L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Pura festa

di Irina Sorokina

Un vivace programma che attraversa l'Europa dalla Russia alla Francia, passando per Austria e Germania, accompagna festosamente la sera di San Silvestro al Filarmonico di Verona

VERONA 31 dicembre 2025 - Non sembrava che sia passato un altro anno, eppure mancavano poche ore al Capodanno quando il teatro dei veronesi, il rosso dorato Filarmonico, ha spalancato le porte per il tradizionale momento di godimento e convivialità, il concerto di San Silvestro: il programma molto nutrito e variegato ha incluso brani orchestrali e corali di gran valore musicale.

L’apertura piuttosto impegnativa è avvenuta col il pezzo sinfonico del compositore russo, membro del Gruppo dei Cinque, Modest Musorgskij, autore di Boris Godunov e Khovanščina che scavano in profondità il misterioso animo russo, così profondamente diverso da quello occidentale. L’esecuzione di Una notte sul Monte Calvo (il titolo originale Ivanova noć na Lysoj gore, La notte di San Giovanni sul Monte Calvo) dall'orchestra della Fondazione Arena di Verona guidata da Francesco Ommassini ha subito testimoniato l'affinità del maestro con lo spirito del quadro sinfonico del compositore russo espresso nel movimento ininterrotto, convulsivo e addirittura agressivo; gli archi sembravano mormorare per passare, l'ottavino con le proprie „urla“ faceva quasi scoppiare le orecchie, i contrabassi insistevano su fremiti demoniaci. Ci sono stati dei momenti in cui le sonorità sembravano raggiungere il massimo, ma subito dopo il movimento diabolico riprendeva portando gli ascoltatori a sgomento ed estasi.

Qualche brano dello Schiaccianoci non poteva certo mancare; in Europa e negli Stati la partitura di Čajkovskij si considera un must del periodo natalizio e nella gioia incalzante non si parla mai del carattere evidentemente drammatico di alcune pagine di partitura. La scaletta veronese, sembra avesse l’intenzione di evitare proprio quest’aspetto: i brani scelti sono stati L’Ouverture e le Danze cosiddette caratteristiche che includevano la Marcia del primo atto, la celeberrima variazione di Fata Confetto con l’uso della celesta, il Trépak, le danze araba, cinese e dei Mirlitons. Nell’Ouverture a Marcia Francesco Ommassini ha optato per grazia e leggerezza colorate da ironia sottile, e nella parte in minore ha evitato l’abituale malinconia che è stata “recuperata”, se così si può dire, nell’esecuzione della variazione della Fata Confetto, realmente spettrale e dalle sfumature raffinate (notiamo tra parentesi l’omissione della coda). Per il Trépak è stata scelta una velocità quasi eccessiva che per alcuni attimi ha provocato un’inesattezza musicale, ma l’energia incontenibile è stata apprezzata molto dal pubblico che ha premiato l’esecuzione con applausi generosi. Atmosfere tradizionalmente assonnate per la Danza araba, mentre quella cinese è risultata meno irruente del solito. La Danza dei Mirlitons, più popolare della suite, è sembrata meno incisiva del dovuto, con la parte centrale troppo cupa, e la conclusione della sezione Schiaccianoci è avvenuta, giustamente, con Il Valzer dei fiori, segnato dall'agogica vivace e la ricerca dei forti contrasti tra le sezioni.

E dopo Čaikovskij, largo a Brahms, verrebbe ad esclamare; la suite dello Schiaccianoci ha ceduto il posto a una selezione nutrita dai Liebeslieder Walzer, op. 52 e op. 65, ben nove, che con delicatezza hanno portato gli ascoltatori nelle lande diverse e li hanno fatto immergere nelle atmosfere sognanti, gioiose e malinconiche, piacevolissime all’orecchio. L’affinità con le musiche di Čajkovskij è stata confermata anche con quelle di Brahms; l’esecuzione accurata e elegante non poteva che portare il pubblico a sorrisi di soddisfazione. Non per nulla il genio tedesco scrisse all’editore Zimrock: “Che mi chiamino asino, se le nostre Liebeslieder non danno gioia alla gente”, e quella sera al Filarmonico Francesco Ommassini e l’orchestra della Fondazione Arena hanno rivelato agli ascoltatori la ricchezza infinita del sentimento amoroso racchiusa nel semplice dondolante ritmo “un pa pa”, capace di trasmettere agitazione, malinconia, delicatezza, gioia, energia, generosità.

Finora, una serie nutrita dei brani per orchestra: scommettiamo che moltissimi spettatori in sala aspettavano ad ascoltare qualche pezzo vocale e l’apparizione della cantante si è fatta attendere troppo. E che cantante! Avremmo tutte le ragioni di chiamarla La Diva, portava il nome di Lina Johnson e proveniva dalla costa occidentale della Norvegia. La scelta primo brano, prevedibile, “Mein Lippen, sie küssen so heiss” da Giuditta di Franz Lehàr è risultata immediatamente vincente: Johnson ha sfoggiato una gran bella voce di soprano lirico piena, lucente, dal timbro affascinante e dall’acuto facile, anche se non sufficientemente morbido, e subito si è fatta apprezzare per le sue qualità di musicista grazie al fraseggio delicato ed elaborato e la personalità di donna sicura di sé, grintosa e civettuola.

L’ouverture da Orphée aux enfers eseguita dall’orchestra rafforza l’entusiasmo crescente del pubblico, Ommassini ha colto perfettamente lo spirito ironico e scatenato dell’operetta di Offenbach e l’ha trasmesso ai suoi musicisti, che, dopo l’inizio un po’ pesante, sono entrati in uno stato di grazia e alla fine del pezzo sono stati premiati dagli applausi scatenati a addirittura urla d'approvazione.

Preceduto da “Ein souper heut uns wink” (Entr’acte e coro), il fantastico soprano è tornato con “Main Herr Marquis” da Die Fledermaus, facendosi ammirare per un bel legato econquistando ulteriore simpatia grazie alla disinvoltura: è stata una giusta preparazione alla conclusione gloriosa della serata che non poteva che essere il valzer An der schönen blauen Donau, in cui l’orchestra è stata raggiunta dal coro: sono seguiti applausi, espressioni di ammirazione per tutti gli interpreti.

L’ottima scelta per i bis, la celeberrima Vilja-Lied da Die lustige witwe di Lehár, affidata alla magnifica voce di Lina Johnson con il coro, e, in vivace contrasto con essa, Galop infernal dall’Orphée aux enfers di Offenbach suonato dall’orchestra areniana: una conclusione dell’anno 2025 davvero gioiosa ed emozionante.

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