Eredità artistica
di Matteo Lebiu
Il concerto di Sir András Schiff alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano ha esplorato il repertorio per pianoforte a più mani insieme a quattro giovani pianisti del progetto Building Bridges, trasformando la serata in una lezione musicale intergenerazionale. Da Bach a Smetana, il programma ha unito rigore cameristico, varietà timbrica e sensibilità interpretativa, culminando nel brillante Rondò del compositore ceco per otto mani, accolto con entusiasmo dal pubblico.
MILANO, 9 dicembre 2025 - Ospite della Società del Quartetto dal 1988, il pianista ungherese naturalizzato inglese Sir András Schiff ha proposto sul palco della Sala Verdi del Conservatorio di Milano un programma particolarmente originale, capace di stuzzicare l’interesse dei presenti. A destare l’attenzione del pubblico è stata innanzitutto la presenza di quattro giovani pianisti che hanno duettato con il Maestro per l’intera serata: il focus del programma era infatti il repertorio per pianoforte a più mani, che ha permesso di mettere in luce le diverse caratteristiche dei discepoli di Sir András.
La partecipazione di questi giovani musicisti, selezionati dal settantunenne pianista nell’ambito del progetto internazionale Building Bridges, non va interpretata come un semplice “lancio” di carriera patrocinato dal M° Schiff, bensì come un gesto dal forte valore didattico, volto a favorire la trasmissione diretta della maestria interpretativa da una generazione all’altra. Come sottolineato nelle note di sala curate da Matteo Quattrocchi, la presenza di Sir András garantisce la continuità della tradizione interpretativa austro-tedesca, da sempre caratterizzata dall’unione tra repertorio solistico e pratica della musica da camera. Questa tradizione, di cui Schiff è autorevole rappresentante, dialoga con i quattro allievi offrendo al pubblico l’impressione di assistere a una vera e propria “lezione silenziosa” dal vivo.
In un concerto di Sir András non può mancare la musica del Kantor: ad inaugurare la serata è infatti il Contrapunctus 13 da Die Kunst der Fuge, che sancisce la natura speculativa e pedagogica del programma. L’esecuzione, a due pianoforti con Schaghajegh Nosrati, assistente di Schiff dal 2020, ha sofferto purtroppo di una leggera perdita di definizione nella tessitura polifonica (almeno dal posto di chi scrive), probabilmente a causa della disposizione degli strumenti. Si prosegue con la celebre Sonata in Re maggiore KV 381 di Mozart per pianoforte a quattro mani, in cui il M° Schiff accompagna Julia Hámos in una lettura tanto controllata quanto esaltante. Il vero “colpo da maestro” arriva nel terzo movimento grazie alla precisione ritmica di Sir András, che permette di cogliere con chiarezza la differenza tra duine e terzine dopo gli accordi di Re maggiore in apertura: forse una finezza percepita solo da pochi, ma comunque preziosa in un brano così noto.
È poi il momento di Jean-Sélim Abdelmoula che, insieme al Maestro, offre una lettura trasparente e suggestiva delle Six épigraphes antiques di Debussy. Impossibile non menzionare l’efficace utilizzo del pedale da parte di Abdelmoula, capace di conferire all’interpretazione delicate nuance senza compromettere minimamente la chiarezza e la precisione del tocco di entrambi i pianisti. La prima parte del concerto si conclude con la suite di dodici miniature Jeux d’Enfants op. 22 di Bizet, che trasporta il pubblico in un salotto parigino della metà dell’Ottocento. L’esecuzione di Schiff e Nathalia Milstein ricorda quella di due amici di lunga data che si ritrovano per una serata di musica e divertimento: la loro lettura è estremamente variopinta e ricca di caratterizzazione degli affetti, come dimostrato nella marcetta VI.Trompette et Tambour.
Dopo l’intervallo, gli artisti propongono a otto mani la Sonata in mi minore di Smetana, che mette in risalto la peculiare testura orchestrale di questo inusuale ensemble. Il repertorio per pianoforte a otto mani è spesso relegato a bis scenografici — a volte persino di cattivo gusto — in concerti di gala o festival con la partecipazione di più pianisti; non trattandosi del loro core business, questi pezzi vengono spesso eseguiti con fretta, ignorando la grande sincronia richiesta. La decisione di Sir András e dei suoi allievi di includere brani tratti da questo repertorio conferisce invece a tali composizioni una nuova dignità, elevandole al rango di autentica musica da camera, non inferiore a Mozart o Bach. Il viaggio nelle possibilità timbriche e stilistiche del pianoforte prosegue con l’Andantino varié D 823 n. 2 di Schubert, eseguito insieme alla Nosrati, e con una selezione dal IV libro di Játékok di Kurtág, con Julia Hámos.
Ciliegina sulla torta è il Rondò in Do maggiore di Smetana per due pianoforti a otto mani, dal carattere brillante e travolgente, che ha entusiasmato il pubblico e concluso una serata davvero unica non solo per la bravura e la diversità stilistica degli interpreti, ma anche per la scelta, tanto inconsueta quanto stimolante, del repertorio proposto.
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