Sacro e dissacrante
L’Opera di Roma, nella suggestiva venue della Basilica di Massenzio, propone una versione scenica dell’oratorio La resurrezione di Georg Friedrich Händel, sotto la direzione di George Petrou e la regia di Ilaria Lanzino, che non ha lasciato, diciamo così, indifferenti. Solisti sono: Sara Blanch (Angelo), Ana Maria Labin (Maddalena), Teresa Iervolino (Cleofe) e Giorgio Caoduro (Lucifero).
ROMA, 4 luglio 2025 – Immaginate un oratorio scritto per la domenica di Pasqua (cattolica) del 1708, in piena guerra di successione spagnola (a sèguito della crisi degli Asburgo), scritto da un giovane compositore tedesco protestante, Georg Friedrich Händel, e pubblicizzato come l’evento principale dei festeggiamenti pasquali romani di quell’anno. Immaginate l’impegno profuso dai marchesi Ruspoli, che affittarono un palazzo intero e vi allestirono un teatro, pagarono pittori, crearono cascate finte…insomma, organizzarono tutto per avere la massima approvazione dal papa (Clemente XI) e dalle famiglie eminenti della Roma d’inizio ‘700. Questo scenario, qui brevemente riassunto, dà il senso dell’occasione de La resurrezione, la cui première ebbe l’onore della direzione di Arcangelo Corelli.
Ciò premesso, pur ammettendo che Händel si sia servito di una scrittura a tratti lussureggiante, di arie latrici di emozioni anche ‘profane’, da una mise en scene dell’oratorio dovrebbe trasparire, primariamente, il senso del sacro. La lettura scenica di Ilaria Lanzino, invece, è scientemente, sfacciatamente profana, dissacrante. La storia che immagina la Lanzino, basandosi su suggestioni date da una lettura letterale del libretto, è assai poco chiara e l'assenza di note di regia non aiuta. La storia immagina una famiglia colpita dalla morte di un bambini; i due genitori, Giovanni e Maria Maddalena, sono sconvolti, così come la madre, Cleofe. L’elemento del sacro è filtrato con un gusto da pop art, dove l’estetica di Andy Warhol e di David LaChapelle la fa da padrone. Qua e là fa capolino, accanto a chierichetti e degenti ospedalieri, anche Ronald MacDonald. L’Angelo è una popstar con microfono e ali posticce, gli altri dei/delle cheerleader molto queer, dai quali si stacca Lucifero, il più queer di tutti, che diventerà una drag queen nel corso dello spettacolo. Per farla breve, Maddalena non riesce a superare il trauma della morte del figlio (Cristo), ha un rapporto sessuale con il marito (per ricoestruire una famiglia?). Poi, forse, il piano temporale si sposta e la storia presenta un flashback, in cui Maddalena ripercorre le sue passate nozze con Giovanni e la nascita di Cristi, evento che causerà l'ennesimo trauma nella donna, che si svenerà sull’altare di una chiesa, fra le braccia di Lucifero (in drag). Ma non ci si disperi: Maddalena verrà resuscitata da suo figlio, Gesù, deus ex machina riapparso miracolosamente, in forma di bambino, a risolvere la tragedia. Insomma, ce n’è per far storcere il naso, se non addirittura per irritare i più, dal profondo: ma, in fin dei conti, è quello che vuole la Lanzino, perfettamente conscia di presentare, ad un pubblico tradizionalista, un prodotto registico da palati mitteleuropei. Il problema, dunque, non è tanto nella storia che la Lanzino vuole raccontare, ma è nell’insistita esagerazione, fine a sé stessa, di alcuni elementi narrativi: la queerness, una chiave di lettura persino proba per un oratorio settecentesco, si risolve, semplicemente, in triti cliché: infatti, i personaggi più belli della Lanzi sono, certamente, Maddalena e Lucifero, che si perdono nel vuoto ‘baroccheggiare’ di molte idee. Se la sua regia avesse mirato al senso del sacro sotto una prospettiva rinnovata, sarebbe stata persino lodevole; il problema, forse il più grave, è che per farsi tornare i conti, la Lanzino ha adulterato e sforbiciato, in più punti, l’originale libretto händeliano, commettendo il più grave dei delitti artistici: imporre l’idea registica sull’opera. L’apparato scenico (Dirk Becker), di fattura non eccelsa, presenta qua e là (unica trovata gradevole) elaborazioni da affreschi giotteschi, sia dal ciclo di Assisi che da quello degli Scrovegni.
