione Musicale entra a pieno titolo in questa privilegiata categoria di esperienze, e impone pertanto allo scrivente di sottrarsi alla cronaca ordinaria per provare a restituire quell’ora e mezza con la stessa intensità con cui si è cristallizzata nella memoria.
Parlare adesso dell’intonazione del violoncello, della qualità del vibrato, di una più o meno ricercata espressività del fraseggio o di un tecnicismo che qua e là si lascia notare per lo slancio con cui la mano scorre lungo la tastiera, sarebbe infatti inutile e riduttivo. Inutile, innanzitutto, perché del programma offerto s’è capito poco e nulla: tra pezzi autografi, canti tradizionali sudafricani, nuove commissioni, fuoriprogramma ed evergreen – il Preludio dalla Suite n.3 per violoncello BWV 1009 di Bach – impreziositi da altre suggestioni e proposti con un ordine diverso da quello previsto dall’impaginato di sala – quasi che la scaletta stessa si piegasse al respiro del momento per seguire un filo sotterraneo e imprevedibile –, diventa persino arduo dare un nome a questo pezzo piuttosto che a quell’altro. Riduttivo perché Selaocoe, contrariamente alla pratica del buon musicofilo, non va ascoltato, ma sentito e basta, senza troppe sovrastrutture, lasciando che la sua musica attraversi chi vi prende parte con la naturalezza di un gesto quasi primordiale. Non deve essere ammirata, ma abitata; non pretende categorie, ma disponibilità, quella di abbandonarsi a un flusso che unisce voce, corpo e strumento in un unico atto espressivo, capace di far vacillare ogni tentativo di tradurla con lucidità.
Questo perché il concerto in sé è un viaggio nei ricordi ancestrali, è un affondare le radici in un sostrato comune; è un incrociare sentieri che sembravano lontani e ritrovarli improvvisamente contigui, un chiudere cerchi rimasti aperti chissà dove e chissà quando, come se ogni suono riportasse alla luce un pezzo di storia che attendeva soltanto di essere riconosciuta. Con in braccio uno strumento che può esserne mille altri, rinvigorito poi con classe dall’elettronica che offre sfondi e controcanti, Selaocoe dà corpo e voce – e che voce! ricca di colori, di nuance, estesissima e potente – a questa continuità profonda, trasformando ogni attimo in un ponte tra mondi diversi. In un’atmosfera quasi rituale, passa da un linguaggio all’altro senza soluzione di continuità, come se le sue mani ricordassero strade percorse da generazioni. E in questa metamorfosi continua dello strumento, che diventa ora violoncello, ora tamburo, ora chitarra o maracas, prende forma un modo di raccontare che non appartiene a una sola tradizione, ma che le attraversa tutte, restituendo all’ascoltatore un’idea più ampia e più antica di ciò che significa fare musica. Chi segue le stagioni dell’Unione ricorderà l’apertura con Brunello e Sollima – di cui Selaocoe suona anche un pezzo, introducendo con tanta ammirazione il nostro grande artista come il Jimi Hendrix del violoncello – chiamati a raddoppiare i propri strumenti con la voce, o ancora il concerto dell’anno scorso in cui Alessia Tondo intonava canti e tarantelle del Sud Italia. In queste affinità, in questi percorsi che si sfiorano pur provenendo da terre lontane, si riconosce appieno l’esistenza di un sentire comune, di un battito condiviso che non conosce latitudini e che permette a musiche apparentemente incompatibili di parlare la stessa lingua. È qui, forse, che la musica rivela la sua vocazione più alta: farsi linguaggio universale capace di oltrepassare confini, di avvicinare popoli, di restituire una memoria che appartiene a tutti, di mettere in corrispondenza luoghi e storie che la geografia tiene separati solo in apparenza.
Il pubblico dell’Unione Musicale segue emozionato ogni piega del concerto. Vi partecipa attivamente, perché Selaocoe lo invita a cantare – la sala, è bene sottolinearlo, risponde con un’intonazione immacolata e una palette dinamica sfaccettatissima – e lo dirige con una chiarezza di gesto e un carisma tali da far invidia a certi neodirettori la(g/c)unari. E quando l’ultimo suono si dissolve nell’aria, è come se nessuno volesse davvero lasciarlo andare: dalle poltrone si leva un’onda di entusiasmo, un fremito collettivo che si trasforma in autentiche ovazioni, lunghe, calde, come se si provasse a restituire al violoncellista sudafricano, amplificata, l’energia che lui ci ha donato per tutta la serata. E ora abbiamo tutti un po' di mal d’Africa.
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