Il senso della musica, in festa
Con sano senso di leggerezza e divertimento, il concerto di Alessandro Bonato e dell'Orchestra Haydn dedicato alla famiglia Strauss, con il suo recente gemello milanese, è anche un modello esemplare di cosa significhi il rapporto di collaborazione, stima e complicità fra direttore e professori d'orchestra.
ROVERETO (TN) 29 dicembre 2025 - Undici giorni di distanza, stesso programma (sempre diretto rigorosamente a memoria), stessa bacchetta, orchestre diverse. L'omaggio a Johann Strauss Sohn che Alessandro Bonato porta a Milano con i Pomeriggi musicali [leggi la recensione] e poi in varie località del Trentino Alto Adige con la “sua” Orchestra Haydn è anche un manifesto sul ruolo del direttore, sul suo rapporto con l'orchestra, sull'essenza della musica dal vivo.
Due concerti gemelli, condividono un patrimonio genetico e si sviluppano in autonomia, perché il vero grande direttore non (si) impone meccanicamente, ma costruisce un percorso con i musicisti fondando la sua impronta sull'autorevolezza data dalla stima, dalla competenza, dalla capacità di comunicare. E, non da ultimo, di comprendere l'identità di un'orchestra e porsi in dialogo con essa, plasmandola, certo, ma anche valorizzandola senza forzarla.
Alla base c'è un grande amore per il repertorio delle danze viennesi, immagine musicale di una società cruciale nella storia artistica, letteraria, filosofica e politica europea (e non solo). Là dove par facile abbandonarsi alla superficie accattivante di un meccanismo infallibile, sussistono invece precise necessità stilistiche che danno forma fisica al tempo e nel caso dell'invenzione melodica continua di uno Johann Strauss Sohn delineano la frase in tutta la sua preziosità. E, nel farlo, bisogna divertirsi, ché anche se si danzava sull'orlo di un baratro, la morte più volte evocata da Roth nella Cripta dei cappuccini stendeva pur sempre su coppe di champagne le sue dita ossute.
Un senso di divertimento permeava il concerto milanese come questo roveretano, declinandosi in diverse sfumature. Il suono corposo, compatto della Haydn mostra la carnalità della musica degli Strauss, l'impatto fisico della danza e del gioco di allusioni ed elusioni che la pervade, quella pulsione vitalistica di un Eros che fugge Thanatos senza poterlo dimenticare che attraversa pure l'opera di Mahler. Allora, se il sapientissimo dosare dei rubati e delle nuance dinamiche affinato da Bonato ci rendeva nella Annen-Polka a Milano la sensuale spossatezza dell'ultimo ballo della notte, a Rovereto avvertiamo un rapprendersi d'energia che si sfoga per impennata di volontà ancora al penultimo. La posizione arretrata dell'incudine (a Milano accanto al podio, a Rovereto accanto alle altre percussioni) amalgama maggiormente i timbri dando a Feuerfest! (di Josef Strauss) una concretezza che ben si sposa, in effetti, ad un brano “ignifugo” composto per una fabbrica di casseforti: un'altra prospettiva rispetto all'ironico, squillante tintinnìo in primo piano. E il canto nella Bauern-Polka ha un genuino quid popolaresco, un aroma spontaneo che ci ricorda che siamo, dopotutto, sull'antico confine con l'Austroungheria. Un tempo terra di scontri, ora, meglio, d'incontri culturali.
Dove il pezzo lo richieda (Polka Schnell, Czardas, Quadrille) l'accelerazione progressiva raggiunge pulsazioni vertiginose, rese ancor più travolgenti da un vigore strumentale che non perde mai il controllo e la chiarezza d'articolazione. Soprattutto, forza non significa mai pesantezza o sfoggio di muscoli, ché è il cervello a contare di più e questo quando si ha a che fare con la città di Freud dovrebbe essere un imperativo categorico, così come il non sottovalutare l'importanza e i significati di ogni dettaglio.
Si accarezza il parossismo e lo si doma, senza venirne domati, soprattutto perché, nella più pura essenza viennese, Bonato gioca con la sua orchestra con la scioltezza di un gesto fluido ed elegantissimo. Alla fine, nell'inevitabile bis con la Radetzky-Marsch può anche portare le mani dietro la schiena e affidarsi al movimento delle spalle e a qualche cenno del capo: tanto basta quando si trova la complicità giusta con i colleghi musicisti. Non meno evidente, in questa sorridente leggerezza e in questo gusto giocoso, è l'attenzione sempre vigile e precisa nel guidare il moto dei rubati caratteristici. Lo si avverte benissimo nel bel moto impresso alle sezioni più liriche dei walzer Künstlerleben e An der schönen blauen Donau, dell'ouverture dalla Fledermaus o della Czardas Ritter Pásmán. Anche qui basta poco per passare dalla maestosità a un ammiccare di sottecchi, fra una ripresa e l'altra di un tema; quel poco che in musica è tutto.
Il pubblico festeggia, e a ragione: per la Haydn, con il suo direttore principale, questo dal 2025 al 2026 è proprio il proverbiale “buona fine, buon principio”.
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