George Petrou, specializzato nel repertorio händeliano, è a capo dell’Orchestra Nazionale Barocca dei Conservatori, che riunisce giovani eccellenze dai conservatori italiani. L’impianto acustico della Basilica, benché migliore di quello di Caracalla, certo non facilita l’esecuzione di una partirura barocca, peraltro da parte di un ristretto numero di componenti. È conseguentemente fisiologico che l’intonazione non sia sempre perfetta, come la generale tenuta delle frasi musicali. L’agogica cercata da Petrou è talvolta stretta, specialmente quando vuole far risaltare la coloratura di alcune arie, talaltra più larga, atta a concedere ritmi umani per i cantanti in scena: i risultati sono buoni, ma non eccelsi.
Il cast vocale è di altalenante valore. I due migliori interpreti in scena sono Teresa Iervolino e Giorgio Caoduro. Forte di un timbro uniforme, scuro, ma adeguatamente squillante, la Iervolino scolpisce tutte le frasi, fraseggiando e modulando con gusto; le variazioni e le fioriture sono piene, a fior di labbra, come si è ascoltato nell’agitata «Naufragando va per l’onde». Giorgio Caoduro, dall’invidiabile linea di canto, piena, educata, è un caratterista nato, cavando da Lucifero un canto più dinamico e brillante di quanto la tradizione non abbia, forse, conosciuto: si pensi ai colori che l’interprete riesce a tirar fuori dall’aria di bravura «O voi, dell’Erebo potenze orribili», come pure da «Per celare il nuovo scorno», quando altrove risulta più riflessivo, profondo. Sara Blanch ha il compito di interpretare una parte non facile, quella dell’Angelo, sovente proiettata in ardite fioriture, in una tessitura acuta, impervia; complessivamente, non mi pare ci sia riuscita pienamente, anche per una certa assenza, qua e là, di colore (si pensi alla monocorde «Se per colpa di donna infelice»), ma talvolta può piacere, come nell’aria d’apertura, «Disserratevi, o porte d’Averno». Il San Giovanni di Charles Workman, tenore dall’importante carriera, appare decisamente incolore: cantante d’esperienza, fa quello che deve fare ma si affida ad un mezzo il cui timbro comincia a sfibrarsi e i cuoi armonici si assottigliano. Infine, Ana Maria Labin non restituisce affatto la pienezza vocale del ruolo di Maddalena, il più ricco e studiato dell’intero oratorio. La Labin, infatti, incontra i primi seri problemi già nella sua cavatina, un’aria ricca di colori malinconici, trasognati («Ferma l’ali, e sui miei lumi non volar»), le cui frasi si risolvono in delicate mezze voci: la Labin ha vistosi problemi di intonazione, accompagnati a durezze di vario genere. La situazione non migliora in sèguito, il che è un peccato, giacché – come ricordato – Maddalena è il ruolo più bello dell’oratorio – interpretato, alla première, dalla ‘cantatrice’ Margherita Durastanti, non senza pubblico scandalo, per la presenza in un oratorio sacro di una donna. Si deve, però, ammettere che la Labin ha buona presenza, rendendo la scena del suo suicidio quasi commovente. Alla fine, gli applausi sono tiepidi, di cortesia (e mi è giunta voce di più accese contestazioni nelle serate precedenti): un’occasione mancata, questa, di restituire a Roma, degnamente, un ‘suo’ capolavoro.
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