Oltre la tradizione
di Matteo Lebiu
Il Messiah di Händel inaugura la stagione 2025-2026 delle Orchestre ospiti della Scala nella lettura di Christophe Rousset, che propone la versione londinese del 1752. L’interpretazione, attenta alla dimensione drammatica del libretto, valorizza in particolare il lavoro sui cori e la prova del basso William Thomas. Il successo di pubblico conferma l’eccellenza del Monteverdi Choir e la coerenza della visione direttoriale.
MILANO, 15 dicembre 2025 - Inaugura la stagione 2025-2026 delle Orchestre ospiti l’oratorio Messiah di Händel, eseguito dal Monteverdi Choir e dagli English Baroque Soloists sotto la direzione di Christophe Rousset: un appuntamento imperdibile per il pubblico scaligero, chiamato ad ascoltare un’interpretazione non convenzionale di un evergreen della tradizione oratoriale inglese.
Primo elemento di distinzione rispetto alla prassi esecutiva più consolidata è stata la scelta di proporre la versione dell’oratorio del 1752, approntata per Londra dieci anni dopo la prima dublinese del 13 aprile 1742, con alcuni tagli e piccoli rimaneggiamenti (anche se la maggior parte della composizione rimane sostanzialmente invariata). Il maestro Rousset, come si legge nell’intervista a Luisa Sclocchis pubblicata sul sito del teatro, non si pone come erede di una specifica tradizione esecutiva händeliana, sebbene vanti una notevole esperienza nella direzione delle opere del “caro Sassone”. Proprio per questo ha voluto proporre una lettura differente, approfondendo la natura drammatica del libretto di Charles Jennens.
Questo lavoro di ricerca interpretativa emerge soprattutto nei cori, magnificamente cantati dal Monteverdi Choir, nei quali si percepisce lo sforzo del direttore di offrire un’alternativa consapevole alla tradizione. Basti pensare al celebre Hallelujah! che chiude la Parte II, in cui la dialettica tra omofonia e contrappunto è resa ancora più evidente da un netto contrasto dinamico: la leggerezza e la chiarezza del contrappunto si giustappongono alla solennità delle sezioni omoritmiche e all’unisono. Tale scelta è ulteriormente avvalorata dall’impiego, troppo spesso ignorato, del cantus firmusda parte di Händel sulle parole "For the Lord God Omnipotent reigneth" (“Poiché il Signore Dio, l’Onnipotente, regna”), che riprende la melodia di un noto canone dell’epoca, "Non nobis Domine". Altro momento degno di nota è il coro "Since by man came death" (“Poiché la morte venne per mano dell’uomo”), posto all’inizio della Parte III. Se solitamente la prima sezione a cappella viene eseguita interamente in pp, Rousset propone un interessante crescendo che culmina nel f proprio sulla parola death, per poi sfociare nell’Allegro successivo, quasi a prefigurare e annunciare la gioia della Resurrezione.
Anche i solisti hanno pienamente condiviso la lettura di Rousset, contribuendo a costruire un’esecuzione complessivamente solida e convincente. A trionfare è stato senza dubbio il basso William Thomas, giovane e promettente interprete (da tenere d’occhio in futuro) dal repertorio a dir poco impressionante: nelle note di sala figurano autori che spaziano da Bach a Bartók, passando per Mozart, Berlioz e Puccini. Il suo timbro avvolgente consente di apprezzare tutte le sfumature scure di "The people that walked in darkness" (“Coloro che camminano nelle tenebre”), senza rinunciare alle vette eroiche di "The trumpet shall sound" (“La tromba squillerà”), preceduto dal recitativo accompagnato "Behold, I tell you a mystery" (“Ecco, vi svelo un segreto”), preludio alla seconda venuta del Messia annunciata “dall’ultimo squillo di tromba”. Buone anche le prove del soprano Ana Vieira Leite, che mette in luce tutta la sua leggerezza in "I know that my Redeemer liveth" (“So che il mio Redentore è vivo”), e del tenore Andrew Staples, al netto di qualche iniziale sbavatura d’intonazione. Convince meno il mezzosoprano, Dame Sarah Connolly, probabilmente penalizzato dalla tessitura particolarmente grave dei numeri in realtà scritti per contralto, che non ha consentito alla voce di emergere con sufficiente chiarezza sopra l’orchestra.
L’esecuzione del Messiah è stata accolta con grande favore dal pubblico, che ha tributato applausi lunghi e calorosi. In particolare, il Monteverdi Choir si è confermato ancora una volta come una vera e propria certezza nell’ambito della Early Music, grazie a una compattezza e una precisione ritmica praticamente strumentali. Molti i consensi rivolti a Christophe Rousset, la cui direzione, rigorosa ma al tempo stesso aperta a soluzioni interpretative fresche, ha saputo restituire all’oratorio händeliano una rinnovata vitalità drammatica, offrendo un’apertura di stagione di grande spessore artistico.
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