L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Beethoven e Bruckner

di Stefano Ceccarelli

Il maestro Tugan Sokhiev, presenza abituale dei cartelloni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, torna con un programma bipartito, che accosta la Fantasia in do minore op. 80 di Ludwig van Beethoven (solista al pianoforte Jean-Frédéric Neuburger) alla Sinfonia n. 3 in re minore “Wagner-Symphonie” di Anton Bruckner.

ROMA, 13 dicembre 2025 – Più di un decennio separa questa esecuzione della “Fantasia Corale” di Beethoven dall’ultima, nei cartelloni di Santa Cecilia, risalente al 2013 (sul podio, Kent Nagano); eppure, si tratta di un «pezzo d’effetto che [coinvolge] tutti gli interpreti e [scatena] gli applausi del pubblico» (come ci ricorda Francesco Ermini Polacci, nel programma di sala), così pensata per comparire alla fine di un’accademia viennese interamente dedicata alle musiche del celeberrimo compositore. Non che, a ben guardare, la “Fantasia Corale” abbia goduto di particolare fortuna presso la massima accademia musicale italiana: solo quattro esecuzioni, dal 1962. Tugan Sokhiev, dunque, giunge più che gradito, riportando un capolavoro che culmina nella sezione dell’Allegro ma non troppo, caratterizzata dalla «lineare immediatezza del suo profilo melodico, la sorprendente prefigurazione del tema principale dell’Inno alla gioia» (ancora Polacci). Sokhiev propone una buona conduzione, che ha nella verticalizzazione e nella tenuta ritmica il fiore all’occhiello; negli slanci e nel marcare gli accenti mostra ottimo polso, che si fa meno netto, però, nel fluire del discorso musicale. Sokhiev, peraltro, vanta di dirigere un’orchestra in grado di generare un suono terso, a tratto persino diafano, soprattutto nei momenti di ‘vuoto’, momenti quasi più cameristici, che Beethoven crea per variare il dettato musicale; il coro, del pari, si esibisce in un’ottima performance. Pari qualità, del resto, mostrano le maestranze vocali dell’Accademia ceciliana, il sestetto di voci soliste, appunto membri del coro: Valentina Varriale, Marta Vulpi, Eleonora Cipolla, Alfio Vacanti, Francesco Toma e Patrizio La Placa. La parte al pianoforte (che Beethoven, in origine, aveva pensato per lui) è eseguita da Jean-Frédéric Neuburger, al suo debutto nei cartelloni dell’Accademia. Neuburger ha nella sensibilità, nel tocco, che si esprime in zone atmosferiche della partitura ricche di fioriture e trilli cristallini, la sua dote migliore, ma il tono generale della lettura manca di mordente, di energia nei momenti più sublimi (inoltre, nell’Adagio iniziale non tutto è uscito pulitissimo), come l’Allegro ma non troppo e il finale. Il pubblico applaude calorosamente.

Nel secondo tempo, Sokhiev si cimenta nella Terza di Bruckner. Inizialmente pensata dal compositore come omaggio al suo idolo, Richard Wagner, la Terza conoscerà una complessa rielaborazione, fino a giungere alla versione eseguita in questo concerto, quella del 1889. Il I tempo (Misterioso) mette subito a dura prova chi è incaricato di dirigere, ma Sokhiev si destreggia nella scrittura bruckneriana grazie ad una conduzione espressiva, che smussa asprezze e contrasti. Il volume scelto è, tutto sommato, contenuto, anche in presenza di una scrittura orchestrale così ‘spessa’ come quella di Bruckner. I momenti più interessanti appaiono i passaggi più sfumati, gli impasti dai confini meno netti, dove il direttore riesce a tradurre bene questo senso di mistero, grazie ad un lavoro sull’ottimo suono orchestrale, trasfuso nei vapori ipnotici degli archi, sopra i quali risuonano lunghe note dei legni. Sokhiev palesa notevole sensibilità, nell’Adagio (II), per i passaggi più lunghi, per le frasi più delicate, grazie ad un equilibrato lavoro sull’apporto sonoro dei singoli gruppi di strumenti. Tutto ciò risalta, inevitabilmente, in un movimento come l’Adagio, di cui si apprezza, quindi, un’ottima conduzione, una misurata realizzazione sonora, che carezza quasi la scrittura bruckneriana. Magistrale appare, pure, il III movimento, lo Scherzo (Ziemlich schnell): Sokhiev verticalizza bene gli archi, sottolineando (come si era visto nel clou della Fantasia Corale) gli accenti della partitura, proponendo una conduzione compatta, ordinata, ma mai piatta, energica sì, ma senza strappare. L’Allegro finale è letto con piglio deciso, come nel I movimento, benché Sokhiev non si possa certo annoverare fra quei direttori che slanciano l’orchestra. Se, in effetti, il non lasciare mai andare l’energia della partitura, il serbarne, anzi, un saldo controllo causa l’inevitabile perdita della vertiginosa monumentalità di alcuni passaggi della Terza, tuttavia l’esecuzione ne guadagna in chiarezza espositiva, in limpidezza e controllo, esaltate dal suono mirabile della compagine orchestrale. Tutti si meritano i calorosissimi applausi finali.

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